Periodica #1: perché non parliamo di mestruazioni?

Tra i lasciti del 2020, mi ha colpito la nascita del neologismo “Infodemia”, definita come “Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento”.

Se da un lato, in un periodo di tempo così breve e concitato, la diffusione di informazioni su un virus nascente ha preso il sopravvento creando disorientamento, dall’altro – per la ragione esattamente opposta – esiste altrettanta confusione su una condizione che interessa più della metà della popolazione e che esiste dall’alba dei tempi.

L’avrete già capito, (non) parliamo di mestruazioni. 

Non è incredibile che si discuta così poco – sia nella sfera privata che in quella pubblica – di qualcosa che fa parte in maniera così pervasiva e ricorrente delle nostre vite?

Su questo tema possiamo veramente dare i numeri: sanguiniamo dai 2 ai 7 giorni al mese per circa 40 anni. Nell’età fertile, ogni donna ha in media 450 cicli mestruali, per un totale di circa 7 anni passati con indosso un assorbente, un tampone o una coppetta (sempre che siamo sufficientemente fortunate da vivere in una zona del mondo in cui ci sia accesso a prodotti adeguati). 

Il ciclo mestruale è un fenomeno che ci caratterizza, non un evento eccezionale e trascurabile. Sebbene approfondirne il più possibile la conoscenza migliorerebbe l’esperienza che ogni mese coinvolge così tante donne e ragazze nel mondo, la narrazione a riguardo è minimizzata, spesso stigmatizzata.  

Secondo un’analisi del 2019 di AstraRicerche, per circa la metà delle donne italiane le mestruazioni sono “fuori della normalità”, per il 26,5% causa di disagio o imbarazzo, per il 25,7% invalidanti. Le intervistate e intervistati coinvolti nella ricerca concordano però su un punto di vista incoraggiante, il 69% ritiene infatti che “una corretta comunicazione potrebbe contribuire a migliorare la salute delle donne vista l’ignoranza diffusa su alcuni disturbi e malattie legate alle mestruazioni” (75,3% delle donne e 62,8% degli uomini).

Ed è con questo impegno che diamo ufficialmente il via a Periodica, la rubrica ideata per Hella Network, per promuovere conversazioni e riflessioni sul ciclo mestruale. Perché ciò che siamo non dovrebbe mai limitare le nostre opportunità.

Un approccio sano e consapevole alle mestruazioni può avere un impatto migliorativo sulla qualità della vita di donne e ragazze e favorire un reale avanzamento della gender equity.

Nel corso della storia, infatti, i patriarcati – supportati dalle religioni – hanno utilizzato le mestruazioni come prova della subalternità femminile rispetto alla normalità maschile. Questa narrazione è costruita e perpetrata sull’idea che la condizione normale sia non avere le mestruazioni: chi le ha deve adattarsi, come se non esistessero. In questo scenario si sono sviluppati i pregiudizi che etichettano le donne e ragazze mestruate come “contaminate”, “sporche” e “impure”, e che negano la normalità e potenza di questo fenomeno biologico legato intrinsecamente alla generazione della vita.

Inoltre la scarsa rappresentazione femminile, sia nei ruoli di potere che in ambito medico, ha reso ancor più difficile parlare apertamente e consapevolmente di ciclo mestruale all’interno della struttura sociale e della comunità scientifica, con conseguente scarsità di politiche dedicate ad una maggior inclusività e studi a tema salute e benessere delle donne. Questo è ciò che accade quando nella discussione manca la diversity, e cioè la rappresentazione di punti di vista che diano risalto a background e necessità differenti.

Il primo passo per infrangere questo stigma è chiamare le cose con il loro nome

Non so voi, ma oltre a combattere una silenziosa battaglia contro scomodità ed inadeguatezza della maggioranza dei prodotti in commercio per l’assorbenza (ne parleremo nel prossimo articolo), ho passato buona parte dell’adolescenza (e ben oltre in tutta onestà) a cercare il modo più socialmente accettabile per parlare di quel sanguinamento che ogni mese vivevo come una immensa scocciatura.

