Quando i simboli del passato non muoiono mai: colori e moda femminista ieri e oggi.

La moda parla, la moda parla sempre e con lei i colori che sfilano in passerella, alla televisione, sui social network. 

E la moda femminista? Esiste? Eccome, e sono proprio i colori a fare da fil rouge tra passato e presente. Andiamo indietro nel tempo e riavvolgiamo il nastro della storia, fermandolo a fine 1700. 

Nel bel mezzo della Rivoluzione Francese, vediamo le prime tracce di un movimento per l’emancipazione femminile dipinto da Olympe de Goudes (pseudonimo di Marie Gouze, la cui storia purtroppo finirà in tragedia). Uno dei suoi più famosi ritratti la vede avvolta in una stola bianca, candida, così sensoriale che riusciamo a sentirla scivolare tra le dita. 

Quel colore è già l’inizio di qualcosa, sebbene in realtà non abbiamo prove ufficiali legate al suo uso a quei tempi.  

Dalla Francia saltiamo all’Inghilterra, dove la lotta per l’emancipazione femminile comincia a prendere piede e ad acquisire sempre maggiore forza. La tenacia delle donne si fa sentire ogni giorno di più fino a quando, nel 1869, nasce il movimento delle Suffragette, destinato ad ampliarsi.

Tra lotte, scioperi, incendi e un forte senso di rabbia che brucia giorno e notte, le Suffragette trovano il modo di portare avanti un simbolismo cromatico essenziale ma estremamente riconoscibile. Ancora oggi. 

Tra i colori del movimento spiccano il bianco, il viola, il verde e anche il giallo (o l’oro); ognuno è utilizzato in relazione a valori ben precisi. Si parla di simbolismo proprio per questo motivo.

La verità delle parole è una cosa differente dalla verità della percezione o della fisica. Semplicemente non riguarda una lunghezza d’onda, ma una categoria culturale.” 

Riccardo Falcinelli, Cromorama, Einaudi, Torino, p.112
Frame estrapolato da una scena del film “Suffragette” di Sarah Gravon.

Che cosa significano questi colori? A che cosa si riallacciano e perché? 

Il viola si lega al concetto di lealtà, mentre il giallo (o l’oro) potrebbe essere la trasposizione metaforica dei girasoli del Kansas, lo Stato in cui Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony– due grandi esempi del primissimo femminismo statunitense – danno vita a numerose e importanti campagne.

Il giallo negli Stati Uniti, il verde nel Regno Unito – questo cambiamento è dovuto all’associazione del verde con la speranza

E il bianco? Si presta come tela su cui poggiare piccole e significative macchie di colore. Diventa così una base da cui partire, per sdoganare i classici stereotipi cromatici del femminile e del maschile (ma questa è un’altra storia). 

C’è chi abbraccia questa teoria cromatica e chi, invece, propende per una visione più “strategica” della questione. Si potrebbe concepire come un simbolo di riconoscibilità, qualcosa che, nel marasma delle rivolte e del caos, funge da messaggio in codice o di appartenenza alla stessa parte. In quest’ottica i colori diventano parte integrante di uno stesso significato profondo: la fiducia.

Infatti durante i cortei e le manifestazioni le stesse Suffragette riescono a riconoscersi tra loro anche solo per un semplice accessorio: una collana di pietre verdi (il peridoto), una di perle o un anello dallo stile art nouveau in ametista. 

Ora, fate bene attenzione.

GWV: “Green, White, Violet” – “peridoto, perle, ametista” – “Give Women Vote”.

Una coincidenza?

L’ETERNO RITORNO DELLA MODA AI GIORNI NOSTRI

Capita allora che il passato non smetta mai di bruciare dentro il presente: si fa sentire, spinge per emergere e ritorna più vivo che mai. 

In tempi assai recenti, Kamala Harris ha indossato per il suo primo discorso da vicepresidente degli USA un tailleur bianco in onore alla lotta delle Suffragette.  

Harris non è stata la prima a scegliere il bianco con tale significato: hanno optato per lo stesso colore Shirley Chisholm quando è diventata la prima donna afroamericana eletta al Congresso; Geraldine Ferraro quando ha accettato di diventare la prima candidata donna alla vice-presidenza alla convention del 1984; Hillary Clinton, nel 2016, nel momento della candidatura alla presidenza degli Stati Uniti durante la convention democratica e Alexandria Ocasio-Cortez, nel 2019, per l’elezione al Congresso.

Ma la moda femminista non è stata solo colori.

Ci sono stati i bloomers: nati durante la metà dell’Ottocento grazie alla personalità di Elizabeth Smith Miller e all’amica attivista Amelia Bloomer, questi nuovi pantaloni diventarono presto il simbolo della rivoluzione e della rinascita. Purtroppo la loro conseguenza negativa fu quella di rendere riconoscibili le Suffragette e trasformarle in bersaglio di discriminazioni, offese e umiliazioni.

I bloomers esistono ancora oggi, in forma leggermente differente, ma esistono.

Caratteristica era anche la shirtwaist, una blusa decorata con pizzo e fronzoli, la cui impostazione era considerata l’unione del femminile e del maschile (pizzo e fronzoli VS corpetto e bottoni verticali). Anche questo è un capo che non è mai morto e che possiamo vedere ancora oggi nei negozi delle grandi catene del fast fashion.

Entrando nel mondo delle grandi firme, come dimenticarsi del “We Should All Be Feminist” di Maria Grazia Chiuri per la SS 2017 di Dior?

Per non parlare dello slogan “The Future Is Female” che ha fatto capolino sulla t-shirt indossata da Bella Hadid alla sfilata di Prabal Gurung alla NY Fashion Week. 

Colori, consistenze, tessuti, drappeggi, scritte simboliche e accessori: una buona fetta della moda oggi vuole riprendere pensieri e concetti del femminismo storico e, soprattutto, vuole portare alla luce l’immagine di una donna lontana e sradicata dagli stereotipi soffocanti della società.

Liberiamoci dagli schemi, dalle regole fisse, da che cosa è giusto e cosa è sbagliato indossare, da ciò che potrebbero pensare vedendoci con un abito “maschile” e tanto, tantissimo altro. Coco Chanel è stata la prima e ne sarebbe fiera. 

La moda parla, la moda parla sempre ed è importante che lanci messaggi femministi evitando ulteriori stereotipi.

La moda parla, la moda parla sempre; lasciamola parlare. 


Articolo di Marta Mancosu, immagine di Marina Ravizza.

 

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