Cos’è il curriculum nascosto?

Le bambine si considerano meno brillanti dei loro coetanei maschi. Ciò avviene tra i cinque e i sei anni secondo un recente studio pubblicato su “Science”.

Lin Bian, ricercatrice dell’Università dell’Illinois che ha condotto la ricerca, afferma che questi risultati potrebbero avere importanti implicazioni per le donne nella scelta della propria carriera, spingendole a tenersi lontane da studi associati all’intelligenza, come fisica, filosofia o ingegneria e modificando così fin dai primi anni di vita le traiettorie educative e di carriera.

Com’è possibile? Perché le bambine, sin dalla prima elementare, pensano che i maschi siano più bravi di loro?

Una delle teorie più interessanti per spiegare questo fenomeno è il curriculum nascosto (hidden curriculum).

Il curriculum nascosto è quell’insieme di valori e comportamenti non esplicitamente menzionati legati alla sfera degli stereotipi di genere. Il curriculum nascosto “passa” attraverso i media per l’infanzia, i materiali didattici, le relazioni, il linguaggio, le aspettative degli e delle insegnanti, le attese delle famiglie sul futuro di figlie e figli.

Ecco di seguito qualche esempio concreto per avere consapevolezza dei messaggi impliciti che le bambine e i bambini imparano sin dalla prima infanzia:

SCUOLA

Vari studi di Paesi diversi hanno mostrato che gli e le insegnanti tendono a incoraggiare passività e conformismo nelle loro allieve, mentre valorizzano indipendenza e individualità negli allievi.

In questo modo si consente ai maschi un comportamento peggiore, ritenendolo naturale (“boys will be boys”), e per la stessa ragione ci si aspetta che le femmine si facciano carico di attività di tipo “domestico” come prendersi cura degli altri o mettere in ordine l’aula. Generalmente, si percepiscono le femmine come più cooperative e malleabili e i maschi come più sicuri e capaci. Anche quando si ritiene che le femmine siano studenti migliori, come dal corpo insegnanti di scienze nello studio maltese di Chetcuti (2009), la ragione che si adduce è comportamentale e non cognitiva o intellettuale. Le femmine quindi sarebbero più precise nel loro lavoro e “più studiose” dei maschi. Così, la generale inconsapevolezza di chi insegna nell’utilizzo del genere come fattore importante di organizzazione e di classificazione, unita ai preconcetti impliciti sul genere, ha avuto un effetto profondo sul comportamento di studenti e studentesse. Presenti nella stessa classe, ascoltando le stesse lezioni, leggendo lo stesso libro di testo, le bambine e i bambini ricevono quindi un’istruzione molto diversa.

MATERIALE DIDATTICO

In una recente ricerca, Irene Biemmi, ricercatrice e formatrice esperta di Pedagogia di genere e delle pari opportunità, evidenzia come la scuola “si configura come motore propulsore di una visione tradizionale e stereotipata dei ruoli maschili e femminili, a partire dai libri di testo”. 

I testi scolastici offrono indicatori importanti sulla diffusione degli stereotipi di genere nel sistema educativo. Influisce molto il linguaggio usato: ad esempio, i maschi “ridono”, le femmine “ridacchiano”. Il 59% dei protagonisti sono maschi e le professioni a loro attribuite sono 50, contro le 15 svolte dalle donne. Un personaggio femminile su 4 è definito solo dal ruolo di madre. E quelle che non cucinano vengono criticate.

Così “i bambini lettori vengono incentivati a ‘puntare in alto’ offrendo loro un’ampia possibilità di scelta e modelli particolarmente gratificanti; per le bambine vale l’esatto contrario”. Perché “se la maggior parte delle professioni (e in particolare quelle più prestigiose e appetibili) sono attribuite al genere maschile sarà altamente improbabile che una bambina possa aspirare a farle proprie“. “Il lavoro casalingo è gravoso ma mai remunerato, e quindi viene inteso spesso dai bambini come un dovere biologico della donna-madre-moglie”.