Nonostante a casa mia fosse promosso un illuminato uso del termine mestruazioni, proprio non mi ci ritrovavo. 

“Mestruazioni” – che viene dal latino di estrazione medica “Mestruatio” (mensilità), derivato dall’avverbio “menstrum” (una volta al mese) – mi suonava vecchio, decisamente poco cool e per nulla aggregante, mi vergognavo ad utilizzarlo. Le opzioni a disposizione erano quindi non parlarne per nulla, o parlarne come ne parlavano tutti. Ed è così che – con un certo sollievo – sono approdata al primo eufemismo: finalmente durante l’adolescenza avevo “le mie cose”! Crescendo però il problema si è ripresentato, perché “le mie cose” non mi sembravano sufficientemente sofisticate, ed è così che, grazie ad un nuovo gruppo di amiche, ho iniziato ad avere “il ciclo”.

“Il ciclo” ha fatto parte del mio vocabolario a lungo, almeno fino a che, grazie ad approfondimenti sull’argomento, ho capito che l’utilizzo di questa formula non raccontava in modo adeguato la complessità e ricchezza del ciclo mestruale – che è costituito da fasi specifiche e con caratteristiche che hanno un impatto sulla nostra vita personale, relazionale e lavorativa. 

Il ciclo mestruale inizia il primo giorno di una mestruazione, il periodo in cui si verifica il sanguinamento, dovuto allo sfaldarsi dell’endometrio in caso di ovulo non fecondato. Termina il giorno prima dell’inizio di quella successiva. Indicare con il termine ciclo mestruale i giorni in cui la donna ha la mestruazione è quindi sbagliato e riduttivo, perché minimizza tutti quei cambiamenti ormonali e fisiologici che avvengono tra una mestruazione e l’altra.

La sovrapposizione semantica tra ciclo mestruale e mestruazioni è piuttosto comune: il report di AstraRicerche ci riporta che il 58,1% degli Italiani, in particolare donne e giovani 18-34enni utilizzano il termine “ciclo” per definire la mestruazione. Meno utilizzato – ma con prevalenza tra gli uomini – è il termine “cose”. Seguono poi moltissimi modi di dire (il marchese, le armate rosse, problemi femminili e molti altri), poco rilevanti numericamente, ma che raccontano il tentativo o necessità di evitare di nominare direttamente il ciclo mestruale.  

Le parole sono potenti: riappropriarci della comprensione del funzionamento del nostro corpo e, di conseguenza, della sua narrazione, rappresenta un’enorme opportunità di empowerment di genere ed è nostra responsabilità superare i limiti che ci sono stati imposti. 

Su questo fronte rimane memorabile il contributo della giornalista ed attivista Gloria Steinem, che nel 1978 pubblicò il saggio satirico “If men could menstruate” (se gli uomini avessero le mestruazioni), un testo sagace e provocatorio che afferma che

“sono le caratteristiche di chi ha potere, chiunque sia, ad essere pensate come migliori delle caratteristiche di chi non ne ha”.

In tal senso, secondo l’autrice,

“se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no, le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi.”

Per lasciarci con un impegno, propongo di partire da alcuni semplici esercizi quotidiani che possano aiutarci a riprendere il controllo sulla narrazione ciclica. Sono alcuni spunti a partire dai quali potremmo stilare un manifesto per rendere la comunicazione su questo argomento più inclusiva e rappresentativa, vi invitiamo quindi a condividere i vostri feedback ed integrazioni nei commenti all’articolo:

1.  Chiamiamo le mestruazioni, mestruazioni. Impegniamoci a riconoscere e superare il disagio che spesso proviamo pronunciando questa parola.

2. Evitiamo di essere promotrici di visioni distorte che associano qualsiasi variazione umorale alle mestruazioni (es: “Che caratterino oggi…hai il ciclo?”). A volte siamo più irritabili e di cattivo umore semplicemente perché lo siamo, e no, non siamo disposte ad essere accusate di isteria solo perché intendiamo far valere il nostro punto di vista, né quando abbiamo le mestruazioni, né mai.

