Il workwear non è un affare da donne.

Secondo i dati Istat del 2020, il numero complessivo di professioniste in alcuni settori ritenuti storicamente maschili è aumentato. Qualche esempio? L’ambito di costruzione di macchinari speciali ed equipaggiamenti nel 2015 contava 514 mila lavoratrici, nel 2019 la quota sale a 544 mila. Anche un settore come quello dei corrieri segna un incremento delle donne impiegate: dalle 180 mila unità del 2015 alle 194 mila del 2019.

Spostiamo pesi, guidiamo Tir, cambiamo gomme e per farlo abbiamo la necessità di indossare dell’abbigliamento da lavoro idoneo a proteggerci, adatto alle esigenze e che renda agevoli i nostri movimenti. 

Ad esempio, se lavori nella logistica e ti occupi di usare muletti e movimentare pacchi, la tua mansione richiederà che ti pieghi e alzi tante volte al giorno. Inoltre sentirai la necessità di avere a portata di mano un taglierino per sistemare i pacchi, una penna per firmare le bolle e altri attrezzi. Per questo ti servirà un buon pantalone da lavoro, che abbia un elastico in vita per seguire tutti i tuoi movimenti e capienti tasche per riporre gli strumenti e lasciarli lì pronti all’uso.

Se sei una lavoratrice, però, il pantalone che avrai a disposizione probabilmente non sarà progettato sulla tua conformazione fisica. Uomini e donne hanno bacini diversi e questo richiede lo sviluppo di un capo che tenga conto di questa differenza per garantire il comfort e la praticità necessari a poter lavorare al meglio. 

Purtroppo non abbiamo a disposizione i capi giusti, perché l’abbigliamento da lavoro è pensato e studiato sull’anatomia maschile.
Il mondo del workwear è fermo da decadi, cristallizzato in una concezione atavica e maschilistica delle necessità professionali, dove sembra che le donne non siano mai entrate e soprattutto che non debbano mai farlo.

Basti pensare che in Italia i 4 principali brand di produzione di abbigliamento da lavoro hanno solo il 5% della loro offerta costituita da capi specifici per le donne.

Una completa assenza di pantaloni, tute, giubbetti appositamente studiati per i corpi femminili che svolgono lavori manuali ci costringe a scegliere capi non progettati su di noi, che dobbiamo spesso arrangiare, vivendo e lavorando sentendoci a disagio e con poco comfort.

Negli USA, spesso terra di importanti ondate di innovazione e tendenze, timidamente si affacciano alcune start up che progettano abiti da lavoro only for women.

È il caso di Holdette, azienda guidata da Sarah Greisdorf, laureata alla Boston University, che si propone come designer della prima linea di abbigliamento professionale studiata per le esigenze delle donne (con tasche reali!).

Capi funzionali, ma nice looking che potrebbero portare una contaminazione stilistica anche nel panorama workwear italiano, rivisitando il classico pantalone da lavoro maschile.

Quello dell’abbigliamento da lavoro è un mercato che vale 340 milioni di euro in Italia (dati ISTAT 2017) e che segna una crescita lineare dal 2011.

E quello dell’abbigliamento femminile da lavoro è un settore ancora troppo poco studiato, tanto che è difficile reperire studi e ricerche a riguardo.

Un vuoto di dati che ci rende “Invisibili”, per citare il libro di Caroline Criado Perez sulle conseguenze dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica e lavorativa.

Dateci il workwear che meritiamo – e gli stessi salari dei nostri colleghi.


Articolo di Francesca Marcandalli, immagine di Marina Ravizza.

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