CARTELLI STRADALI

Nel segnale triangolare che allerta l’automobilista circa la prossimità di luoghi frequentati dai e dalle minori (scuole, campi da gioco, giardini) c’è un bambino con una borsa grande che corre tenendo per mano una bambina con una borsa piccola. Il chiaro messaggio di questo segnale rimanda non solo all’idea della protezione del bambino verso la bambina, ma le diverse dimensioni delle borse ci fanno immaginare che il bambino abbia molte più cose interessanti da trasportare rispetto alla bambina.

ABBIGLIAMENTO

I bambini e le bambine normalmente non indossano borse e borselli, rispetto agli adulti hanno quindi un bisogno maggiore di mettere qualcosa in tasca: la macchinina con cui giocare quando si annoiano, i sassolini raccolti al parco, le caramelle, il fazzoletto. Ma spesso troviamo nei capi per maschi tasche e taschini vari, nei capi per femmine tasche finte o del tutto assenti. Delle semplici tasche ci fanno capire che, secondo i brand d’abbigliamento, i bambini hanno qualcosa da conservare delle loro avventure, le bambine no.

CARTONI ANIMATI

“Frozen” è stata una vera rivelazione per le famiglie e per la Disney, che finalmente ha potuto riscattarsi da decenni di principesse che aspettavano il principe per essere salvate. Fought e Eisenhauer, due linguiste della North Carolina State Universityhanno esaminato dodici classici Disney prodotti tra il 1937 e il 2013.

Hanno rilevato che i personaggi femminili hanno in media meno linee di dialogo rispetto a quelli maschili. In “Frozen”, che ha ben due protagoniste, si arriva solo al 41%. Mentre le principesse “datate” hanno più linee di dialogo rispetto a quelle recenti: Biancaneve e Cenerentola recitavano rispettivamente circa il 50% e il 70% delle battute dei loro film.

Attraverso questi prodotti culturali, educhiamo le bambine e i bambini all’abitudine di ascoltare meno la voce delle donne.

Le bambine e i bambini non nascono amando il rosa o il celeste, i giocattoli da femmina e da maschi. Ad un certo punto, lo imparano attraverso un insieme di prodotti, comportamenti e linguaggio che creiamo tutti i giorni in modo più o meno inconsapevole.

FONTI ED APPROFONDIMENTI

Gender stereotypes about intellectual ability emerge early and influence children’s interests

Gender bias in education

Differenze di genere nei risultati educativi

Frozen Mouths: Disney Heroines Get Way Less Talk Time Than Male Characters

The Long, Sexist History of ‘Shrill’ Women

CONSIGLI

“Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta” di Rossella Ghigi


Articolo scritto da Anna Delli Noci, immagine di Marina Ravizza.

Come un animale arrabbiato che non vuole stare lì. L’endometriosi.

Endometriosi:​ il nome di questa malattia deriva da “endometrio”, il rivestimento interno dell’utero. Parliamo quindi di una malattia che interessa la femmina, e in particolare che ha come punto focale, anche se non necessariamente unico, l’apparato riproduttivo femminile e tutto ciò che è ad esso legato o da esso è influenzato.

Ricominciamo: l’endometriosi è una malattia che tocca la vita, che ti costringe a letto e no, non è una scusa per saltare l’interrogazione, che ti pianifica i giorni senza che tu possa aver tanto da dire sul calendario, l​’endometriosi è saltare la gita a Parigi in quarta liceo perché sai che ti verranno le mestruazioni e non ce la farai. È svenire in viaggio, è programmarsi la vita, è un blackout di dolori, nausea, impotenza e sangue sui jeans anche con tre assorbenti. Che, quando è giunto il momento di scegliere di avere un figlio, potrebbe avere molto più peso del tuo desiderio.

Le cellule dell’endometrio, durante il normale ciclo mestruale, attraversano varie fasi nelle quali l’endometrio modifica il proprio spessore. L’endometriosi si verifica quando queste cellule si trovano all’esterno dell’utero, per esempio ovaie o altri organi, più frequentemente addominali ma non solo. La presenza di queste cellule crea una condizione cronica di infiammazione, che debilita a vario livello la donna che ne soffre. Quando invece la crescita anomala di cellule endometriali avviene all’interno dell’utero, solitamente con infiltrazione della parete muscolare, si parla di adenomiosi​. L’associazione tra endometriosi e adenomiosi è ​sempre più documentata.​

Ricominciamo: l’endometriosi è sentire che una parte di te così importante, che volente o nolente ti caratterizza nella tua fisicità, almeno quella biologica, ti si ribella contro, come un animale arrabbiato che non vuole stare lì. È combattere con la femmina dentro di te, cercare una strada per ritornarle amica e non sempre trovarne una.