3. Smettiamo di nascondere assorbenti o tamponi. Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi e, se siete curiose di conoscere prodotti nuovi, più sostenibili e comodi, seguite il prossimo articolo.


Articolo di Martina Palmese, immagine di Alessandra D’Amico.

Sleeping Giants, ovvero: quando il programmatic può nuocere al brand.

Conosci Breitbart?
Si, è quello: il sito di notizie che ha come direttore esecutivo Steve Bannon, ex consigliere di Trump e sovranista indemoniato, lo stesso che poche settimane fa ha chiesto a gran voce la decapitazione del Dr. Fauci, tanto per citare un episodio recente.
Breitbart è stato per una decina d’anni il megafono della politica americana di destra.  E, grazie proprio a Steve Bannon, nel 2016 è diventato anche il maggior (peggior?) sito di diffusione di fake news, orientate principalmente a sostenere le posizioni sovraniste dell’estrema destra e il delirio di onnipotenza di Trump.
Operazione riuscita benissimo; ma un giorno dal nulla è comparsa l’organizzazione Sleeping Giants.
I suoi fondatori, Matt Rivitz e Nandini Jammi, allora si occupavano in vario modo di comunicazione e osservavano gli stessi fenomeni: Breitbart vantava un gran traffico di utenti e prosperava anche grazie agli inserzionisti pubblicitari. Possibile che aziende come BMW, Visa, Kellogg’s e AT&T fossero d’accordo nel pubblicare i propri banner pubblicitari di fianco a notizie perlopiù false e faziose?
Un po’ per rabbia, un po’ per sfida, Jammi e Rivitz cominciarono a segnalare agli investitori la presenza dei loro brand su Breitbart. Le prime segnalazioni vennero pubblicate su Twitter, diventando presto virali. Le aziende non potevano ignorarle; come reazione iniziarono a inserire Breitbart nella lista dei siti su cui non far comparire la propria pubblicità. Un’azienda dopo l’altra, un brand dopo l’altro, entro febbraio 2017 oltre 800 inserzionisti avevano abbandonato Bannon, causando al suo sito la perdita del 90% delle entrate.
L’effetto non secondario della campagna di Sleeping Giants ha riguardato però i e le marketers delle più grandi aziende, che hanno cominciato ad interessarsi più da vicino alla destinazione reale dei loro investimenti in adv. Perché contare le visualizzazioni va bene, ma contribuire alla diffusione di posizioni bigotte e di odio va un po’ meno bene. 

Se la reputazione è un bene importante, che “money just can’t buy”, meglio non sprecare denaro proprio là dove rischi di rovinartela.

E quale purpose più o meno altisonante potrebbe reggere se affiancato alla continua proposizione di affermazioni suprematiste e per niente inclusive?

Sleeping Giants non è mai diventata un’azienda; è tuttora un’iniziativa di attivismo sociale, che non produce reddito ma che ha esteso le proprie attività ad altri Stati, prendendo di mira altri divulgatori di odio. 

Le vicende tra i due founder non sono andate bene: Nandini Jammi ha accusato di aver subito gaslighting da parte di Matt Rivitz.

Con l’arrivo della pandemia Jammi si è resa conto che la reazione delle aziende verso le news più controverse era stata eccessiva, tanto da portarle ad includere nella lista nera anche quei siti che parlavano di Covid. Praticamente, tutti i siti di informazione, creando così un grave danno al settore editoriale (basti pensare che in pochi mesi una testata come Wired USA è arrivata a perdere il 41% dei proventi pubblicitari). 
Serviva correggere la rotta e aiutare le aziende a capire. A giugno ha quindi creato, insieme a Claire Atkin, la startup Check My Ads.

