Il workwear non è un affare da donne.

Secondo i dati Istat del 2020, il numero complessivo di professioniste in alcuni settori ritenuti storicamente maschili è aumentato. Qualche esempio? L’ambito di costruzione di macchinari speciali ed equipaggiamenti nel 2015 contava 514 mila lavoratrici, nel 2019 la quota sale a 544 mila. Anche un settore come quello dei corrieri segna un incremento delle donne impiegate: dalle 180 mila unità del 2015 alle 194 mila del 2019.

Spostiamo pesi, guidiamo Tir, cambiamo gomme e per farlo abbiamo la necessità di indossare dell’abbigliamento da lavoro idoneo a proteggerci, adatto alle esigenze e che renda agevoli i nostri movimenti. 

Ad esempio, se lavori nella logistica e ti occupi di usare muletti e movimentare pacchi, la tua mansione richiederà che ti pieghi e alzi tante volte al giorno. Inoltre sentirai la necessità di avere a portata di mano un taglierino per sistemare i pacchi, una penna per firmare le bolle e altri attrezzi. Per questo ti servirà un buon pantalone da lavoro, che abbia un elastico in vita per seguire tutti i tuoi movimenti e capienti tasche per riporre gli strumenti e lasciarli lì pronti all’uso.

Se sei una lavoratrice, però, il pantalone che avrai a disposizione probabilmente non sarà progettato sulla tua conformazione fisica. Uomini e donne hanno bacini diversi e questo richiede lo sviluppo di un capo che tenga conto di questa differenza per garantire il comfort e la praticità necessari a poter lavorare al meglio. 

Purtroppo non abbiamo a disposizione i capi giusti, perché l’abbigliamento da lavoro è pensato e studiato sull’anatomia maschile.
Il mondo del workwear è fermo da decadi, cristallizzato in una concezione atavica e maschilistica delle necessità professionali, dove sembra che le donne non siano mai entrate e soprattutto che non debbano mai farlo.

Basti pensare che in Italia i 4 principali brand di produzione di abbigliamento da lavoro hanno solo il 5% della loro offerta costituita da capi specifici per le donne.

Una completa assenza di pantaloni, tute, giubbetti appositamente studiati per i corpi femminili che svolgono lavori manuali ci costringe a scegliere capi non progettati su di noi, che dobbiamo spesso arrangiare, vivendo e lavorando sentendoci a disagio e con poco comfort.

Negli USA, spesso terra di importanti ondate di innovazione e tendenze, timidamente si affacciano alcune start up che progettano abiti da lavoro only for women.

È il caso di Holdette, azienda guidata da Sarah Greisdorf, laureata alla Boston University, che si propone come designer della prima linea di abbigliamento professionale studiata per le esigenze delle donne (con tasche reali!).

Capi funzionali, ma nice looking che potrebbero portare una contaminazione stilistica anche nel panorama workwear italiano, rivisitando il classico pantalone da lavoro maschile.

Quello dell’abbigliamento da lavoro è un mercato che vale 340 milioni di euro in Italia (dati ISTAT 2017) e che segna una crescita lineare dal 2011.

E quello dell’abbigliamento femminile da lavoro è un settore ancora troppo poco studiato, tanto che è difficile reperire studi e ricerche a riguardo.

Un vuoto di dati che ci rende “Invisibili”, per citare il libro di Caroline Criado Perez sulle conseguenze dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica e lavorativa.

Dateci il workwear che meritiamo – e gli stessi salari dei nostri colleghi.


Articolo di Francesca Marcandalli, immagine di Marina Ravizza.

Il tuo fondotinta è inclusivo?

Quanti fondotinta hai provato fino ad ora? Io tantissimi. Le aziende cosmetiche sono una evoluzione continua e ci seducono con formule, colori e packaging sempre nuovi. 

Se hai avuto la fortuna di aver trovato la tua base trucco ideale, ho una domanda per te: quante tonalità ha il tuo fondotinta

Un quesito simile se lo deve essere posta qualche anno fa anche Rihanna, e la risposta non troppo positiva l’ha portata a fondare il suo brand di bellezza, Fenty Beauty, con una promessa (che puoi leggere sul sito): creare una gamma di prodotti adatti a tutte le tonalità e tipologie di pelle. Promessa che, racconta la cantante, nasce per rispondere a una sua stessa esigenza: anni e anni in cui ha sperimentato i migliori prodotti di bellezza sul mercato percependo sempre una mancanza nell’offerta di colori e di prodotti specifici per certe tonalità di pelle.

Campagna di lancio di Fenty Beauty

Il lancio avviene con la campagna pubblicitaria “Shades for all”, un elogio della diversità la cui forza è tutta nelle immagini: ci vengono mostrate le tante tonalità dei prodotti, da chiarissime a scurissime, e molto diverse fra loro sono le modelle scelte per raccontare il brand. Diverse per il colore della loro pelle; diverse per cultura, come possiamo notare in particolare dalla ragazza che indossa l’hijab. Con il suo make-up, Rihanna vuole dare a tuttə la possibilità di esprimerci come meglio crediamo. E per farlo dobbiamo partire dalle basi, dal fondotinta appunto: 50 sono le nuance che ci permettono di raccontarci e di giocare con la nostra immagine.

Quella di Fenty Beauty è stata una rivoluzione nell’industria della cosmesi. In seguito al lancio, infatti, moltissimi brand capirono l’importanza di rendere i propri prodotti più inclusivi e decisero di sviluppare nuove tonalità in modo da avvicinare ai propri fondotinta (e non solo) un numero sempre maggiore di persone. A tre anni e mezzo dall’arrivo di Fenty Beauty, a che punto sono i competitor?

Parte della risposta è racchiusa nel numero di tonalità del nostro fondotinta. Sì, quella domanda che ti ponevo all’inizio dell’articolo non era solo per attaccare bottone: le scelte che facciamo, infatti, spingono le aziende a migliorarsi per soddisfare i desideri di un mercato sempre più consapevole ed esigente.

Navigando alcuni dei più importanti e-commerce beauty in Italia, Amazon, Douglas e Sephora, ho provato a chiedere indirettamente loro quante tonalità abbiano i loro fondotinta più apprezzati. Nelle pagine dedicate ai fondotinta ho individuato i 3 best-seller di ciascun sito usando come filtro le recensioni clienti (dato aggiornato al 30 marzo 2021), perché volevo vedere se ci fosse una corrispondenza tra prodotti più amati e l’inclusività della loro offerta. Ecco le cose più interessanti che ho scoperto.

ESTÉE LAUDER DOUBLE WEAR VINCE LA SFIDA DELLE TONALITÀ

I #3 fondotinta bestseller su amazon.it (ordinati per “Media recensioni clienti”) e quelli di douglas.it (ordinati per “Migliore recensione”) hanno un elemento in comune: Double Wear di Estée Lauder.

Prodotto iconico, nasce nel 1997 con una gamma già ampia di tonalità, come spesso accade per i marchi americani. Le pubblicità su carta stampata si focalizzano inizialmente sulle proprietà del prodotto, come copertura e lunga tenuta, mentre negli ultimi anni riscontriamo un maggiore desiderio di comunicare l’ampia gamma di tonalità e l’aggiunta di nuove opzioni.

Campagna “Wear confidence”

Possiamo percepirlo chiaramente nella campagna “Wear confidence”, molto simile nella struttura a “Shades for all”, con modelle di diverse etnie che scelgono di affidarsi a Double Wear (ed effettivamente sul sito italiano di Estée Lauder le tonalità acquistabili sono ben 57). “Wear confidence” è anche il messaggio di autostima che il marchio vuole lanciare attraverso il suo prodotto.

LANCÔME SOSTIENE IL #GIRLPOWER

Nella top #3 di Sephora (filtrata per “Media recensioni”) c’è Teint Idole Ultra Wear di LANCÔME. 50 tonalità e un grande investimento pubblicitario per la campagna “Unstoppable”, che vede protagoniste 5 celebrities, Chiara Ferragni, Penélope Cruz, Lupita Nyong’o, Zendaya e Taylor Hill, scelte per rappresentare la bellezza della diversità.

Campagna Unstoppable

Al grido di “Insieme siamo inarrestabili”, lo spot di  Lancôme sposta l’attenzione sull’importanza di fare squadra: siamo inarrestabili quando ci uniamo nelle nostre battaglie e successi. Se non è inclusione questa.

PER SHISEIDO IL MAKE-UP È UN GIOCO APERTO A TUTTƏ

L’ultimo prodotto di cui voglio parlarti compare al primo posto in classifica su douglas.it: Synchro Skin Radiant Lifting di Shiseido. Nella più recente campagna pubblicitaria assistiamo alla ormai consueta messa in mostra delle tante tonalità mentre meno consueta, anzi direi innovativa, è la scelta della testimonial (Hunter Schafer, modella, attrice e attivista trans) e del modello nel video. 

Campagna NEW Synchro Skin Radiant Lifting

Le tonalità in questo caso sono “solo” 30, ma la scelta del brand è quella di impostare la discussione non sul colore della pelle ma sulle tematiche di genere, aprendo a tuttə le porte del divertente e magico gioco del make-up. Trovo che il binomio uomini e trucco sia il più attuale dei messaggi mostrati: sono diversi i marchi che stanno muovendosi in questa direzione (ma ne parleremo in un altro articolo).

Insomma, il successo di una pubblicità oggi non riguarda solo i risultati di vendita: una campagna è efficace se riesce a scatenare una discussione e a mettere in moto un piccolo o grande cambiamento. E Rihanna e la sua “Shades for all” questo successo secondo me se lo sono meritate, tu che dici?


Articolo di Ilaria De Luca, immagine di Claudia Valentini.

Periodica #4: il costo delle mestruazioni.