Non tutte le donne che hanno l’endometriosi (si stima siano il 10-15% delle donne in età riproduttiva) ne soffrono in maniera grave e la sintomatologia più variare di molto. Tra i sintomi più frequenti, infertilità o ipofertilità (30-40% dei casi), rapporti sessuali dolorosi, mestruazioni dolorose, dolore pelvico, stanchezza fisica, intestino irritabile, gonfiore addominale, stitichezza, nausea, cefalea. La malattia ha tantissimi livelli di gravità, anche se principalmente viene classificata secondo la stadiazione dell’American Fertility Society adottata anche dal nostro sistema sanitario, che ne riconosce 4 stadi. La classificazione però è ​spesso considerata parziale,​ perché si basa esclusivamente sulla rilevazione chirurgica della malattia e non su altri esami diagnostici (come risonanza magnetica ed ecografia transvaginale) e non riesce a valutare la “endometriosi profonda”, una forma di infiltrazione molto invasiva, valutata invece dalla classificazione Enzian. Sembra tutto un po’ vago? Lo è: nonostante la sempre maggior consapevolezza di medicə, ricercatori, ricercatrici e donne, l’endometriosi rimane una malattia sfuggente, che richiede molto spesso anni e anni (in media addirittura 9) per venire diagnosticata.

Ricominciamo di nuovo: anni e anni di “eh purtroppo ti tocca”, “sei fatta così”, “anche io, anche la nonna”, fino a quei terribili commenti che ti fanno credere sia tutto nella tua testa, o sia tu la debole, quella che le basta un niente per star male, quella che esagera. ​Poi, un giorno, perplessa e confusa, mentre un sintomo più grave del solito ti spinge a cercare forsennatamente su Internet tutte le alternative, finalmente un consulto con un medico specializzato ti permette, forse quasi con sollievo, la scoperta che tutti quei malesseri hanno un senso. E poi inizia una strada nuova.

L’approccio terapeutico all’endometriosi è principalmente di due tipi: chirurgico e medico. Stiamo parlando di una malattia cronica, il che significa che non c’è una cura definitiva, e la scelta di come procedere è legata a talmente tanti fattori che dare una descrizione generale di questo aspetto riesce difficile, e pericolosamente imprecisa. Si va dalla laparoscopia, considerata il “golden standard”, a vari tipi di terapie ormonali che hanno soprattutto lo scopo di controllare la malattia, all’uso, naturalmente, di antinfiammatori e antidolorifici per garantire uno stile di vita più accettabile. Anche l’alimentazione è una dimensione che sta acquisendo sempre più importanza, tant’è che la Fondazione Italiana Endometriosi comunica sul proprio sito una serie di i​ndicazioni alimentari​ molto precise.

L’endometriosi tocca tutto, alcune persone delicatamente, altre con mani pesanti di gigante. A volte quel gigante sembra proiettare la sua ombra ovunque. A volte, invece, è un gigante sulle cui spalle possiamo salire, per vedere che no, non siamo solo la nostra malattia, il nostro dolore, la solitudine che ci abita dentro. La ricerca prosegue, la consapevolezza evolve, e resta la cosa più importante: non siamo più sole.

Link Utili:

Pagina dedicata del Ministero della Salute
Fondazione Italiana Endometriosi
Centro nazionale endometriosi del gruppo Malzone
Pagina dell’American Society for Reproductive Medicine Articoli sulla classificazione Enzian dell’endometriosi profonda


Articolo e immagine di Mariachiara Tirinzoni.

Scienza e stereotipi di genere: come parliamo delle scienziate da Nobel.

La scienza è una “cosa da uomini”, si sa. Le donne sono sensibili e affettuose, la scienza è dura e fredda. Le donne rappresentano la soggettività, mentre la scienza è oggettiva, come gli uomini. Le femmine sono creative, adatte alle arti e alla letteratura, la scienza lasciamola alla mente tipicamente logica, quella maschile. 

