Rock’n’roll, baby: donne nel metal e dove trovarle.

Rock'n'roll baby! Donne nel Metal e dove trovarle. Nell'immagine una mano fa il segno delle corna

Questo è un coming out in piena regola.

Non credo di averlo mai messo pubblicamente nero su bianco accanto al mio nome e cognome, ma…

Sono una metallara.

Fino a qualche anno fa, questo si traduceva in anfibi, trucco pesante, festival in giro per l’Europa e weekend a base di birra e musica dal vivo. Oggi, significa rispolverare pian piano i miei CD per far conoscere i miei gruppi preferiti alla mia bambina e approfittare dei concerti estivi per avvicinarla a questo mondo che amo.

Sì, perché partiamo da un dato di fatto importante: nonostante le apparenze di “brutti, sporchi e cattivi”, la comunità metal è estremamente inclusiva e rispettosa, basata su un fortissimo senso di fratellanza e sorellanza.

Certo che, se parliamo di donne, qualcosina da migliorare ci sarebbe eccome, inutile negarlo.

Da una parte, c’è l’evidente preponderanza maschile sopra e sotto il palco. Come nota Louder, il 75% dei like sulla pagina Facebook di Metal Hammer è di utenti maschi e delle 17 band annunciate per il Main Stage del festival Bloodstock 2018, solo una contava una donna tra le sue fila (i Nightwish). Certo, questo è un problema dell’industria musicale in generale: stando a un’indagine pubblicata dalla UK Music Diversity Taskforce, nel 2018 le donne dai 45 ai 64 anni erano solo il 33% degli addetti ai lavori. Voglio dire, alzi la mano chi di voi ha mai visto una tecnica delle luci o dei suoni a un concerto.

Dall’altra parte, però, nel metal esiste anche uno specifico problema di misoginia.

Nel linguaggio, tanto per cominciare.

Si parte dall’immaginario machista di alcuni mostri sacri come i Mötley Crüe o i Manowar, che cantano:

“Woman be my slave / That’s your reason to live” – Donna sii la mia schiava / È la tua ragione di vita – Pleasure slave, 1988.

Si passa per la poco apprezzabile goliardia di frasi quali

“Bitch, who’s your daddy? / Surrender and obey” – Puttana, chi è il tuo paparino? / Arrenditi e obbedisci – Who’s your daddy, 2006.

pronunciate dai Lordi, noti al grande pubblico per avere vinto l’Eurovision Song Contest quello stesso anno. E si arriva ai Sentenced, che dopo averci abituati a testi decisamente poetici si sono proposti in versione bullo casanova cantando:

“I don’t need to care if you want me. / I don’t need to care if you need me. / Just spread that pink wide smile / And drain me my darling” – Non devo preoccuparmi se mi vuoi. / Non devo preoccuparmi se hai bisogno di me. / Spalanca soltanto quel largo sorriso rosa / e prosciugami mia cara. – Drain me, 2005.

Non è finita: gli esempi più palesi e anche più intollerabili sono quelli che appartengono a frange estreme come, ad esempio, il brutal death metal e il goregrind. Qui troviamo band con nomi quali Cemetery Rapist e Prostitute Disfigurement, o testi fortemente violenti come questo dei Cannibal Corpse – attenzione, si tratta di parole davvero crude:

“To break the necks of young women / their cunts my pus will fill. / Acid burning through her crotch, / I baptize her face with my rot. / Then venom foams from her throat, / on my discharge she will choke.” – Spezzare il collo di giovani donne, / il mio pus riempirà le loro fiche. / Con l’acido che le brucia tra le gambe, / le battezzo la faccia con il mio marciume. / Poi il veleno le schiuma dalla gola, / soffocherà nelle mie secrezioni. – Post Mortal Ejaculation, 1992.

E poi, c’è una misoginia che si manifesta, tanto per cambiare, nel purtroppo onnipresente fenomeno della donna oggetto. In parte, questo appartiene al retaggio storico di quell’immaginario machista a cui accennavo. In parte, però, viene perpetrato ancora oggi in forme (solo apparentemente) nuove. Un esempio è quello della rivista americana Revolver Magazine che, non potendo più chiudere gli occhi di fronte alla sempre più ingombrante presenza femminile sulla scena rock e metal, ha ben pensato di dedicare ogni anno un numero all’esplorazione delle Hottest Chicks in Hard Rock (le “pollastrelle più sexy dell’hard rock”) – come se l’aspetto fisico c’entrasse qualcosa o, peggio, fosse più importante delle loro capacità.

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche qui. Anzi, più che altro ci si sta accorgendo che le donne, sulla scena metal, ci sono sempre state. Già in passato c’era Gloria Cavalera, manager dei Sepultura negli anni ’90 (anche lei però vittima di un fiume di insulti misogini perché accusata di avere causato la rottura della band). C’erano la cantante Doro Pesch e le manager Wendy Dio e Maria Ferrero. Oggi ci sono la manager Julie Weir, la direttrice del festival Bloodstock Vicky Hungerford, le tante giornaliste specializzate sparse nel mondo e le innumerevoli cantanti e musiciste che stanno finalmente rendendo visibile questa folta schiera. Dall’apripista Angela Gossow alla fiera attivista Alissa White-Gluz e dall’italianissima Cristina Scabbia alla chitarrista Nita Strauss (prima donna a firmare un modello di chitarra Ibanez e quarta nella classifica dei 20 migliori musicisti del decennio per Guitar World, in cui tra l’altro figura una sola altra donna).

Perfino nel durissimo mondo del death metal qualcosa si muove, grazie a gruppi come le Castrator, band internazionale composta da sole musiciste donne che sfruttano il linguaggio tipico del genere per ribaltare i ruoli in una fantasia di vendetta:

“Castration / Of the rapist / Emasculation / Take his weapon” – Castrazione / dello stupratore / Evirazione / prendi la sua arma The emasculator, 2015.

O come i Vulvodynia, band tutta al maschile che però tratta temi quali la misoginia diffusa nella società e le barbarie delle mutilazioni genitali femminili.

Se, in tutto questo, vi state chiedendo perché tante donne siano interessate alla musica metal, sappiate che si tratta in realtà di un mondo estremamente vasto che tratta moltissime altre tematiche, dai guerrieri vichinghi alla denuncia sociale, dal “Signore degli anelli” al nichilismo.

E che in questo, come in altri ambiti, c’è solo bisogno di una buona dose di consapevolezza che le donne occupano un posto non secondario, che hanno tanto da dire e che hanno il diritto, la capacità e il potere di farlo senza chiedere il permesso. In puro stile rocker.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, immagine di Marina Ravizza.

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