Qualche anno fa ho fatto parte di un’organizzazione internazionale che rappresenta un movimento consapevole di persone unite dall’obiettivo di poter superare, entro il 2030, la povertà estrema (che colpisce chi vive con meno di 1,9$ al giorno) e le malattie facilmente prevenibili. Durante questa esperienza ho vissuto esperienze memorabili, come testimonia un mio selfie con Bill Gates, e imparato tantissimo sulle disuguaglianze che prevengono le pari opportunità. In particolare, il report Poverty is sexist – La povertà è sessista, che abbiamo pubblicato, studiato e promosso, dimostra quanto per una donna sia più probabile diventare o restare povera.

L’impatto del genere sulle disuguaglianze economiche, di accesso alla salute, all’educazione, alla nutrizione e alla partecipazione al processo decisionale è particolarmente severo in alcuni Paesi in via di Sviluppo e in altri definiti “fragili” dalla Banca Mondiale, ma non è estraneo al nostro mondo occidentale e ritenuto sviluppato in cui viviamo.

In questo nuovo articolo di Periodica tratteremo infatti una tipologia di disuguaglianza che colpisce in modo specifico e sistematico una parte della popolazione, in funzione di una caratteristica nel funzionamento del corpo: il ciclo mestruale. Parliamo della cosiddetta Period Poverty, la povertà collegata alle mestruazioni, che si concretizza non solo in una difficoltà di acquisto di dispositivi di igiene mestruale (assorbenti, tamponi, coppette, etc), ma anche nella difficoltà o impossibilità di accedere a luoghi sicuri e adatti in cui potersi occupare della propria igiene e a informazioni appropriate sul ciclo mestruale e il suo funzionamento (più in generale, a un’adeguata educazione sessuale).

Le sfide causate dalla Period Poverty si manifestano con gradi e livelli differenti a seconda della zona e cultura in cui ci si trova. Generalmente, nei Paesi ad alto reddito le difficoltà sono economiche in relazione all’acquisto di prodotti per il ciclo mestruale, mentre nei Paesi a medio o basso reddito le problematiche sono legate alla più ampia gestione dell’igiene mestruale. A prescindere dal contesto il risultato però non cambia: chiunque abbia le mestruazioni rischia di trovarsi a vivere situazioni discriminanti e penalizzanti.

PERIOD POVERTY IN PAESI A MEDIO/BASSO REDDITO

Nei Paesi in via di sviluppo, circa 2,4 miliardi di persone vivono senza accesso ai servizi sanitari di base, e solo il 27% della popolazione mondiale dispone di strutture per lavarsi le mani. Queste condizioni igieniche aumentano la vulnerabilità a crisi sanitarie – come quella legata al virus Cov-19 – che a loro volta, per la natura urgente della loro comparsa, rallentano i regolari interventi di sanità pubblica dedicati allo sviluppo di un’adeguata assistenza sanitaria, a un’educazione regolare e generica verso le buone pratiche igieniche. Come è purtroppo facile immaginare, a farne le spese sono soprattutto le misure dedicate alla gestione dell’igiene mestruale.

Come abbiamo visto nel primo articolo di Periodica, le mestruazioni sono un tabù; non parlarne ha impatti sull’inclusione delle esigenze di chi le ha all’interno dell’agenda pubblica. Questo silenzio è rinforzato dalla natura patriarcale dei sistemi in cui viviamo, con conseguenti implicazioni sulla concretizzazione dei diritti umani di donne e ragazze, in particolare il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro.

È così che, secondo The Hygiene and Health Report 2020-21, circa il 42% della popolazione mondiale non ha frequentato la scuola o il lavoro per tematiche igieniche legate alle mestruazioni. Il primato negativo spetta all’India, in cui tale percentuale sale al 77%, ma riporta per l’Italia un preoccupante 40%. In 3 casi su 10 la motivazione ha a che fare con la mancanza di accesso a strutture igieniche pulite e/o sicure.

Considerando invece la capacità di spesa per l’acquisto di prodotti per l’igiene mestruale, circa 500 milioni di persone sperimentano la Period Poverty ogni mese, dovendo scegliere tra assorbenti/tamponi etc e beni di esigenza primaria, tra i quali il cibo. Per citare un esempio, in Kenya questa condizione affligge il 65% di chi ha le mestruazioni. Allargando lo sguardo, circa 1 persona su 10 nel mondo si è trovata nelle condizioni di non potersi permettere prodotti per l’igiene mestruale.

Quando, per ragioni economiche, igieniche o sociali, non si utilizzano adeguati prodotti per l’igiene mestruale, si ricorre a soluzioni di fortuna perlopiù inefficienti, ma soprattutto pericolose per la salute. Prodotti come stracci, tovaglioli di carta e assorbenti riutilizzati generano rischi di infezioni urogenitali, anche gravi. È inoltre dimostrato che l’impatto di questa dimensione della Period Poverty sia correlata a elevati livelli di ansia, depressione e angoscia.

Risulta quindi evidente che la Period Poverty vada ben oltre una semplice questione economica, e che sia un argomento complesso e strettamente legato alla cultura e allo stigma legato alle mestruazioni. Sarebbe pertanto ingenuo pensare che sia sufficiente distribuire prodotti gratuiti alle fasce più vulnerabili della popolazione per risolvere il problema.

Ne è dimostrazione un esperimento condotto in Uganda in cui, per incentivare la frequenza scolastica, sono stati distribuiti gratuitamente assorbenti lavabili e usa e getta alle studentesse. Nonostante le ottime premesse, il tasso di frequenza scolastica non è aumentato. In alcuni casi le studentesse non avevano idea di come utilizzare i prodotti ricevuti e avevano troppa vergogna delle proprie mestruazioni per chiedere suggerimenti. Nel caso di assorbenti lavabili, l’imbarazzo di stenderli ad asciugare portava le studentesse a non lavarli, con conseguenti fastidi che rendevano insopportabili le giornate sedute sui banchi. In altri casi ancora i compagni di scuola, intravedendo sotto gli abiti delle compagne gli assorbenti, le prendevano in giro, spingendole ancora una volta a rinunciare ad andare a scuola. A partire da questa evidenza è stato sviluppato un nuovo progetto in cui rappresentantə delle comunità locali, in collaborazione con un gruppo di ricercatorə e professionistə, hanno accolto la sfida di provare a superare quei tabù che impediscono di gestire le mestruazioni con dignità tramite proposte concrete e sostenibili. Il progetto ha avuto successo grazie al cambio di paradigma: non solo predisporre l’accesso a una gamma di prodotti mestruali a prezzi accessibili realizzati a livello locale ma educare uomini, donne, ragazzi e ragazze sulle mestruazioni. 

Per superare la Period Poverty nei Paesi a medio o basso reddito, è dunque fondamentale:

  • Lavorare su una cultura che rifiuti i tabù e i preconcetti legati alle mestruazioni;
  • Promuovere educazione e consapevolezza del funzionamento del corpo durante le mestruazioni e dei prodotti che permettano di gestirle al meglio;
  • Sviluppare spazi e soluzioni dedicate all’igiene mestruale adeguate in linea con il protocollo WASH (Water, Sanitation and Hygiene) nelle scuole e nei luoghi pubblici;
  • Rendere accessibili i prodotti per la gestione dell’igiene mestruale.

Solo così sarà possibile rendere le mestruazioni un diritto umano fondamentale e non un elemento di discriminazione, così come previsto dalla Women’s Convention, secondo cui

“Le pratiche relative alle mestruazioni possono costituire una discriminazione se influenzano le libertà fondamentali nel campo politico, economico, sociale, culturale e civile o qualsiasi altro campo.”

PERIOD POVERTY NEI PAESI AD ALTO REDDITO.

L’impatto delle Period Poverty nei Paesi a più alto reddito è connesso alla dimensione economica che impedisce ad alcune fasce della popolazione di acquistare prodotti per l’igiene mestruale o di poter scegliere alternative migliori rispetto a quelle di fascia di prezzo e qualità inferiori.

In Italia, ad esempio, la spesa annuale per assorbenti o tamponi è di circa 90€ per ogni membro del nucleo familiare che abbia le mestruazioni; considerando in media 40 anni di mestruazioni, l’impatto economico raggiunge 3600€ nel corso della vita, senza considerare il costo per tutti gli altri prodotti che orbitano attorno al ciclo mestruale femminile come antidolorifici, prodotti cosmetici e contraccettivi ormonali.

È fondamentale analizzare le caratteristiche di questa spesa: si tratta di una spesa necessaria e non accessoria e che ricade principalmente sulle donne, che, come sappiamo, hanno un potere d’acquisto inferiore, determinato da livelli occupazionali inferiori rispetto agli uomini e da un gender pay gap ancora troppo rilevante. La crisi causata dalla pandemia inoltre ha evidenziato il fenomeno della “SheCession”, una recessione che ha colpito con maggior forza le donne. Secondo l’Istat oggi sono 2 milioni e 472 mila le donne in Italia che vivono in condizione di povertà assoluta e che faticano a permettersi l’acquisto di prodotti per la gestione dell’igiene mestruale.

In questo contesto risulta chiaro che il costo delle mestruazioni diventi estremamente discriminante e debba essere incluso nella conversazione politica. 

Un altro tema fortemente discusso è quello della Tampon Tax, riferito all’esistenza di tassazioni specifiche sui prodotti per l’igiene mestruale che li equiparano a prodotti considerati non necessari. 

Nel 2006, l’Unione Europea ha previsto che i prodotti “di protezione dell’igiene femminile” possano essere assoggettati ad aliquote ridotte. Alcuni Paesi hanno dato seguito a questa indicazione riducendo l’IVA su assorbenti e tamponi: al 7% in Germania, al 5,5% in Francia, al 3% in Lussemburgo. Altri Paesi hanno deciso di cancellare completamente la Tampon Tax, tra questi il Regno Unito, in risposta a una situazione di Period Poverty molto accentuata che vede, secondo una ricerca di Plan International UK, il 42% delle intervistate utilizzare soluzioni come calzini o carta di giornale per far fronte al proprio flusso mestruale. A livello globale anche Canada, Kenya, India e Australia hanno abolito la Tampon Tax.