Questi sono solo alcuni dei pregiudizi che, per secoli, hanno tenuto le donne lontane dal mondo della scienza, o – per meglio dire – che hanno tenuto il mondo della scienza lontano dalle donne. In Europa, infatti, fino alla prima metà dell’Ottocento, le persone di genere femminile non potevano iscriversi all’università. E per le pochissime scienziate emerse nel corso della storia la vita è stata difficilissima: la società le ha discriminate, scoraggiate e oscurate in ogni modo. D’altronde, quante di loro avete studiato nei libri di scuola?

Fortunatamente adesso non c’è nessun divieto: la parità formale l’abbiamo raggiunta. Una donna, se vuole, è liberissima di iscriversi alla facoltà di Ingegneria. Però i dati ci dicono che comunque le ragazze, pur essendo libere di farlo, mediamente non lo fanno lo stesso. Secondo un rapporto del 2019 del MIUR le donne erano il 27,4% delle persone iscritte ai corsi di laurea in settori ingegneristici e tecnologici. E quello dell’ingegneria è solo un esempio: questo tipo di fenomeno, detto “segregazione orizzontale”, è infatti presente in tutti gli ambiti scientifici.

Ma perché? Se le donne adesso sono libere di scegliere, perché non scelgono la scienza? La risposta è che non basta non vietare loro di iscriversi a facoltà scientifiche. Le bambine e le ragazze fanno fatica a vedere sé stesse come scienziate in una società in cui i media dicono loro, più o meno implicitamente, che forse sono più adatte a fare altro. A studiare la letteratura, nel migliore dei casi. A cucire e fare bambinə, nel peggiore.

Attualmente la questione non sembra più riguardare divieti esterni ma collocarsi piuttosto sul piano della rappresentazione

scrivono Liliana Moro e Sara Sesti in “Scienziate nel tempo”.

Per la mia tesi di master in comunicazione della scienza ho deciso di indagare su quali siano attualmente le differenze nella narrazione degli scienziati e delle scienziate veicolate dai media (in particolare dai giornali online). Ho preso come esempio l’annuncio della vittoria del premio Nobel per la chimica 2020, andato a due donne, Jennifer Doudna ed Emmanuelle Charpentier, e l’annuncio della vittoria del premio Nobel per la medicina 2020, vinto da Micheal Honghton, Harvey Alter e Charles Rice, tre uomini. Facendo una ricerca per parole chiave, ho notato un po’ di cose interessanti. 

ESSERE UNA DONNA NELLA SCIENZA FA NOTIZIA

Una delle cose che ho scoperto è che, negli articoli che avevano come protagoniste le due scienziate premio Nobel, comparivano più volte parole che rimandavano al genere femminile, cioè “donna” e “femminile”. Di contro, le uniche volte in cui negli articoli ricorreva la parola “uomo” era per indicare l’umanità in generale, non il genere maschile dei vincitori. In uno degli articoli presi in considerazione per l’analisi, in particolare quello del Corriere.it, il fatto che le vincitrici del Nobel per la chimica fossero “due donne” è specificato addirittura nel titolo, dove viene posto anche l’accento sul fatto che sia “la terza volta” che questo accade.

Questo fa pensare che uno dei topic degli articoli dedicati alle due scienziate fosse proprio il loro genere. Ed è vero che da Marie Curie al 2020 le scienziate vincitrici di un Nobel sono state solamente 24, ma porre l’accento su questo aspetto, cioè sull’eccezionalità dell’evento, non fa altro che perpetuare lo stereotipo che la scienza sia una “cosa da uomini” e che, se poi ci capita in mezzo qualche donna, è un fatto straordinario, notiziabile, che non rappresenta e non può rappresentare la normalità. 

Negli articoli di Repubblica.it, la giornalista si mostra stupita del fatto che a Doudna e Charpentier non sia stato associato anche il nome di un uomo, visto che a vincere il Nobel in una categoria possono essere fino tre scienziati:

è la prima volta che nessun uomo entra tra i vincitori di un Nobel. Per CRISPR non mancavano certo i candidati, e l’Accademia delle scienze avrebbe potuto aggiungere un altro vincitore: il massimo è tre”, scrive.