“Lavoriamo con i team di marketing per aiutarli a sviluppare le policy dei brand. Li aiutiamo a documentare le regole che il brand intende seguire per gestire la propria visibilità sui media: con chi vogliono o non vogliono essere associati, dove vogliono o non vogliono vedere i propri banner pubblicitari e i propri contenuti, e come decidere se un sito è, per loro, sicuro oppure no”.

In Italia Sleeping Giants sarebbe replicabile?

A inizio novembre una donna ha accusato l’imprenditore Alberto Genovese di averla violentata per molte ore, dopo averla drogata e sequestrata.
La notizia è stata ripresa in vari modi dalla stampa nazionale: sfumature, sottintesi, mezze parole e la solita abbondante dose di victim blaming.
Una testata in particolare ha pensato bene di ripercorrere la carriera di lui dipingendolo come un uomo di successoscivolato su una buccia di banana con quel brutto e inspiegabile guaio della presunta violenza.
Un’azienda, Sismaitalia, in risposta a questa pessima copertura giornalistica, ha cancellato il proprio investimento pubblicitario sulla testata in questione. 

Punto.
Ma la sua azione coraggiosa meriterebbe visibilità, perché offre a chi lavora nel marketing molti spunti di riflessione.

“Il programmatic funziona così!” è una scusa usata sempre più raramente, e mai da chi sa quanto sia difficile conquistare e mantenere la reputazione di un brand. L’invito è ad alzare il livello di attenzione, e scegliere dove investire in visibilità. 

Si può fare.


Articolo scritto da Paola Miglio, immagine di Enrica Gallo.

Rock’n’roll, baby: donne nel metal e dove trovarle.

Questo è un coming out in piena regola.

Non credo di averlo mai messo pubblicamente nero su bianco accanto al mio nome e cognome, ma…

Sono una metallara.

Fino a qualche anno fa, questo si traduceva in anfibi, trucco pesante, festival in giro per l’Europa e weekend a base di birra e musica dal vivo. Oggi, significa rispolverare pian piano i miei CD per far conoscere i miei gruppi preferiti alla mia bambina e approfittare dei concerti estivi per avvicinarla a questo mondo che amo.

Sì, perché partiamo da un dato di fatto importante: nonostante le apparenze di “brutti, sporchi e cattivi”, la comunità metal è estremamente inclusiva e rispettosa, basata su un fortissimo senso di fratellanza e sorellanza.

Certo che, se parliamo di donne, qualcosina da migliorare ci sarebbe eccome, inutile negarlo.

Da una parte, c’è l’evidente preponderanza maschile sopra e sotto il palco. Come nota Louder, il 75% dei like sulla pagina Facebook di Metal Hammer è di utenti maschi e delle 17 band annunciate per il Main Stage del festival Bloodstock 2018, solo una contava una donna tra le sue fila (i Nightwish). Certo, questo è un problema dell’industria musicale in generale: stando a un’indagine pubblicata dalla UK Music Diversity Taskforce, nel 2018 le donne dai 45 ai 64 anni erano solo il 33% degli addetti ai lavori. Voglio dire, alzi la mano chi di voi ha mai visto una tecnica delle luci o dei suoni a un concerto.

Dall’altra parte, però, nel metal esiste anche uno specifico problema di misoginia.

Nel linguaggio, tanto per cominciare.

Si parte dall’immaginario machista di alcuni mostri sacri come i Mötley Crüe o i Manowar, che cantano:

“Woman be my slave / That’s your reason to live” – Donna sii la mia schiava / È la tua ragione di vita – Pleasure slave, 1988.

Si passa per la poco apprezzabile goliardia di frasi quali

“Bitch, who’s your daddy? / Surrender and obey” – Puttana, chi è il tuo paparino? / Arrenditi e obbedisci – Who’s your daddy, 2006.

pronunciate dai Lordi, noti al grande pubblico per avere vinto l’Eurovision Song Contest quello stesso anno. E si arriva ai Sentenced, che dopo averci abituati a testi decisamente poetici si sono proposti in versione bullo casanova cantando:

“I don’t need to care if you want me. / I don’t need to care if you need me. / Just spread that pink wide smile / And drain me my darling” – Non devo preoccuparmi se mi vuoi. / Non devo preoccuparmi se hai bisogno di me. / Spalanca soltanto quel largo sorriso rosa / e prosciugami mia cara. – Drain me, 2005.