La situazione è ancora molto arretrata in Italia. Benché l’IVA riservata ai beni di prima necessità sia del 4%, i prodotti per l’igiene mestruale non sono considerati tali, e sono di conseguenza sottoposti ad aliquota ordinaria del 22%. A dicembre 2019, l’IVA per assorbenti/tamponi biodegradabili e compostabili è stata ridotta al 5%, misura non ancora soddisfacente poiché questa tipologia di prodotto è ancora troppo costosa e difficile da reperire.

Secondo una ricerca italiana (AstroRicerche, 2019), il 45,5% delle donne conosce l’esistenza di questa tassa, rispetto al 31,5% degli uomini, e nel 63,0%  ritiene inaccettabile che gli assorbenti siano tassati come un bene di lusso dal momento che rappresentano un bene di prima necessità.

Il The Hygiene and Health Report 2020-21 riporta che il 47% dei rispondenti  considera che fornire in modo gratuito prodotti per l’assorbenza a persone che vivono condizioni di povertà sia una misura concreta per migliorare la salute mestruale; il 43% ritiene che la Tampon Tax debba essere rimossa.  

Non soltanto la dinamica di prezzo e tassazione, ma anche la questione dell’accesso a prodotti per la gestione mestruale in ambienti pubblici è estremamente contingente. Secondo la ricerca realizzata dalla no profit statunitense Free the Tampons, l’86% delle donne americane si è trovata a dover gestire l’arrivo inatteso delle mestruazioni in luoghi pubblici senza disporre dei prodotti necessari. Nel 79% dei casi, la soluzione è stata quella di improvvisare un assorbente con carta igienica o simili, causando disagio (57%), ansia (43%) e addirittura panico (35%). Per favorire il benessere fisico ed emotivo di chi ha le mestruazioni è importante prevedere la presenza di distributori di assorbenti e tamponi nei luoghi pubblici, possibilmente a prezzi calmierati o gratuiti, così da non escludere nessuna persona che ne abbia necessità.

In quest’ottica, è esemplare la scelta della Scozia che, con il “Period Products Bill” del 2020, ha approvato la prima legge dedicata al contrasto della Period Poverty tramite la distribuzione gratuita di prodotti dedicati all’assorbenza mestruale nelle scuole e nelle università, unita a misure di informazione e sensibilizzazione mirate a eradicare lo stigma legato alle mestruazioni. Anche la Nuova Zelanda, guidata dalla prima ministra Jacinda Ardern, ha previsto di fornire prodotti per l’igiene mestruale in modo gratuito; speriamo che molti altri Paesi seguano questi esempi.

È inoltre fondamentale assicurare che l’accesso universale a questi prodotti e a luoghi sicuri per poter gestire le proprie mestruazioni. Non tutte le donne hanno le mestruazioni, non tutte le persone che hanno le mestruazioni sono donne e purtroppo la Period Poverty tende a colpire maggiormente chi fa parte di gruppi marginalizzati. Lo stigma associato alle mestruazioni coinvolge anche persone non binarie e transgender. L’esperienza non è inclusiva in tutti quei casi in cui vengono proposti unicamente prodotti per l’assorbenza basati sull’inserimento, quando i bagni sono differenziati in base al genere e quando non hanno contenitori per lo smaltimento dei prodotti mestruali, e anche in quei casi in cui, pur essendo disponibili gratuitamente, vadano richiesti a una persona terza, come ad esempio un insegnante.

CONCLUSIONI

Superare la Period Poverty fa parte di una più ampia occasione per raggiungere la parità di genere, perché con mestruazioni che non siano più limitanti si garantisce accesso e partecipazione a un numero sempre maggiore di persone alle attività sociali ed economiche. Il beneficio che ne deriva, inoltre, non avvantaggia solo chi ha le mestruazioni, bensì, grazie alla loro acquisita capacità di reinvestire i guadagni nelle loro famiglie e comunità, si favorisce un aumento di valore per tutta la società, costruendo capitale umano che alimenterà la futura crescita economica.

L’accesso ai prodotti per l’igiene mestruale è un diritto, e sentirsi pulitə, sicurə e nelle condizioni di poter portare avanti la propria quotidianità durante le mestruazioni è una necessità.

Ci sono moltissimi modi in cui possiamo contribuire al raggiungimento di una società che consideri le mestruazioni come un elemento naturale e non discriminante:

  • Innanzitutto, informarci e parlarne. Lo diciamo sempre su Periodica, ma questo è davvero il primo e più efficace strumento per scardinare lo stigma. Facciamolo in persona, sui social media, con le persone più e meno giovani, e non dimentichiamoci di parlarne anche con gli uomini, il raggiungimento di un’equità mestruale è anche affar loro.
  • Contattare i nostri rappresentati locali e nazionali e chiedere che le tematiche legate alle mestruazioni vengano incluse nella conversazione politica. La nostra voce può contribuire a raggiungere una riduzione della Tampon Tax e/o distribuzione gratuita di prodotti dedicati alle mestruazioni, così come un’adeguata educazione nelle scuole.
  • Richiedere alle persone responsabili delle nostre scuole, università, uffici di considerare la possibilità di prevedere dei distributori di assorbenti/tamponi nei bagni di e per tuttə coloro che possano averne necessità, e di assicurarsi che le condizioni igieniche e di sicurezza siano sufficienti.
  • Sostenere chi vive mestruazioni più complesse delle nostre.

Queste sono alcune idee, ma cogliamo l’occasione di creare una comunità consapevole che contribuisca a un nuovo ciclo di cambiamento positivo in cui le mestruazioni e i prodotti a esse legate possano essere accessibili, sicuri e senza stigma.


Articolo di Martina Palmese, immagine di Alessandra D’Amico.

Donne scomode e come zittirle sui social media.

“Noi parliamo il mondo e intanto il mondo ci parla,

noi ci rappresentiamo noi stessi e intanto quello che noi siamo,

senza saperlo, si rappresenta nel nostro parlare.”

Luisa Muraro

In un breve dialogo con l’attivista Irene Facheris, il filosofo femminista Lorenzo Gasparrini, ospite del podcast Palinsesto femminista, riassume efficacemente l’essenza della “mascolinità tossica”:

“Il patriarcato ti dà i motivi per essere arrabbiato e l’obiettivo da colpire con la tua arrabbiatura (…), ti dà l’arma e l’obiettivo. Bisogna imparare a capire che tutti e due vengono dalla stessa parte”.

Lorenzo Gasparrini

Nel corso del tempo abbiamo imparato a tollerare questa “tossicità”, a conviverci, a sfogare odio e frustrazione sui social media, trasformando un prezioso strumento di connessione umana in un campo di battaglia. Questo breve scritto parte da queste considerazioni, ma anche dalla consapevolezza che grazie allo studio, all’empatia e alla forza di alcune voci che resistono, l’attenzione nei confronti delle tematiche da sempre care al femminismo intersezionale sta crescendo. Non è un caso, infatti, che le scrittrici, le filosofe, le attiviste siano fra i bersagli prediletti dell’odio online: attaccare sembra l’unico modo per delegittimare non solo le posizioni ma anche la professionalità, la competenza, la dignità di queste donne. Per questo ho scelto di trattare di una delle tipologie di testo più rappresentative del modo in cui queste tattiche di delegittimazione vengono attuate, diffuse, interiorizzate: gli scambi di commenti sotto ai post sui social media. La speranza è che diventi man mano più semplice riconoscere queste strategie, prenderne le distanze e, infine, condannarle. 

I social network sono, com’è insito nella definizione, reti di relazioni sociali.  A differenza dei media tradizionali, sono caratterizzati dal fatto che fra l’utente e il media si stabilisce una vera e propria interazione. In tal senso, possiamo definire ogni singolo social media come una semiosfera, ossia una rete di codici comunicativi: il ciclo dei contenuti, dalla loro produzione alla fruizione, insieme al sistema linguistico adottato e alle regole (interiorizzate dall’utente o imposte dalla piattaforma) che regolano gli scambi comunicativi, ci permettono di dedurre le caratteristiche di una determinata cultura. La scrittura assume una funzione di completamento (specialmente in piattaforme come Instagram), eppure mantiene il potere di chiarire il messaggio, di guidare verso una corretta decodifica. Con gli strumenti che il linguaggio ci offre siamo in grado di fare pressoché qualsiasi cosa: imporre un’azione, raccontare una storia, proporre un indovinello, creare mondi possibili. Certo, questo “peso” non ricade esclusivamente su chi emette il messaggio, anzi. Il destinatario può assumere atteggiamenti diversi: la modalità di lettura che mi pare adattarsi all’oggetto della nostra indagine è quella “resistente”, che mira esclusivamente alla decostruzione del testo. Nel momento in cui pubblichiamo qualcosa su un social media, quel post chiede di essere commentato e, dunque, interpretato: chiede, insomma, che l’utente compartecipi alla costruzione di senso. 

Le rappresentazioni di genere veicolate da dispositivi di potere, quali i media tradizionali e i social media, hanno una rilevanza crescente nella produzione (e nella fruizione) dei modelli di genere, a tal punto che sembra non avere più senso una distinzione netta fra media e società. 

Luce Irigaray parla di «soggettività denegata alla donna […]: oggetto di rappresentazione, di discorso, di desiderio», tendenza ancor più evidente sui social media, dove la rappresentazione del genere femminile può apparire contraddittoria. I meccanismi dello sguardo e le pratiche di osservazione caratteristiche del male gaze coinvolgono il soggetto femminile nella sua dimensione corporale attraverso un processo di ipersessualizzazione, ma non soltanto. Per estensione, lo sguardo maschile si impone sulle soggettività femminili a tutto tondo, divenendo quasi un filtro attraverso cui esperire la realtà e produrre senso. Come si manifesta nella vita quotidiana? Nel machismo, nella mascolinità tossica, nel revenge porn, nella maggior parte della pornografia; ma anche nei proverbi, nel mansplaining, nella resistenza all’utilizzo dei femminili professionali e nel cosiddetto sessismo benevolo (“le donne non si toccano nemmeno con un fiore”, “gli uomini devono essere forti e proteggere la loro donna”). E così via. 