Ma forse non è così assurdo pensare che nel 2020 nessun uomo abbia meritato la vittoria del premio Nobel per la chimica, no? Il problema è che nell’immaginario della società sono gli uomini a dover occupare determinate posizioni in ambito scientifico e a vincere premi; se sono le donne a farlo, sembra assurdo, strano, anche un po’ fastidioso.

LA DONNA NELLA SCIENZA È SEMPRE E COMUNQUE MAMMA

Altri termini che ho cercato sono quelli legati al ruolo genitoriale. E indovinate? “Mamma” e “madre” ricorrevano qualche volta, mentre “padre” e “papà” mai. Sarà un caso? Quello che penso io è che, nel nostro immaginario, la donna è sempre e comunque associata alla maternità, mentre la paternità non ci verrebbe mai in mente parlando di tre uomini che hanno vinto il Nobel per la medicina. “Mamma e nuotatrice”, per esempio, titolavano alcuni articoli dedicati ad Andrea Ghez, premio Nobel per la fisica 2020, come se ciò che più potrebbe interessarci di una scienziata che si occupa di buchi neri sia la sua prole o ciò che fa nel tempo libero. Ma anche quando è usato in senso figurato, ad esempio in “madre del metodo CRISPR”, il termine rimanda comunque al ruolo tradizionale che la donna rappresenta sempre, nello stereotipo, anche quando si sta parlando dei suoi successi accademici. Rappresentare le scienziate come prima di tutto madri è un modo per porre l’accento sulla loro vita privata e familiare, sminuendo o comunque facendo passare come marginale la loro carriera.

SCIENZIATA MA PURE CASALINGA E ATTENTA ALLA MODA

Leggendo gli articoli dedicati alla vittoria del premio Nobel per la chimica da parte di Doudna e Charpentier, quello che spicca subito all’occhio è il gran numero di metafore legate al mondo del cucito. “Taglia e cuci del DNA” viene scritto moltissime volte per parlare del metodo CRISPR, quello per cui le scienziate hanno vinto il Nobel. Le ricercatrici vengono anche chiamate “couturier”, termine francese che vuol dire “creatore di moda” e descritte come “eleganti” e “solari”. Insomma, gli articoli hanno descritto il lavoro delle scienziate attraverso metafore che rimandano al mondo della sartoria e della moda, carriere tradizionalmente femminili che ricalcano lo stereotipo della donna casalinga che cuce e rammenda, e che pensa ai vestiti, più che alla scienza.         

NON C’È SPAZIO PER IL CURRICULUM ACCADEMICO DELLE DONNE NELLA SCIENZA

Finora l’ho dato per scontato, ma ovviamente, leggendo gli articoli sui tre scienziati premio Nobel per la medicina 2020, questo tipo di metafore non si trovano. Anzi, cercando le parole “impegno” e “lavoro” si scopre che ricorrono più spesso negli articoli dedicati a Honghton, Alter e Rice. E si scopre anche che ai tre uomini sono dedicate più righe di curriculum, anche se tutti e cinque i premi Nobel hanno alle spalle una lunga carriera accademica. Forse potevamo aspettarcelo: se lo spazio degli articoli sulle scienziate è dedicato al loro essere donne, madri e casalinghe, non ne rimane molto per i loro successi accademici.    

Insomma, da quest’unico esempio si può già intuire che l’immaginario comune, veicolato dai media, vede le donne come meno portate per la scienza rispetto agli uomini. Raramente questo pensiero viene esplicitato, ma basta anche solo che lə giornalistə usino determinate parole piuttosto che altre, o metafore che evochino il ruolo tradizionale della donna, per contribuire a diffondere e perpetuare gli stessi stereotipi di genere che hanno tenuto le donne lontane dalla scienza nei secoli passati. E sono, poi, questi stessi stereotipi che minano all’autostima delle ragazze, facendole desistere dall’iscriversi a discipline scientifiche.


Articolo di Virginia Marchionni, immagine di Marina Ravizza.