Non è finita: gli esempi più palesi e anche più intollerabili sono quelli che appartengono a frange estreme come, ad esempio, il brutal death metal e il goregrind. Qui troviamo band con nomi quali Cemetery Rapist e Prostitute Disfigurement, o testi fortemente violenti come questo dei Cannibal Corpse – attenzione, si tratta di parole davvero crude:

“To break the necks of young women / their cunts my pus will fill. / Acid burning through her crotch, / I baptize her face with my rot. / Then venom foams from her throat, / on my discharge she will choke.” – Spezzare il collo di giovani donne, / il mio pus riempirà le loro fiche. / Con l’acido che le brucia tra le gambe, / le battezzo la faccia con il mio marciume. / Poi il veleno le schiuma dalla gola, / soffocherà nelle mie secrezioni. – Post Mortal Ejaculation, 1992.

E poi, c’è una misoginia che si manifesta, tanto per cambiare, nel purtroppo onnipresente fenomeno della donna oggetto. In parte, questo appartiene al retaggio storico di quell’immaginario machista a cui accennavo. In parte, però, viene perpetrato ancora oggi in forme (solo apparentemente) nuove. Un esempio è quello della rivista americana Revolver Magazine che, non potendo più chiudere gli occhi di fronte alla sempre più ingombrante presenza femminile sulla scena rock e metal, ha ben pensato di dedicare ogni anno un numero all’esplorazione delle Hottest Chicks in Hard Rock (le “pollastrelle più sexy dell’hard rock”) – come se l’aspetto fisico c’entrasse qualcosa o, peggio, fosse più importante delle loro capacità.

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche qui. Anzi, più che altro ci si sta accorgendo che le donne, sulla scena metal, ci sono sempre state. Già in passato c’era Gloria Cavalera, manager dei Sepultura negli anni ’90 (anche lei però vittima di un fiume di insulti misogini perché accusata di avere causato la rottura della band). C’erano la cantante Doro Pesch e le manager Wendy Dio e Maria Ferrero. Oggi ci sono la manager Julie Weir, la direttrice del festival Bloodstock Vicky Hungerford, le tante giornaliste specializzate sparse nel mondo e le innumerevoli cantanti e musiciste che stanno finalmente rendendo visibile questa folta schiera. Dall’apripista Angela Gossow alla fiera attivista Alissa White-Gluz e dall’italianissima Cristina Scabbia alla chitarrista Nita Strauss (prima donna a firmare un modello di chitarra Ibanez e quarta nella classifica dei 20 migliori musicisti del decennio per Guitar World, in cui tra l’altro figura una sola altra donna).

Perfino nel durissimo mondo del death metal qualcosa si muove, grazie a gruppi come le Castrator, band internazionale composta da sole musiciste donne che sfruttano il linguaggio tipico del genere per ribaltare i ruoli in una fantasia di vendetta:

“Castration / Of the rapist / Emasculation / Take his weapon” – Castrazione / dello stupratore / Evirazione / prendi la sua arma The emasculator, 2015.

O come i Vulvodynia, band tutta al maschile che però tratta temi quali la misoginia diffusa nella società e le barbarie delle mutilazioni genitali femminili.

Se, in tutto questo, vi state chiedendo perché tante donne siano interessate alla musica metal, sappiate che si tratta in realtà di un mondo estremamente vasto che tratta moltissime altre tematiche, dai guerrieri vichinghi alla denuncia sociale, dal “Signore degli anelli” al nichilismo.

E che in questo, come in altri ambiti, c’è solo bisogno di una buona dose di consapevolezza che le donne occupano un posto non secondario, che hanno tanto da dire e che hanno il diritto, la capacità e il potere di farlo senza chiedere il permesso. In puro stile rocker.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, immagine di Marina Ravizza.