Vorrei proporre, adesso, alcuni esempi di commenti che, in fase di raccolta, fra Facebook, Instagram e YouTube, ho trovato più rappresentativi delle tendenze comunicative che abbiamo già intravisto, un vero e proprio micro-repertorio di violenze verbali, che puntano esclusivamente alla distruzione e alla delegittimazione del ruolo, dell’autorevolezza, della competenza delle singole personalità prese di mira e, per estensione, di tutto il genere femminile. La tematica costante è quella del sesso, nelle sue molteplici manifestazioni: l’oggettificazione del corpo femminile, lo slut shaming, il giudizio sulle abitudini sessuali (sulla loro mancanza o sulla loro “eccedenza”). Di seguito, due commenti dall’account Instagram di Carlotta Vagnoli, sex columnist e attivista femminista:

“Ma questa continua esibizione del corpo? La linea tra esibire e mostrare è molto sottile … una donna può nostrarsi anche vestita … un uomo non ha bisogno di foto nude/mezze nude per affermarsi … questa è la parità”

“Sempre più nuda e tatuata… Alla faccia della sbandierata dignità delle….”donne”. Sai fare anche altro nella vita? 😉 Chiedo per un amico… Ahahah…Per la felicità di tutti i mdd del web dalla mano amica. Ahahaha…”

A tal proposito, mi sembra utile ricordare la nozione di «scopofilia», usata negli anni Settanta da Laura Mulvey per indicare come il piacere dello sguardo, in una società patriarcale, appartenga esclusivamente alla dimensione maschile. Per comprendere pienamente il suo funzionamento, bisogna tenere conto della duplice direzione che segue la tattica di delegittimazione basata sulla sessualizzazione del corpo: mostrare il proprio corpo sui social (se il corpo è considerato appetibile in senso standard) equivale ad avere abitudini sessuali libertine e a voler attirare l’attenzione, mentre mostrare un corpo al di fuori dei canoni prestabiliti equivale ugualmente a voler attirare l’attenzione, ma su un corpo che non la merita, se non per essere deriso. Alla delegittimazione per abitudini sessuali (“sei una tr**a”) e a quella per mancanza di abitudini sessuali (“una bella sc****a ti farebbe bene”), si affiancano quindi quella per aspetto fisico (“sei troppo magra”, “sei troppo grassa”, “sei troppo attraente”, “sei troppo poco attraente”) e per età (“sei troppo vecchia”). 

L’attacco alla professionalità è un altro leitmotiv dei commenti sui social media, una delle molteplici manifestazioni della radicata convinzione secondo la quale informarsi su Internet, magari leggendo a nostra volta dei commenti o limitandoci al titolo di un articolo, sia bastevole a renderci persone esperte in qualsiasi settore. Uno di questi è la linguistica, che negli ultimi anni, fra l’avvento di petaloso e la polemica sui femminili professionali, si è ritrovata improvvisamente alla ribalta. E così, sembrano essersi moltiplicati i linguisti. 

Ecco alcuni commenti al video, pubblicato su YouTube, del TEDx Il potere delle parole giuste, tenuto da Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer e in linguaggio inclusivo. 

“Sì, ma non incazzarti”

“ottima lezione ma lei non mi piace per niente, non riesce a creare empatia : ha un modo di esprimersi incazzoso, sembra aggressiva. Dovrebbe studiare un po’ IL LINGUAGGIO DEL CORPO, non solo le parole…..”

“perdonami, credo che dovresti bere un bicchiere di vino prima di fare un video. ti aiuta a liberarti e dare un senso. sembra che leggi senza spirito.”

“guarda, a me stai sui maroni e possiamo andare avanti all’infinito credimi, fallita repressa e frigida”

 Anche in questo caso, non ci stupiamo della ricorrenza di elementi dichiaratamente sessisti, accompagnati dalla critica alla presunta incapacità di comunicare adeguatamente i concetti. È interessante notare come la mancanza di professionalità, in parecchi casi, sia in un certo senso attribuita al nervosismo di cui viene tacciata Gheno. Del resto, un’altra delle tattiche di demolizione più gettonate è quella basata sull’accusa di isteria (“sei pazza”, “datti una calmata”). Questi commenti evidenziano un altro tratto ricorrente delle interazioni conversazionali sui social media: nonostante Gheno sia una professionista e, dunque, lo scambio si svolga fra interlocutori che non si pongono sullo stesso piano gerarchico, la cornice del social media non solo permette, ma agevola il fatto che ogni utente possa mantenere un ampio margine di autonomia nell’interazione, anche se non possiede (che ne sia cosciente o meno) gli strumenti per intrattenere una conversazione paritaria sull’ argomento. 

            In questo breve scritto ho cercato di offrire una panoramica degli atteggiamenti comunicativi che, nella mia esperienza di utente dei social media e di lavoratrice del settore, ho imparato a riconoscere come pervasivi e trasversali. Si tratta di uno strumento che, se maneggiato con cautela, può offrire uno spazio di libertà unico in cui conoscere e conoscersi. È per questo che una critica cieca nei confronti del loro funzionamento non solo non avrebbe fondamento, ma distoglierebbe dalla conoscenza profonda di una parte fondamentale e caratterizzante del nostro essere umani oggi. Nella speranza che si impari a prestare attenzione, perché l’odio non trovi ulteriore spazio. 


Articolo scritto da Chiara Paterna, immagine di Marina Ravizza.

IL CALCIO FEMMINILE, UNA QUESTIONE DI TECNICA E CULTURA.

Quando siamo piccole e piccoli ci raccontano delle storielle che diventano subito i più grandi stereotipi contro cui ci troveremo a lottare per tutta la nostra vita: rosa per le femminucce/azzurro per i maschietti e poi la danza per le bambine/il calcio per i bambini. Storielle che creano subito disuguaglianza e discriminazione. 

Mi sono sempre occupata di parità di genere in politica e nell’impresa, ma nel calcio mi mancava. E invece è arrivato anche questo “campo”: a gennaio sono stata eletta Responsabile Calcio Femminile del Comitato Regionale Abruzzo della Lega Nazionale Dilettanti e anche qui ho deciso di mettere tutto il mio impegno per andare oltre gli stereotipi e lavorare su una cultura del calcio che sia al contrario inclusiva, che faccia sentire alle bambine e alle ragazze di essere a casa, che faccia comprendere loro che il calcio è uno sport di e per tutte e tutti. In fondo a portare le bambine e i bambini su un campo di calcio sono gli stessi motivi: entusiasmo, passione, voglia di divertirsi e stare con gli altri, senso di libertà nel dare un calcio a un pallone, voglia di sentirsi parte di una squadra. È per questo che rispetto e uguaglianza sono contenuti chiave nel nostro progetto per il calcio femminile abruzzese per i prossimi 4 anni. 

La breccia culturale aperta dalle Ragazze Mondiali nel 2019 e la vittoria dell’Italfutsal (Calcio a 5) alla Freedom Cup nel 2020 hanno portato l’Italia e i suoi colori nel mondo, conquistando i cuori degli italiani e delle italiane, e avviando negli ultimi anni una nuova stagione per il movimento del calcio femminile. Solo qualche numero sul calcio a 11 femminile nel nostro Paese: nel 2019 le calciatrici tesserate in Italia erano circa 24 mila, con un incremento di squadre femminili nelle società dilettantistiche; Qs Sport ha stimato un incremento del +40% del numero di richieste di iscrizione presso le scuole calcio femminili (fonte: www.mentalfootball.it).

Una crescita quantitativa che negli anni è stata accompagnata da una crescita tecnico-agonistica continua delle calciatrici: le accusavano di gioco lento, poco avvincente e appassionante, ma credetemi ultimamente ho visto diverse partite della Serie A e vederle correre, giocare e segnare smentisce quelle critiche. 

Ma complice di questa crescita deve essere necessariamente un lavoro che incida e diffonda i principi e la bellezza del calcio femminile, una cultura fatta di tanti “passaggi”, tematiche e sensibilità, che nasce dai valori dello sport, valori base in cui chi ama il calcio si ritrova.

E poi il calcio femminile merita dirigenti preparati/e a ogni livello. La formazione e la conoscenza devono “investire” tutte le società, soprattutto quelle dilettantistiche che spesso vivono una vita sportiva – e non solo – di provincia. L’alimentazione, il tema del corpo, la prevenzione, il rispetto e l’uguaglianza, la comunicazione sono tematiche così vicine al ruolo della calciatrice che costituiscono il cuore di un sistema di formazione che va messo al centro di questa nuova cultura del calcio femminile. E solo dando a queste società gli strumenti giusti, potranno crescere.

Lo sport del calcio va letto anche come un grande strumento di empowerment delle bambine e delle ragazze: il sapere di poter portare avanti la passione per il proprio sport permette di andare oltre gli stereotipi, superare le discriminazioni, giocare e vincere in campo ma soprattutto nella vita. Di realizzare se stesse e i propri sogni, insomma. Il calcio ha un ruolo sociale che non dobbiamo dimenticare, anzi che dobbiamo rimettere al centro, come la palla su un campo da gioco prima del calcio d’inizio di una partita.

Nulla esiste se non viene nominato, poiché non entra nell’immaginario collettivo. È per questo che le storie del calcio femminile, quelle delle calciatrici, delle loro Società o delle scuole calcio, vanno raccontate, e poi raccontate, e raccontate ancora con l’obiettivo di dare un modello a cui guardare perché continuino a nascere nuovi futuri esempi. Dinamismo, benessere, positività e determinazione rappresentano questo calcio oggi, un calcio che dà role model, modelli di giovani donne, ambasciatrici dello sport praticato, appassionate e capaci, a cui possono ispirarsi le tante bambine che scelgono questo sport, preferendolo ad altri. 