Il futuro nelle nostre tasche

La moda “binaria” è piena di accessori e capi che necessitano di essere de-colonizzati da un certo tipo di pensiero, quello che ad esempio ci vuole ancora sexy ma dipendenti (vedi “slacciami/allacciami questa zip qui dietro”) o veloci ma non troppo (vedi i tacchi), ma la tasca, questo “add-on” all’apparenza così neutrale per la sua intrinseca funzionalità, nasconde un’insidia ben peggiore, una disparità spesso celata agli occhi dei più, del resto, come dice il detto: “il diavolo si nasconde nei dettagli”. 
Ho trovato perciò utile rileggere l’evoluzione delle nostre tasche, e posso dire di aver compiuto un vero e proprio viaggio nella storia della disparità. Un iter fatto di miscredenze, convinzioni limitanti e persino scelte politiche, dove la questione, guarda un po’, si gioca spesso su forme e dimensioni.  

LA STORIA  

Nel Medioevo uomini e donne sono uguali in quanto a tasche. Queste non esistono come propriamente le conosciamo, ma sono dei sacchetti legati alla cintura, portati esternamente. Nel XIII secolo la società rurale inizia a modificarsi e per paura dei ladri queste “tasche-borse” passano sotto i vestiti, accessibili tramite fessure strategiche nelle giacche degli uomini e nelle sottogonne delle donne. Le cose proseguono fino al 17esimo secolo, quando si iniziano a cucire le tasche direttamente nei vestiti e più vicine alla vita per un maggior controllo dei propri effetti personali. Le donne però restano fuori da questa innovazione: tecnicamente era considerato sconvenevole per noi nascondere le mani (se non per indossare dei fantastici guanti), per cui continuiamo ad affidarci alle sacche sotto i vestiti, che per altro trasportavano di tutto: monete ma anche utensili per fare a maglia, bottiglie, dolci, fazzoletti e forbici. Erano se non altro cucite intorno alla vita, e per carità, erano anche funzionali per la silhouette dell’epoca, se per “funzionale” intendiamo che dovevano sostenere un certo ideale di bellezza.

Ed è qui che il primo seme del vestire in modo “socialmente accettabile” si fa sentire, nascosto tra gonna e sottogonna, finché la Rivoluzione Francese arriva con una nuova batosta: mentre gli aristocratici si godono il loro primo streetwear mutuando i pantaloni dai sans-culottes, per le donne arrivano le silhouette slim che fanno tanto “futuro”, purché non si indossino tasche, né fuori né dentro. Secondo gli intelligenti dell’epoca, la donna aveva già quattro tasche naturali, il seno e i fianchi”, e poi così si teneva sotto controllo la rivoluzione (non potevamo “trafficare” materiale eversivo).

Ecco un secondo rinforzo negativo: non solo è sconveniente per noi nascondere le mani, è sconveniente avere qualcosa da nascondere.  Soprattutto perché le tasche portano con sé i retaggi della nobile arte della stregoneria.

Così questo “rifugio interno” lascia spazio alle borse, col contenuto ben esposto al pubblico così da dimostrare le buone intenzioni, dal momento che si trattava di reti (reticules) a cui si affiancano più tardi le chatelains, cinture a cui si attaccavano i nostri effetti personali (a me ricordano i charm), e sulle quali le influencer dell’epoca avevano già tirato fuori dei meme straordinari.

Fonte immagine

Per completezza di informazione, la letteratura dell’epoca suggeriva di non abbandonare la tradizione e di continuare a usare le tasche. Un raro esempio in cui tornare al passato ci avrebbe regalato più futuro. Nel 1819 il libro “18 Maxims of Neat and Disorder” recitava con una certa ironia: ‘Discard forever that modern invention called a ridicule (properly reticule).’
Era forse troppo tardi. Già condizionate dalle proposte di stile dell’epoca, abbiamo dovuto aspettare la  fine del secolo per una nuova rivendicazione, con la nascita a Londra della Society for Rational Dress, che si opponeva ai corsetti e proponeva di usare pantaloni larghi per dare alle donne maggiore libertà di movimento, in particolare per andare in bicicletta. I vestiti auspicati dalla Society for Rational Dress avevano anche molte tasche, che erano ampie e permettevano di tenerci dentro le mani, un gesto considerato generalmente poco educato e femminile. 