Maschile, femminile, neutro. Parità, in tutte le lingue del mondo.

Molto prima di #MeToo, prima che la comunità LGBTQ+ si desse un nome, e anche prima di accorgersi che esisteva un divario retributivo di genere, alcune figure solitarie combattevano già la loro battaglia quotidiana con il linguaggio di genere prima ancora che questo facesse il suo ingresso nel dibattito pubblico: le traduttrici e i traduttori di tutto il mondo.

La lingua, anzi, le lingue – almeno due: quella di partenza e quella di arrivo – sono infatti il principale ferro del mestiere dei traduttori e delle traduttrici. Che, a seconda del proprio contesto socio-culturale, hanno affrontato in vari modi lo spinoso problema dei generi grammaticali (maschile, femminile e, in alcuni casi, neutro, almeno nel caso delle lingue indo-europee… E fermiamoci qui, altrimenti dovremmo addentrarci nei meandri di quelle lingue, in altre parti del mondo, che distinguono tra animato e inanimato, o addirittura collegano gli oggetti animati agli uomini e le creature pericolose con le donne!), i quali, naturalmente, funzionano in base a regole diverse a seconda dell’idioma.

Qualunque siano le regole e le soluzioni, in ogni caso, sappiamo che la lingua è un potente strumento per plasmare la realtà anche in termini di inclusione e discriminazione, uguaglianza e disuguaglianza tra generi. Così, le buone pratiche che valgono nel campo della traduzione possono certamente avere qualcosa da insegnarci, nel mondo della comunicazione e non.

Tanto per cominciare, un paio di dati di fatto. Uno: la lingua è uno strumento vivo, in continua evoluzione, e l’uso che ne facciamo è influenzato e allo stesso tempo può influenzare il corso dei suoi cambiamenti. Leggi: favorire l’uso dei femminili laddove esistono e compagnia bella. Due: molte lingue hanno un genere grammaticale al puro scopo di categorizzare, suddividere i sostantivi in classi. E questo può corrispondere o meno al genere naturale dei soggetti (vogliamo ad esempio parlare del fatto che in tedesco una Mädchen, cioè una bambina o una ragazza, è considerata di genere neutro e non femminile?).

VENIAMO AL PUNTO

Okay, ma quindi? Torniamo a loro: traduttrici e traduttori.

E, vi prego, non immaginateci come topi da biblioteca alle prese con qualche oscura opera minore di un defunto scrittore bulgaro. Parliamo, invece, di professioniste e professionisti aperti al mondo, al passo con le tecnologie, che lavorano con le agenzie di comunicazione, i reparti di marketing e vendite delle grandi imprese, gli studi legali e i piccoli imprenditori.

E, in ognuna di queste circostanze, il loro lavoro è determinante (anche) per garantire la parità nel linguaggio. Qualche esempio?

Pensate a un comunicato stampa di Christian Dior che fa riferimento ai propri dipendenti come se fossero tutti uomini.

A un contratto collettivo di una multinazionale, che include le donne, ma non altre categorie poco tutelate, come transgender o agender.

A una campagna pubblicitaria di una grande azienda americana, curata fin nel dettaglio, ma che finisce per contenere un odioso stereotipo sessista che genera un travolgente tam tam in rete.

PERCHÉ SUCCEDE E PERCHÉ È IMPORTANTE?

Accade perché magari, banalmente, l’originale inglese contiene un they (essi/esse) che non si capisce a chi si riferisca.

O perché, dato che l’inglese è una di quelle lingue che invece i generi grammaticali per i sostantivi non ce li ha, è venuto automatico tradurre worker con lavoratore.

Oppure ancora, perché chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione e nessuno ci ha fatto caso.

E così eccoli lì, i traduttori e le traduttrici, in prima linea contro questi errori che ormai non si possono, non si devono più commettere.