Perché negli anni in cui finalmente il calcio femminile si avvia al professionismo – dal 2022 anche le calciatrici si vedranno contributi pagati e malattie riconosciute – le bambine devono sapere che in questo sport possono fare finalmente carriera.

A marzo sul palco di Sanremo una di loro, la bomber della Juventus e calciatrice della Nazionale, Cristiana Girelli, ha mandato un grande messaggio: 

“Dal Mondiale qualcosa è cambiato. A tutti quelli che mi chiedono cosa sia successo, rispondo che siamo un gruppo forte e unito che, quando ha deciso di andare in Francia, lo ha fatto non tanto per vincere, ma per mandare un messaggio socio-culturale ben preciso: d’ora in poi ci sono due nazionali da tifare, perché c’è anche quella femminile”.

Cristiana Girelli


Il mio obiettivo è creare anche in Abruzzo una nuova generazione di giovani calciatrici, perché il calcio femminile è la grande occasione che questo sistema ha perché tutto il calcio possa crescere e migliorarsi.


Articolo di Laura Tinari, Responsabile Calcio Femminile – L.N.D. Comitato Regionale Abruzzo. Immagine di Claudia Valentini.

L’impatto della Brexit sulle donne nel Regno Unito

L’Unione Europea è sempre stata un’influenza positiva nello sviluppo delle politiche di genere del Regno Unito.

Il 31 dicembre, esattamente alle 23:00 (mezzanotte a Bruxelles), dopo quasi quattro anni di aspre negoziazioni, tre piani di ritiro falliti e due elezioni generali, la Gran Bretagna ha formalmente terminato 47 anni di relazione con l’Unione Europea. Ma il mondo post Brexit non sembra essere dei migliori per le donne.

Il rapporto “Women & Brexit” scritto da Mary Honeyball, eurodeputata e Vice Presidente del Women’s Rights and Gender Equality Committee del Parlamento europeo, e Hannah Manzur, Gender Policy Advisor per Jackie Jones MEP, mette in evidenza le implicazioni legali, economiche, politiche e sociali della Brexit e l’impatto negativo che avranno sulle donne.

All’interno del progetto della Brexit, i diritti delle donne sono stati sacrificati e non considerati degni dell’attenzione generale. Le donne nel Regno Unito si stanno facendo carico dei costi di una decisione politica in cui la loro voce e i loro interessi non sono stati adeguatamente rappresentati.

L’IMPATTO DELLA BREXIT SUI DIRITTI DELLE DONNE E SULLA PARITÀ DI GENERE

Con la perdita della protezione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, della Corte di Giustizia e della giurisprudenza dell’UE, gli attuali diritti standard di uguaglianza saranno vulnerabili a modifiche, abrogazioni e revoche post-Brexit.

A rischio sono i diritti e gli standard di lavoro attuali e futuri a vantaggio delle donne; questi includono i diritti alla protezione delle lavoratrici in maternità e i congedi parentali e di assistenza, i diritti delle lavoratrici atipiche e le quote di genere nei consigli di amministrazione delle aziende.

In questo report viene messo in evidenza come il governo britannico, infatti, non sia riuscito a intraprendere azioni necessarie per proteggere i diritti standard, rifiutandosi di seguire le raccomandazioni dell’EHRC e del Comitato delle donne, dimostrando noncuranza nei confronti dei diritti delle donne e della parità di genere.

L’IMPATTO SOCIOECONOMICO DELLA BREXIT SULLE DONNE

I costanti e continui tagli all’economia dovuti alla Brexit e all’Austerity post-COVID continueranno e avranno un impatto devastante e sproporzionato sull’economia femminile.

Gli accordi presi non tengono conto dell’esistente disparità di genere e contribuiranno a rendere il gender pay gap e il divario pensionistico ancora più grande, aumentando lo svantaggio economico delle donne.

• Si prevede che l’austerity continuerà a causa della Brexit, in gran parte a scapito delle donne che hanno sostenuto nell’ultimo decennio l’86% dei costi delle politiche di austerity.

• I previsti tagli alla spesa pubblica colpiranno più duramente le donne in quanto utenti primari dei servizi pubblici, beneficiarie di sussidi sociali, lavoratrici del settore pubblico e assistenti di cura non retribuite.

• Le donne sono i principali ammortizzatori della povertà famigliare e sosterranno il peso maggiore degli aumenti della spesa famigliare, indotti dalla Brexit e della diminuzione del reddito.

SOTTORAPPRESENTAZIONE DELLE DONNE NEI MEDIA

Le donne non sono state rappresentate nel corso dei dibattiti parlamentari, nelle ultime campagne elettorali e nelle posizioni decisionali chiave sulla Brexit. Tra i ministri impegnati nella negoziazione con l’Unione Europea, le donne rappresentavano solo l’11- 25%.

Oltre alle loro voci, anche il tema donne e Brexit è stato emarginato. Non vi è stato alcun dibattito formale in Parlamento, solo il 2-6% del programma della campagna referendaria ha affrontato questioni di parità di genere. Non vi è stata nessuna menzione in Parlamento da parte dei primi ministri Theresa May e Boris Johnson e pochissima copertura mediatica a riguardo.

Secondo il report e l’analisi condotta dal Women’s Equality Party, il post-Brexit vedrà una grave tendenza verso l’esclusione e il silenziamento delle voci e degli interessi delle donne, con una predominanza di quelli maschili, offuscati dal mito di una Brexit “gender-neutral”.

Il linguaggio mascolinizzato della campagna e le tattiche di silenziamento, che sono state utilizzate contro le giornaliste e le politiche nel corso degli ultimi quattro anni, continueranno. Il post-Brexit avrà un effetto sui diritti delle donne e sui gruppi e le organizzazioni che lottano per garantire la parità di genere in termini di influenza politica, nel lavoro, di advocacy, capacità di networking e potere di lobbying.

La perdita o la diminuzione di queste capacità potrebbe rallentare il progresso sull’uguaglianza di genere, inibendo il lavoro di individui e gruppi che spingono verso il cambiamento.

È probabile che questi gruppi verranno anche colpiti dalla diminuzione dei fondi post-Brexit, poiché il finanziamento sostitutivo del Regno Unito è incerto e i dettagli su importo, priorità e allocazione restano ancora indeterminati.

IMPATTO SULLE COMUNITÀ NERE, ASIATICHE, EUROPEE E LGBTQI +

Il rapporto esplora anche il carattere intersezionale del problema, individuando come alcuni gruppi di donne verranno più colpiti di altri dall’impatto della Brexit.

Le nuove leggi avranno implicazioni in particolar modo sulle migranti nere, asiatiche e su altre minoranze etniche, sulle musulmane, sulle donne disabili e LGBTQI +, nonché sulle vittime di violenza e su tutte le donne che vivono in Galles, Scozia e Irlanda del Nord.

Anche le cittadine europee dovranno affrontare una moltitudine di sfide legate al nuovo “settled status” che andrà a svantaggiarle in modo sistematico.

L’Unione Europea, tra l’altro, forniva miliardi che andavano a finanziare progetti legati alla parità di genere e all’uguaglianza sociale, e milioni erano quelli destinati a organizzazioni femminili e servizi di supporto.

Il defunding post-Brexit per gruppi e servizi sta già raggiungendo il punto di rottura e, a causa dell’austerity, è già stato negato un supporto vitale ai servizi “che cambiano e salvano la vita” a migliaia di donne vulnerabili.

Il finanziamento sostitutivo del Regno Unito è infatti precario e disorganizzato: il Fondo britannico non ha ancora rilasciato dettagli sull’ammontare, l’allocazione, la durata o le priorità dei fondi, lasciando i gruppi e i servizi femminili in un limbo.

Un rapporto del governo ha riconosciuto che i finanziamenti potrebbero diminuire come risultato diretto della Brexit, nonostante la retorica pubblica suggerisca il contrario.

Inoltre, la Brexit sta creando diversi rischi per le vittime di violenza sessuale e domestica in un momento in cui i servizi di sostegno alle donne sono cronicamente sotto-finanziati.

Il Regno Unito continua a ritardare indefinitamente la ratifica della Convenzione di Istanbul, mentre i tassi di violenza sulle donne nel Regno Unito sono tra i peggiori in Europa (e in aumento).

Le vittime non avranno più accesso a protezioni di trans-frontiera come gli EPO (il governo ha respinto gli emendamenti per mantenerli), i fondi vitali dell’UE per i servizi di supporto sono minacciati.  Si prevede inoltre che la violenza domestica aumenterà man mano che le famiglie si troveranno ad affrontare le difficoltà economiche indotte dalla Brexit.

Per quanto riguarda le migranti e i requisiti per il “diritto di soggiorno”, la situazione è già complessa, ma con la Brexit potrebbe aggravarsi.

L’inattività economica legata alle responsabilità di assistenza e di cura della famiglia e degli anziani rende la condizione economica delle migranti estremamente precaria, aumentando le difficoltà nell’acquisire uno status stabile per i figli, e difficoltà nell’accedere ai documenti richiesti per il permesso di soggiorno, in un sistema progettato essenzialmente per “l’uomo produttivo”.

Mandu Reid, Leader del Women’s Equality Party, crede che Covid e Brexit potrebbero segnare l’inizio di un cambiamento per i diritti delle donne nel Regno Unito.

“Da appassionata “remainer” è difficile affrontare la realtà della Brexit, ma è necessario. Ciò che non è necessario è il declino dei diritti conquistati dalle donne con fatica, ed è per questo che, da leader del Women’s Equality Party, sarò vigile sulle mosse che questo governo farà”.

Mando Reid, leader del Women’s Equality Party.

Fonti:

Women and Brexit

Statement from Mandu Reid on the government’s mini-budget 2020


Articolo scritto da Rossella Forlè, immagine di Marina Ravizza.

Periodica #3: cinque curiosità sulle mestruazioni da giocarsi all’aperitivo.

