Ferocia e libertà – Le brigantesse del diciannovesimo secolo.

Tempo fa ero alla ricerca di una storia per realizzare il mio primo cortometraggio di finzione. Seguendo la mia idea di cinema, cercavo qualcosa di emotivamente forte, un pugno nello stomaco per chi lo avrebbe guardato, qualcosa che però allo stesso tempo aderisse al mio desiderio di rappresentare ruoli femminili diversi e meno stereotipati sullo schermo. È stato aprendo un libro di storia che mi sono imbattuta in un mondo di donne forti e combattenti che ancora non conoscevo e il cui fascino mi ha catturato immediatamente. Saprete certamente di cosa parlo quando dico “brigantaggio”, un fenomeno esploso nel diciannovesimo secolo. Pochi sanno, però, che tra quei briganti lì molte erano le donne, tanto da meritare un intero libro che le raccontasse, “Il bosco nel cuore” di Giordano Bruno Guerri:

“Nel Sud, dopo l’unità d’Italia, le donne hanno scoperto che la libertà poteva riguardare anche loro. Molti italiani che avevano creduto in Garibaldi si sono sentiti traditi da uno stato che non ha mantenuto le sue promesse e li ha abbandonati prima ancora di farli cittadini. Molti si sono dati alla macchia, in una rivolta anti-sabauda. E alcune donne li hanno seguiti. Donne dimenticate, ridotte nella memoria alla stregua di sbandate immorali e sanguinarie. Invece erano madri, mogli, figlie. Alcune schiacciate dal proprio destino, altre hanno divorato la vita, dimostrando il coraggio e l’intraprendenza di vere guerriere. Spinte dall’amore per un uomo o per un figlio, costrette dalla necessità a difendere il loro mondo. Animate da un dignitoso amor proprio, hanno imbracciato il fucile e si sono battute. Sono le brigantesse. (…)”

Sin dalle prime pagine, nonostante la drammaticità delle storie, ho respirato un’aria benefica di rivoluzione e libertà, e un eroismo femminile di grande potenza. Mi sono immedesimata in una donna del sud Italia nel 1800, letteralmente schiacciata dal patriarcato, dai codici d’onore e di comportamento che erano legge, e di conseguenza ho pensato a quale cuore da leonessa dovessero avere quelle che tra loro hanno fatto la scelta così folle, coraggiosa, irriverente, di mollare tutto e vivere tra i boschi, imbracciando un fucile, imparando a sopravvivere da latitanti. Perché le donne – in quanto donnenon diventavano solo criminali per la legge, ma perdevano totalmente l’onore davanti agli occhi della gente di quel tempo, facendo una scelta rischiosa, senza possibilità di riscatto. Tra l’altro, le storie lo testimoniano, a volte queste donne non godevano di grande rispetto nemmeno tra i briganti stessi, e alcune di loro hanno fatto una brutta fine, come Marta Cecchino. Un nome che non riesco a dimenticare, perché nel suo caso è stata proprio l’espressione più manifesta della sua femminilità a condannarla: la maternità. Dopo mesi trascorsi nei boschi insieme a suo fratello e agli altri della banda, Marta si era innamorata di un brigante da cui aspettava un bambino. Ma il suo compagno morì presto in un combattimento, lasciando Marta nel gruppo priva di protezione. Lo stesso fratello, durante una delle fughe, vedendola sempre più affaticata a causa della gravidanza, ne ordinò l’esecuzione. Marta fu uccisa con una fucilata alla schiena nel sonno perché con quella pancia era diventata un peso. Come se la sua gravidanza fosse una colpa.

Altre brigantesse condividono con Marta una tragica fine, ma le loro gesta vengono ricordate come leggendarie. Michelina De Cesare è una di queste. Una capobanda scaltra, coraggiosa, imprendibile. Più rispettata degli uomini. Fu lei la mente di strategie di guerriglia che portarono al successo numerosi saccheggi. Proprio perché forte ed eroica, fu la brigantessa che subì il pubblico ludibrio più infame: dopo che fu uccisa, le stracciarono le vesti e venne trascinata a seno scoperto da un carretto per tutto un paese. Esiste una foto famosa, orribile, che la ritrae. Umiliata soprattutto perché era una femmina che aveva osato sfidare con coraggio gli uomini, vivendo come loro, tra loro, mostrandosi addirittura migliore. Non riesco a non vedere in quell’umiliazione così meschina nient’altro che una vile paura dell’audacia femminile, castigata, in segno di ammonimento per tutte le altre donne.

È la storia personale di quelle donne a renderle brigantesse. Soprusi e crudeltà che non erano più disposte a sopportare e che le hanno spinte alla ribellione feroce. Francesca La Gamba era una filandiera che, ancor prima del risorgimento, rifiutò le avances di un ufficiale francese. L’uomo per punirla fece fucilare i suoi figli trovando una scusa. Francesca promise di mangiargli il cuore. Si unì ai briganti dell’Aspromonte finché tra massacri e fughe riuscì a ritrovarsi finalmente faccia a faccia con l’ufficiale. E mantenne la promessa.

Un’altra donna spietata fu Maria Oliviero, detta Ciccilla, moglie di un brigante. Le cronache del suo processo vennero scritte nel 1864 addirittura da Alexander Dumas, allora direttore de “L’Indipendente” di Napoli, e la fecero diventare la più famosa brigantessa del Sud Italia. I calabresi cantavano di lei “lu cori comu na petra”. Anche per lei tanta ferocia nasceva dall’aver accumulato una vita di soprusi, tradimenti. Era stata addirittura oggetto di rappresaglie da parte dei sabaudi quando il marito l’aveva abbandonata per darsi alla macchia.

Perché tutte queste donne in quel periodo trovarono finalmente il coraggio di scappare da una società che le reprimeva, al costo di pagarne le conseguenze con la morte? La mia personale opinione è che durante gli anni della spedizione di Garibaldi si viveva un periodo di transizione. Il Regno delle Due Sicilie, così come era conosciuto, si stava sgretolando insieme alle sue certezze, e questo diede coraggio a molte donne per ribellarsi.

Della storia di Niccolina Licciardi e Bizzarro, la coppia di briganti che ha ispirato il mio cortometraggio, non voglio svelarvi troppo ovviamente. Posso dire, però, che l’ho scelta tra così tante storie impressionanti perché in Niccolina ho visto innanzitutto una donna piena di quelle fragilità purtroppo tipiche delle donne vittime di violenza dei nostri giorni. In fondo, il legame relazionale tra un uomo e una donna si alimenta sempre delle stesse dinamiche, mette in gioco paure, rapporti di forza che sicuramente hanno qualcosa che trascende gli aspetti culturali e sociali di un tempo. Tragicamente, ci sono ancora uomini che vedono le donne come Bizzarro vedeva Niccolina, e ancor più tragicamente, ci sono donne che come Niccolina cercano la propria forza in un compagno, senza capire che in realtà loro quella forza ce l’hanno già dentro, ed è lì che devono cercarla.


Articolo di Serena Corvaglia, regista di “Mille scudi”, corto ispirato alla vera storia della brigantessa Niccolina Licciardi nell’Italia del 19esimo secolo.

Tra i premi fin qui collezionati: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Fotografia alla Digital Media Fest; Miglior Film Giuria Popolare a Storia in Corto FF; Premio della Critica per il Miglior Film all’Ivelise Cinefestival; Miglior Montaggio al Gulf of Naples.

Pubblicato da serenacorvaglia

Film Director

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