Loro i testi con cui lavorano li leggono e rileggono, li osservano, li coccolano, li sviscerano. Vogliono proprio capirli bene. E poi trasformarli, limarli e perfezionarli, fino a rendere loro giustizia nella propria madrelingua. Di conseguenza, sono loro che prima degli altri possono accorgersi che qualcosa non va, che un passo falso è in agguato e che può essere evitato.

E, ancora, sono loro che hanno il ruolo privilegiato di poter sensibilizzare i e le clienti sull’importanza di scegliere con cura le parole, le espressioni, il linguaggio più idonei.

UN CAMBIAMENTO È GIÀ IN ATTO… ANCHE SE A VOLTE NON SEMBRA.

Tanti sono gli esempi di come ogni lingua, e con essa ogni cultura locale, nazionale e sovranazionale, si stiano trasformando in una direzione sempre meno discriminatoria. Di come i translation studies si intersichino sempre più spesso con i gender studies. E di come anche la sfera legale e normativa si stia muovendo nella giusta direzione.

Qualche esempio sparso di come viene affrontata la questione nel mondo sul piano pratico, quotidiano, che poi è quello più rilevante, se l’obiettivo è una nuova consapevolezza diffusa?

Il singular they inglese, che rende il pronome della terza persona plurale un pronome singolare di genere neutro. Tanto per farvi un’idea, leggete la pagina Wikipedia di Lachlan Watson, co-protagonista nella serie “Le terrificanti avventure di Sabrina” e genderqueer.

I simboli adottati in vari paesi, dalla penisola iberica alla Germania: todos/todas (tutti/tutte) diventa todxso tod@s, mentre Nachbar/Nachbarinen (vicini/vicine) può essere scritto come Nachbar_innen o Nachbar*innen.

Il pronome personale hen nato in Svezia come alternativa a quelli maschili e femminili.

E il tentativo che si sta facendo in molte lingue, dal russo al francese, ma anche in italiano, di utilizzare le forme femminili, ad esempio delle professioni, ogni volta che è grammaticalmente possibile.

Altre soluzioni per adottare un linguaggio inclusivo e/o neutrale le avete avute sotto gli occhi proprio leggendo questo articolo: usare sia la forma maschile che quella femminile (le traduttrici e i traduttori), usare sostantivi che non contengono informazioni sul genere (co-protagonista invece di attore o attrice) oppure riscrivendo creativamente le frasi in modo da evitare parole con uno o l’altro genere (per esempio, a metà di questo articolo trovate: chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione).

Allo stesso tempo, sembra scontato ma non lo è, è altrettanto importante cercare di evitare di perpetuare o addirittura cadere in stereotipi che nel testo originale non ci sono. Un esempio negativo è la localizzazione di un videogioco della serie Tomb Raider, in cui un avversario chiama Lara Croft outsider (estranea): nella versione italiana è diventato puttana, introducendo quindi un inopportuno insulto sessista (qui trovate un lungo articolo sull’argomento).

TIRIAMO LE SOMME

Qualunque sia l’espediente linguistico adottato, in effetti, ciò che più conta è la consapevolezza della scelta che si compie. Devo ammettere di essere in qualche modo d’accordo con Licia Corbolante, grande esperta italiana di terminologia e localizzazione, quando scrive che

“Mi sento quasi presa in giro da chi afferma che solo il linguaggio rispettoso dell’identità di genere fa finalmente uscire le donne dal cono d’ombra in cui la tradizione aveva permesso di avvolgerle”.

E, naturalmente, cambiare una lingua non è certo cosa facile (e chi può capirlo più di noi che con le lingue abbiamo un rapporto tanto intimo?).

Però è giusto rifletterci, ragionarci e cominciare a muovere i primi passi con piccoli, impercettibili cambiamenti che, piano piano, influenzeranno anche gli aspetti non linguistici del mondo.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, foto di Naima Bettinsoli.

Come le donne hanno amplificato la loro presenza durante il secondo mandato di Obama.

“L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle colleghe ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio.”