Non so voi, ma la mia cultura odierna è stata fortemente impattata dalla Settimana Enigmistica: ogni volta che andavo a trovare i nonni, mi fiondavo a divorare le rubriche Forse non tutti sanno che.. e l’Edipèo Enciclopedico. Adoro conoscere una moltitudine di aneddoti più o meno rilevanti, che sommati mi permettano di leggere il mondo e raccontarlo con molte più sfumature.

La scienza dimostra che l’apprendimento è stimolato dalla curiosità, che per fortuna può essere allenata. Periodica vuole essere un punto di partenza per una maggior comprensione e conoscenza del ciclo mestruale e dei suoi impatti sulle nostre vite e sulla società.

Per questo, sperando ci perdonerete l’azzardo di accostarci a ben più famose e storiche rubriche, vi proponiamo una prima selezione di curiosità legate al ciclo mestruale. Pur esistendo fantastiliardi di leggende e false credenze sulle mestruazioni, i 5 Lo sapevi che? di questa rubrica sono fatti reali, che speriamo possano diventare argomento di conversazioni che aiutino a smantellare le dicerie sull’argomento, e che soprattutto rendano le mestruazioni un argomento interessante di cui parlare. 

CURIOSITÀ N° 1: le mestruazioni nello spazio

Grazie a un gruppo di solerti scienziati della Nasa le mestruazioni sono diventate un argomento spaziale. Nel 1983 Sally Ride fu la prima astronauta statunitense a raggiungere lo spazio. In preparazione alla missione, che sarebbe durata 7 giorni, le fu chiesto se 100 fosse un numero di tamponi adeguato a fronteggiare le sue eventuali mestruazioni in orbita. Lei dribblò l’evidente scarsa conoscenza dell’argomento dei colleghi con grande eleganza, rispondendo laconicamente che no, non sarebbe stato un numero adeguato. 

La giustificazione di scienziati e ingegneri fu che la proposta dei 100 tamponi nascesse dall’intenzione di “voler solo essere sicuri”. Ok, ma sicuri rispetto a cosa? Probabilmente rispetto a un tema così tabù da metterli a disagio. Cento tamponi non sono bastati a proteggerli, anzi, li hanno fatti entrare nella storia per l’ignoranza dimostrata sulle tematiche di gestione dell’igiene mestruale. E se ci sono cascati degli scienziati della Nasa, è sicuro che abbiamo ancora un gran lavoro di divulgazione da fare.

Oggi, a scanso di equivoci, la Nasa ha assunto Varsha Jain, fisica britannica nota come “Ginecologa Spaziale”. Nonostante questa figura più competente, le astronaute scelgono generalmente di ritardare l’arrivo delle mestruazioni in occasione di missioni spaziali con metodi ormonali

CURIOSITÀ N°2: la banca del sangue mestruale

Secondo alcuni il mondo è governato dalle banche. Oltre alle banche tradizionali, esistono effettivamente la banca del seme, la banca del tempo, ma sapevate che esiste anche la banca del sangue mestruale? 

Il sangue mestruale è in effetti una risorsa preziosissima, che merita di essere raccolta e utilizzata per migliorare la nostra salute a partire dalle cellule staminali in esso contenute.

Semplificando, le cellule staminali sono cellule ad alto potere rigenerativo che non hanno ancora assunto una specializzazione e che possono quindi trasformarsi in diverse tipologie di cellule mature. Vengono raccolte, ad esempio, dal midollo osseo, per poter essere utilizzate per rigenerare organi e tessuti coinvolti in caso di patologie o conservate in via preventiva, come per le cellule del cordone ombelicale.

All’interno del sangue mestruale troviamo cellule staminali dette “rigenerative endometriali” (Erc) capaci di differenziarsi in nove differenti tipi di tessuti, tra cui cardiaco, epatico e polmonare. Senza addentrarci nelle caratteristiche scientifiche più dettagliate, gli aspetti più interessanti sono sicuramente due.

Il primo riguarda la rapidità con cui possono essere coltivate e replicate in laboratorio, incredibilmente superiore se comparato alle cellule prelevate da cordone ombelicale e midollo osseo. Uno studio ha mostrato che da 5 millilitri di sangue mestruale prelevato da donne sane si possono ottenere abbastanza cellule staminali da coltivare, nel giro di due settimane, cellule cardiache funzionanti, che si contraggono come il cuore.

Il secondo aspetto ha a che fare con semplicità e frequenza di raccolta: il sangue mestruale può essere comodamente raccolto con normali coppette siliconiche in maniera non invasiva né dolorosa, a differenza degli altri tipi di staminali, e può essere prelevato durante tutto il periodo fertile della vita.

Ad oggi esistono alcuni istituti privati internazionali che offrono servizi di raccolta e conservazione del sangue mestruale, e possiamo augurarci che con l’avanzamento della ricerca scientifica sull’argomento si arrivi ad avere una gestione pubblica che permetta a chiunque abbia le mestruazioni di contribuire al proprio benessere e a quello di tutta la società. 

CURIOSITÀ N° 3: il film Disney sulle mestruazioni

Spesso i film Disney sono oggetto di discussione circa l’impatto che hanno nel formare la percezione dei ruoli di genere in spettatori più o meno giovani. Negli ultimi anni, sono state tantissime le eroine che hanno reso evidente lo sforzo nel ridurre il gender gap e che seguono decenni di principesse bellissime sì, ma che necessitavano dell’intervento maschile per essere salvate da svariate situazioni difficili.

L’approccio sembrerebbe lineare: dopo tanti anni di narrazione tradizionalista, si passa ad una visione più contemporanea, che rinnovi anche il posizionamento del brand, ma c’è un elemento sorprendente in questa storia. Nel 1946 Disney pubblicava The Story of menstruation,il primo cortometraggio sulle mestruazioni. Non solo: si tratta della prima opera audiovisiva in cui si nomina la vagina. 

Non si tratta certo di un cortometraggio memorabile per la sceneggiatura, quanto più di un filmato informativo, sponsorizzato dal brand Kotex, che abbiamo conosciuto nel secondo articolo di Periodica, che però offre alcuni consigli scientificamente accurati. Certo, il sangue mestruale è rappresentato in bianco e vi sono riferimenti alla visione del ruolo femminile di donna e madre tipici della società dell’epoca, ma sono apprezzabili l’intenzione di fare educazione sull’argomento, il fatto che le mestruazioni siano chiamate mestruazioni, e che vengano sfatati alcuni miti perché, come dichiarato nel corto, “There’s nothing strange or mysterious about menstruation”, non c’è nulla di strano o misterioso riguardo alle mestruazioni.

A seguito della proiezione riservata alle sole studentesse, veniva consegnato loro Very Personally Yours, un fascicolo di approfondimento che conteneva anche un diario per tenere traccia del ciclo. La proiezione del cortometraggio è proseguita nelle scuole americane fino alla fine degli anni ’60, raggiungendo circa 100 milioni di studentesse. 

Nonostante alcuni limiti, The Story of Menstruation parla in modo più chiaro e meno imbarazzato di mestruazioni e corpo femminile di quanto facciano molti materiali odierni. Sarebbe auspicabile che venissero sviluppati nuovi contenuti educativi da portare in tutte le scuole italiane, anche ispirati alle intenzioni di questo primo esperimento.

 CURIOSITÀ N° 4: il potere dell’emoji a forma di goccia di sangue mestruale

La normalizzazione delle mestruazioni passa anche attraverso gli strumenti di comunicazione disponibili per parlarne. 

Gli emoji sono simboli pittografici che hanno un significato globale, che supera le barriere linguistiche e che arricchiscono le nostre conversazioni digitali scritte. Ne esistono praticamente per rappresentare ogni cosa: dagli stati d’animo, agli elementi naturali e artificiali, fino alle idee. Eppure, fino al 2019 non esisteva un emoji dedicato alle mestruazioni.

Potrebbe sembrare una questione di poco conto ma non lo è, perché, come visto nel primo articolo di Periodica, facciamo ancora tantissima fatica a parlare di mestruazioni e a chiamarle per nome. Questo ci allontana da una reale comprensione del funzionamento del nostro corpo e dell’empowerment che ne può derivare. In questo senso, un semplice emoji che rappresenta una goccia di sangue diventa uno strumento potentissimo per portare le mestruazioni nelle nostre conversazioni nel modo più normale e quotidiano possibile, soprattutto per le generazioni più giovani.

La nascita di questo emoji è stata travagliata e caratterizzata dalla necessità di trovare compromessi. Nel 2017, la no profit inglese Plan International, che si occupa di educare le generazioni più giovani, realizza una ricerca che evidenzia l’opportunità di contrastare lo stigma legato al ciclo con uno strumento di comunicazione adeguato.

Plan International quindi indice un sondaggio online che coinvolge circa 55.000 utenti e che identifica nel pittogramma rappresentante un paio di mutande macchiate di sangue l’emoji ideale per parlare di mestruazioni. Lo presenta quindi al Consorzio Unicode – responsabile della gestione globale degli emoji – ma riceve un secco rifiuto. Pur di raggiungere il risultato prefissato però stringe una partnership con il Servizio Sanitario Nazionale Inglese, in particolare con la sezione trasfusioni di sangue, presentando questa volta il simbolo della goccia di sangue, che viene accettato. 

Certo si tratta di un compromesso, in quanto l’accettazione è legata al fatto che la goccia di sangue possa essere connessa al più ampio tema della donazione e non solo delle mestruazioni. Ciò detto è auspicabile che l’utilizzo quotidiano di questo emoji ne rafforzi il riferimento al sangue mestruale.

CURIOSITÀ N° 5: l’isola degli uomini mestruati

La narrazione comune ci abitua a pensare alle mestruazioni come ad una gigantesca inutile scocciatura, ma questa visione rispecchia un approccio maschilista e patriarcale in cui viene sottovalutato e sottostimato l’impatto generativo del ciclo mestruale. 

Secondo l’interpretazione dello psicanalista austriaco Bruno Bettelheim questo atteggiamento denigratorio si spiegherebbe con una invidia da parte degli uomini nei confronti del potere femminile di sanguinare: “Potrebbe darsi che la gravidanza e le mestruazioni elevassero le donne a tal punto che gli uomini cercarono di imporre dei tabù e dei miti sgradevoli sulle donne in flusso mestruale”.

Questo tipo di visione potrebbe essere confermato da alcune ritualità che si ritrovano in comunità tribali in Australia, Sud America, Africa e alle Isole Fiji, in cui gli uomini praticano riti che permettono loro di simulare le mestruazioni.

Il caso più noto è certamente quello praticato dagli uomini di Wogeo, nota anche come Isola degli uomini mestruati, in Papua Nuova Guinea, che emulano la purificazione mestruale incidendo mensilmente i genitali affinché emettano sangue durante i rituali, e rendendoli più somiglianti alla vulva tramite la cicatrice generata.

Un altro rito che simula la generazione della vita è invece attuato dalla popolazione australiana dei Wonkgongaru che, per propiziare la pesca, vede gli uomini immergersi in acqua e perforarsi lo scroto per fertilizzarla.  

Certamente sono casi distanti dalla nostra esperienza quotidiana, ma che ci aiutano a cambiare prospettiva e capire che le mestruazioni non sono una tematica esclusiva di genere.

Alcuni spunti che ci portiamo a casa da questo articolo enciclopedico, perché ehi, la teoria va sempre messa in pratica:

  • Nemmeno gli scienziati della Nasa conoscono a sufficienza il ciclo mestruale. Fare divulgazione quotidiana è un impegno per tutte le persone che vivono le mestruazioni.
  • Ci sono grandissime potenzialità ancora inesplorate legate al sangue mestruale che possono avere impatti importanti sulla salute pubblica. Sono necessarie azioni affinché queste tematiche vengano incluse nelle agende politiche e scientifiche.
  • La cultura sulla comprensione e normalizzazione delle mestruazioni deve coinvolgere le nuove generazioni fin dall’infanzia.
  • Le nuove tecnologie possono essere nostre alleate nella promozione di un approccio linguistico più inclusivo e che aiuti a scardinare tabu ormai anacronistici.
  • Il sangue mestruale non è raccapricciante. È ora che le persone smettano di sentirsi schifate di fronte a un evento biologico che non solo è naturale ma ha evidenti poteri rigenerativi.

Periodica è una rubrica a cura di Martina Palmese. Immagine di Alessandra D’Amico.

In borsa #2: che cos’è l’investimento “con la lente” di genere?

Il mondo finanziario è sempre più attento al tema gender diversity. Si tratta di una questione di convenienza? Probabile, dal momento che la parità di genere è in grado di apportare anche benefici economici.

Nel secondo appuntamento di “In borsa” voglio parlarvi del Gender Lens Investing (GLI). L’investimento “con la lente” di genere è un approccio di investimento finanziario, diffuso soprattutto nei Paesi anglosassoni, che ha come obiettivo quello di coniugare il perseguimento di risultati economici con un impatto positivo sulla vita delle donne.

I fattori che vengono analizzati da operatori e operatrici impegnat* nel Gender Lens Investing quando prendono le loro decisioni di investimento sono molteplici:

  • equità sul posto di lavoro, intesa anche come supporto economico e finanziario alle imprenditrici;
  • analisi delle condizioni che favoriscano l’accesso ai capitali;
  • realizzazione di prodotti e servizi in grado di beneficiare le donne (come, per esempio, percorsi di formazione e aggiornamento professionale o accesso a servizi di welfare aziendale).

Il Gender Lens Investing viene fatto rientrare nel più ampio settore degli investimenti ESG (Environmental, Social, Governance), perché chi investe “con la lente” nonsolo ottiene rendimenti superiori alla media, ma incide anche in modo significativo sullo sviluppo economico e sociale.

Esistono molti studi che dimostrano come negli ultimi anni i fondi di investimento abbiano iniziato a dichiarare l’uso del GLI nella selezione delle aziende su cui investire.

Uno di questi studi è il Wharton Project Sage 2.0, condotto da Wharton University of Pennsylvania e Social Impact Initiative. I suoi obiettivi sono vari, ma ne indico tre che, ai fini di questo articolo, sono i più rilevanti:

  • Fornire un panorama aggiornato di fondi di private equity/debt, venture capitalche operano con una lente di genere.
  • Presentare le tendenze nel settore in ottica di genere.
  • Fornire informazioni sul motivo per cui i fondi che utilizzano costantemente una lente di genere nei loro investimenti spesso non lo dichiarano pubblicamente.

Quello che emerge, infatti, è che molti fondi oggetto dello studio non sono commercializzati né pubblicizzati esplicitamente come investimenti GLI, ma il loro approccio diventa chiaro dal confronto diretto con chi gestisce i fondi stessi. 

L’effetto di questo atteggiamento è che è sempre più difficile determinare quali fondi e quali attività di impatto rientrano negli investimenti con lente di genere.

A ciò si aggiunga la complessa questione di quali attività/elementi siano da far rientrare nella categoria degli investimenti GLI (che chi investe sia una donna? O che l’investimento abbia un impatto sulle donne?). In tal modo la definizione di gender lens investing si amplia, ma i suoi contorni diventano più sfumati.

Di certo, c’è più interesse e più capitale finanziario che sta confluendo nel settore dei private markets,ma ancora c’è molto da fare rispetto all’uniformità di definizione e, soprattutto, rispetto a un processo codificato di selezione delle aziende su cui investire grazie all’approccio GLI.

L’elemento interessante dello studio Project Sage 2.0 è dato dal fatto che sono stati selezionati fondi che agiscono “con la lente”, pur non dichiarandolo esplicitamente. 

La ricerca si è concentrata su circa 87 fondi di investimento: nel 2017, nella prima versione del Project Sage, le aziende in cui erano investiti questi fondi erano circa 500; nel 2019, quando è uscita la seconda versione, le aziende sono diventate più di 800. A livello geografico, il Nord America è stata nuovamente la regione su cui si sono concentrati più investimenti: tuttavia, rispetto alla prima versione dello studio, la percentuale è scesa a favore di altre aree geografiche, come l’Europa o l’Africa. 

Ma che cosa hanno risposto i gestori di questi fondi alla domanda su cosa intendano per gender lens investing

• Promuovere le professioniste nella finanza (più gestrici di fondi e donne nei comitati di investimento);

• Promuovere le donne nella leadership aziendale;

• Promuovere prodotti e servizi che migliorano la vita delle donne;

• Promuovere le aziende che trattano “bene” le dipendenti;

• Promuovere le aziende che migliorano la vita delle donne.

In conclusione, vorrei tornare all’ultimo dei tre obiettivi del Project Sage 2.0, cioè dare informazioni sul perché questi fondi che concretamente utilizzano un approccio GLI non lo rendano pubblico. 

Due dati sono interessanti più di altri: il 75% di chi ha risposto ritiene che il proprio impatto sulle donne (o sul tema di genere in senso ampio) sia ovvio e che non sentono il bisogno di dichiararlo esplicitamente. Tuttavia, il 63% ha affermato di non dichiarare pubblicamente la propria lente di genere per non scoraggiare i potenziali investitori che non sono attenti o non ritengono rilevante questo obiettivo.

Ed è qui che si inserisce una riflessione finale sul valore dell’informazione e della diffusione dei dati: quanto più i dati sulle performance delle aziende guidate da donne saranno disponibili, quanto più l’attività di sensibilizzazione sul valore della diversità in azienda e nel sistema economico e finanziario diventerà patrimonio comune, tanto più sarà possibile far confluire investimenti su quella parte della nostra società che produce ricchezza, ma che finora ha avuto poca attenzione dagli operatori finanziari qualificati e scarso accesso ai capitali.

Vuoi recuperare il primo articolo di “In borsa”? Clicca qui.


La rubrica “In borsa” è curata da Valentina Proietti Muzi, immagine di Claudia Valentini.

Cos’è il curriculum nascosto?

Le bambine si considerano meno brillanti dei loro coetanei maschi. Ciò avviene tra i cinque e i sei anni secondo un recente studio pubblicato su “Science”.

Lin Bian, ricercatrice dell’Università dell’Illinois che ha condotto la ricerca, afferma che questi risultati potrebbero avere importanti implicazioni per le donne nella scelta della propria carriera, spingendole a tenersi lontane da studi associati all’intelligenza, come fisica, filosofia o ingegneria e modificando così fin dai primi anni di vita le traiettorie educative e di carriera.

Com’è possibile? Perché le bambine, sin dalla prima elementare, pensano che i maschi siano più bravi di loro?

Una delle teorie più interessanti per spiegare questo fenomeno è il curriculum nascosto (hidden curriculum).

Il curriculum nascosto è quell’insieme di valori e comportamenti non esplicitamente menzionati legati alla sfera degli stereotipi di genere. Il curriculum nascosto “passa” attraverso i media per l’infanzia, i materiali didattici, le relazioni, il linguaggio, le aspettative degli e delle insegnanti, le attese delle famiglie sul futuro di figlie e figli.

Ecco di seguito qualche esempio concreto per avere consapevolezza dei messaggi impliciti che le bambine e i bambini imparano sin dalla prima infanzia:

SCUOLA

Vari studi di Paesi diversi hanno mostrato che gli e le insegnanti tendono a incoraggiare passività e conformismo nelle loro allieve, mentre valorizzano indipendenza e individualità negli allievi.