Kelly Bastow

L’amministrazione Obama ha fatto la storia negli USA e nel mondo non solo per l’operato, ma anche perché si è trattato del primo presidente a essersi definito, durante la sua carica, un femminista. Al di là della missione istituzionale, a lui va riconosciuto l’encomiabile sforzo di voler essere affiancato da donne e persone di colore in una realtà da sempre ad esclusivo predominio di uomini (bianchi).

Tuttavia, come riporta una ex aiutante di Barack al Washington Post, all’inaugurazione del suo mandato, il gabinetto di Obama era costituito per due terzi da uomini. La ridotta minoranza femminile doveva sgomitare per poter presiedere agli eventi più importanti e pur riuscendoci, la sua voce restava comunque ignorata. Si è dovuto aspettare il secondo mandato per vedere il gender balance sfiorare finalmente la parità, e che le donne fossero componente attiva ed espressamente richiesta dal Presidente degli Stati Uniti d’America.

Come è potuto avvenire questo miracolo?

Grazie a una strategia attuata, a ogni meeting, da quella minoranza inascoltata di donne. Avveniva che, ogni qualvolta una collega delineasse un punto chiave, tutte le altre le facessero eco, ripetendo e accreditando la tesi e la sua autrice, ogni giorno. La suddetta strategia ha preso il nome di “amplification”.

L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle donne ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio. È un’esperienza tristemente nota per molte proporre idee in un meeting e vederle non notate o riconosciute finché non è un uomo a ripeterle. Innumerevoli studi mostrano come le donne vengano interrotte più spesso, da uomini e donne, ricevano meno credito o siano persino penalizzate per aver parlato di più.

L’amplification strategy è stata vincente nella sua missione. Obama ha infatti da subito iniziato a notarla, consultando sempre più le sue assistenti e facendo sì che esse guadagnassero la parità durante il suo secondo mandato.

L’amplification è legata a un altro fenomeno più noto che va sotto il nome di Shine Theory, il cui motto è “I don’t shine if you don’t shine”. Il termine è apparso per la prima volta nel popolare podcast Call Your Girlfriend ad opera delle autrici Ann Friedman e Aminatou Sow.

La Shine Theory nasce dall’intento di fermare quella che è la seconda piaga che spesso le donne si trovano a fronteggiare nel mondo professionale e personale, una lotta intestina, ovvero la spietata competizione tra donne stesse. Sia essa dovuta a quella invisibile ma vigente legge nella cultura femminile per cui vale la “regola del potere tra pari” coniata da Pat Heim; sia essa legata all’effettiva difficoltà delle donne nel farsi strada in un mondo di uomini, per cui spesso finiscono per assumere atteggiamenti maschili o riconosciuti dalla società patriarcale. Come se, per ottenere e mantenere la sudata vetta raggiunta, dovessero convincere gli uomini che non sono come le altre, mettendosi quindi in competizione con loro (vedi sindrome dell’ape regina).

Ann Friedman ci ricorda la portata rivoluzionaria e vincente della solidarietà femminile e vede nella Shine Theory la possibilità di giungere al successo, proprio beneficiando della luce delle donne che ci circondano e non soffrendone la loro ombra.

La giornalista infatti afferma:

Quando incontri una donna intimidatoriamente arguta, elegante, bella e professionalmente esperta, sii sua amica. La gente ti conosce anche dalla compagnia che hai. Circondarti delle persone migliori non ti scredita al loro confronto. Ti rende migliore”.

La Shine Theory è quindi un esercizio di investimento reciproco, è un contagio positivo che include tutte senza esclusioni, discriminazioni, contraccolpi.

Ed è questo che hanno fatto, forse senza neanche saperlo, le donne del gabinetto di Obama; si sono sostenute a vicenda permettendo a ognuna di brillare. Consapevoli e sicure che non solo la vittoria di una era una vittoria anche per loro stesse, ma soprattutto che, così facendo, ci sarebbe stato spazio e luce per tutte.

“I don’t shine if you don’t shine.”

Articolo di Letizia Muro, immagine di Claudia Valentini.