In questo modo si consente ai maschi un comportamento peggiore, ritenendolo naturale (“boys will be boys”), e per la stessa ragione ci si aspetta che le femmine si facciano carico di attività di tipo “domestico” come prendersi cura degli altri o mettere in ordine l’aula. Generalmente, si percepiscono le femmine come più cooperative e malleabili e i maschi come più sicuri e capaci. Anche quando si ritiene che le femmine siano studenti migliori, come dal corpo insegnanti di scienze nello studio maltese di Chetcuti (2009), la ragione che si adduce è comportamentale e non cognitiva o intellettuale. Le femmine quindi sarebbero più precise nel loro lavoro e “più studiose” dei maschi. Così, la generale inconsapevolezza di chi insegna nell’utilizzo del genere come fattore importante di organizzazione e di classificazione, unita ai preconcetti impliciti sul genere, ha avuto un effetto profondo sul comportamento di studenti e studentesse. Presenti nella stessa classe, ascoltando le stesse lezioni, leggendo lo stesso libro di testo, le bambine e i bambini ricevono quindi un’istruzione molto diversa.

MATERIALE DIDATTICO

In una recente ricerca, Irene Biemmi, ricercatrice e formatrice esperta di Pedagogia di genere e delle pari opportunità, evidenzia come la scuola “si configura come motore propulsore di una visione tradizionale e stereotipata dei ruoli maschili e femminili, a partire dai libri di testo”. 

I testi scolastici offrono indicatori importanti sulla diffusione degli stereotipi di genere nel sistema educativo. Influisce molto il linguaggio usato: ad esempio, i maschi “ridono”, le femmine “ridacchiano”. Il 59% dei protagonisti sono maschi e le professioni a loro attribuite sono 50, contro le 15 svolte dalle donne. Un personaggio femminile su 4 è definito solo dal ruolo di madre. E quelle che non cucinano vengono criticate.

Così “i bambini lettori vengono incentivati a ‘puntare in alto’ offrendo loro un’ampia possibilità di scelta e modelli particolarmente gratificanti; per le bambine vale l’esatto contrario”. Perché “se la maggior parte delle professioni (e in particolare quelle più prestigiose e appetibili) sono attribuite al genere maschile sarà altamente improbabile che una bambina possa aspirare a farle proprie“. “Il lavoro casalingo è gravoso ma mai remunerato, e quindi viene inteso spesso dai bambini come un dovere biologico della donna-madre-moglie”.

CARTELLI STRADALI

Nel segnale triangolare che allerta l’automobilista circa la prossimità di luoghi frequentati dai e dalle minori (scuole, campi da gioco, giardini) c’è un bambino con una borsa grande che corre tenendo per mano una bambina con una borsa piccola. Il chiaro messaggio di questo segnale rimanda non solo all’idea della protezione del bambino verso la bambina, ma le diverse dimensioni delle borse ci fanno immaginare che il bambino abbia molte più cose interessanti da trasportare rispetto alla bambina.

ABBIGLIAMENTO

I bambini e le bambine normalmente non indossano borse e borselli, rispetto agli adulti hanno quindi un bisogno maggiore di mettere qualcosa in tasca: la macchinina con cui giocare quando si annoiano, i sassolini raccolti al parco, le caramelle, il fazzoletto. Ma spesso troviamo nei capi per maschi tasche e taschini vari, nei capi per femmine tasche finte o del tutto assenti. Delle semplici tasche ci fanno capire che, secondo i brand d’abbigliamento, i bambini hanno qualcosa da conservare delle loro avventure, le bambine no.

CARTONI ANIMATI

“Frozen” è stata una vera rivelazione per le famiglie e per la Disney, che finalmente ha potuto riscattarsi da decenni di principesse che aspettavano il principe per essere salvate. Fought e Eisenhauer, due linguiste della North Carolina State Universityhanno esaminato dodici classici Disney prodotti tra il 1937 e il 2013.

Hanno rilevato che i personaggi femminili hanno in media meno linee di dialogo rispetto a quelli maschili. In “Frozen”, che ha ben due protagoniste, si arriva solo al 41%. Mentre le principesse “datate” hanno più linee di dialogo rispetto a quelle recenti: Biancaneve e Cenerentola recitavano rispettivamente circa il 50% e il 70% delle battute dei loro film.

Attraverso questi prodotti culturali, educhiamo le bambine e i bambini all’abitudine di ascoltare meno la voce delle donne.

Le bambine e i bambini non nascono amando il rosa o il celeste, i giocattoli da femmina e da maschi. Ad un certo punto, lo imparano attraverso un insieme di prodotti, comportamenti e linguaggio che creiamo tutti i giorni in modo più o meno inconsapevole.

FONTI ED APPROFONDIMENTI

Gender stereotypes about intellectual ability emerge early and influence children’s interests

Gender bias in education

Differenze di genere nei risultati educativi

Frozen Mouths: Disney Heroines Get Way Less Talk Time Than Male Characters

The Long, Sexist History of ‘Shrill’ Women

CONSIGLI

“Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta” di Rossella Ghigi


Articolo scritto da Anna Delli Noci, immagine di Marina Ravizza.

Come un animale arrabbiato che non vuole stare lì. L’endometriosi.

Endometriosi:​ il nome di questa malattia deriva da “endometrio”, il rivestimento interno dell’utero. Parliamo quindi di una malattia che interessa la femmina, e in particolare che ha come punto focale, anche se non necessariamente unico, l’apparato riproduttivo femminile e tutto ciò che è ad esso legato o da esso è influenzato.

Ricominciamo: l’endometriosi è una malattia che tocca la vita, che ti costringe a letto e no, non è una scusa per saltare l’interrogazione, che ti pianifica i giorni senza che tu possa aver tanto da dire sul calendario, l​’endometriosi è saltare la gita a Parigi in quarta liceo perché sai che ti verranno le mestruazioni e non ce la farai. È svenire in viaggio, è programmarsi la vita, è un blackout di dolori, nausea, impotenza e sangue sui jeans anche con tre assorbenti. Che, quando è giunto il momento di scegliere di avere un figlio, potrebbe avere molto più peso del tuo desiderio.

Le cellule dell’endometrio, durante il normale ciclo mestruale, attraversano varie fasi nelle quali l’endometrio modifica il proprio spessore. L’endometriosi si verifica quando queste cellule si trovano all’esterno dell’utero, per esempio ovaie o altri organi, più frequentemente addominali ma non solo. La presenza di queste cellule crea una condizione cronica di infiammazione, che debilita a vario livello la donna che ne soffre. Quando invece la crescita anomala di cellule endometriali avviene all’interno dell’utero, solitamente con infiltrazione della parete muscolare, si parla di adenomiosi​. L’associazione tra endometriosi e adenomiosi è ​sempre più documentata.​

Ricominciamo: l’endometriosi è sentire che una parte di te così importante, che volente o nolente ti caratterizza nella tua fisicità, almeno quella biologica, ti si ribella contro, come un animale arrabbiato che non vuole stare lì. È combattere con la femmina dentro di te, cercare una strada per ritornarle amica e non sempre trovarne una.

Non tutte le donne che hanno l’endometriosi (si stima siano il 10-15% delle donne in età riproduttiva) ne soffrono in maniera grave e la sintomatologia più variare di molto. Tra i sintomi più frequenti, infertilità o ipofertilità (30-40% dei casi), rapporti sessuali dolorosi, mestruazioni dolorose, dolore pelvico, stanchezza fisica, intestino irritabile, gonfiore addominale, stitichezza, nausea, cefalea. La malattia ha tantissimi livelli di gravità, anche se principalmente viene classificata secondo la stadiazione dell’American Fertility Society adottata anche dal nostro sistema sanitario, che ne riconosce 4 stadi. La classificazione però è ​spesso considerata parziale,​ perché si basa esclusivamente sulla rilevazione chirurgica della malattia e non su altri esami diagnostici (come risonanza magnetica ed ecografia transvaginale) e non riesce a valutare la “endometriosi profonda”, una forma di infiltrazione molto invasiva, valutata invece dalla classificazione Enzian. Sembra tutto un po’ vago? Lo è: nonostante la sempre maggior consapevolezza di medicə, ricercatori, ricercatrici e donne, l’endometriosi rimane una malattia sfuggente, che richiede molto spesso anni e anni (in media addirittura 9) per venire diagnosticata.

Ricominciamo di nuovo: anni e anni di “eh purtroppo ti tocca”, “sei fatta così”, “anche io, anche la nonna”, fino a quei terribili commenti che ti fanno credere sia tutto nella tua testa, o sia tu la debole, quella che le basta un niente per star male, quella che esagera. ​Poi, un giorno, perplessa e confusa, mentre un sintomo più grave del solito ti spinge a cercare forsennatamente su Internet tutte le alternative, finalmente un consulto con un medico specializzato ti permette, forse quasi con sollievo, la scoperta che tutti quei malesseri hanno un senso. E poi inizia una strada nuova.

L’approccio terapeutico all’endometriosi è principalmente di due tipi: chirurgico e medico. Stiamo parlando di una malattia cronica, il che significa che non c’è una cura definitiva, e la scelta di come procedere è legata a talmente tanti fattori che dare una descrizione generale di questo aspetto riesce difficile, e pericolosamente imprecisa. Si va dalla laparoscopia, considerata il “golden standard”, a vari tipi di terapie ormonali che hanno soprattutto lo scopo di controllare la malattia, all’uso, naturalmente, di antinfiammatori e antidolorifici per garantire uno stile di vita più accettabile. Anche l’alimentazione è una dimensione che sta acquisendo sempre più importanza, tant’è che la Fondazione Italiana Endometriosi comunica sul proprio sito una serie di i​ndicazioni alimentari​ molto precise.

L’endometriosi tocca tutto, alcune persone delicatamente, altre con mani pesanti di gigante. A volte quel gigante sembra proiettare la sua ombra ovunque. A volte, invece, è un gigante sulle cui spalle possiamo salire, per vedere che no, non siamo solo la nostra malattia, il nostro dolore, la solitudine che ci abita dentro. La ricerca prosegue, la consapevolezza evolve, e resta la cosa più importante: non siamo più sole.

Link Utili:

Pagina dedicata del Ministero della Salute
Fondazione Italiana Endometriosi
Centro nazionale endometriosi del gruppo Malzone
Pagina dell’American Society for Reproductive Medicine Articoli sulla classificazione Enzian dell’endometriosi profonda


Articolo e immagine di Mariachiara Tirinzoni.