Il ventesimo secolo segna la dicotomia borse/tasche: da un lato, possiamo truccarci e fumare in pubblico, per cui la borsa inizia a diventare un alleato di tendenza; dall’altro, viene portata avanti la questione sociale: circolano manuali su come cucire tasche sulle proprie gonne e arriva la prima ondata di suffragette, che rivendica la sua posizione nella società anche con l’abbigliamento. Le manifestanti indossano completi anche con 8 tasche, di cui molte nascoste, rivendicando un diritto naturale alla propria privacy che ben presto diventa il capo più virale del momento (qui il NY Times nel 1910).

Partita che sembra risolta dunque, grazie anche all’esplosione dei blue jeans tra le due guerre, ma una volta ottenuto il voto e deposti i lavori dei campi, queste “uniformi” perdono interesse, tanto che sembra che Dior stesso affermasse, nel 1954 che

“gli uomini hanno tasche per metterci qualcosa dentro, le donne per decorazione”.

La questione egualitaria si sposta sui capi più che sui dettagli, relegando le tasche a una posizione subordinata e per lo più estetica. Spogliate da ogni significato intrinseco, queste sono diventate sempre più piccole, fino ad arrivare a sparire del tutto nelle “fockets”, le tasche finte che hanno adornato jeggings e vestiti

Per riprendere con la stessa verve la questione delle tasche, delle loro dimensioni e del significato politico e sociale che hanno avuto nella gender parity dovremo aspettare il 2014, dove movimenti come “He for She” da un lato, e 6 generazioni di iPhone dall’altro, ci fanno tornare a interrogarci sul perché la moda ci voglia penalizzare. Ma il pensiero si è raffinato, e se prima la questione era “avere le tasche o meno”, qui ecco il problema dimensioni: secondo uno studio del 2018 le nostre tasche sarebbero ampie circa la metà di quelle degli uomini. Per dimostrarlo, si è misurata la capienza di telefoni e accessori di ultima generazione dimostrando come per noi sia difficile mettere questi oggetti in tasca senza che si vedano, scivolino via o cadano, col rischio magari di perderli per strada. 

Guarda qui

Fortunatamente questi semi non sono stati gettati al vento e molte donne hanno intrapreso iniziative ammirevoli e nuovi prodotti sul mercato volti a colmare il gap, come per esempio  Kings of Indigo, che propone jeans con tasche profonde come simbolo di uguaglianza salariale, o questo progetto su Kickstarter che nel 2019 ha raccolto 2540 sostenitori. Ci sono poi realtà, come HoldettePochePosh, che creano abiti con tasche, ed anche brand di workwear come Argentwork e Pivotte. La giornalista Eleni Aneziris invece, ha recentemente provato a correlare la dimensione delle sue tasche ai suoi livelli di produttività sul lavoro: dopo due settimane ha scoperto che la sua produttività effettivamente calava di un’ora e passa quando le tasche dei jeans che indossava non le permettevano di conservare agevolmente il telefono. Ha anche notato che la malsana abitudine di tenere gli oggetti in mano (anche se si ha dove metterli) ha bisogno di un bel po’ di tempo prima di essere rimossa, segno di quanto 300 anni senza tasche abbiano generato già solo nel nostro inconscio collettivo abitudini auto-limitanti rispetto alla nostra efficienza. 

Da qualche stagione, fortunatamente, la moda si gioca tutta sulle tasche: ci stiamo progressivamente approcciando alla non binarietà e la funzionalità sta soppiantando l’estetica “di un certo tipo”, segno che se la parità non è ancora conclusa la lezione è senz’altro appresa. Potremmo fare un discorso al contrario per le borse, e credo che molti uomini si troverebbero d’accordo.

E noi cosa possiamo fare, oggi, per contribuire a questo cambiamento?

  • Smettere di pensare che la femminilità non si possa esprimere al meglio in capi comodi e funzionali, anzi, creare dei rinforzi positivi nel nostro inconscio. Banalmente, predisporci mentalmente a fare e ricevere complimenti per un cargo pant e non solo per l’esclusiva tote bag. 
  • Pensiamo di più a noi e alla nostra comodità invece che a come fare “bella figura”.

Ma soprattutto… Scegliamo di comprare abiti con delle tasche adeguate! Smonteremo progressivamente il pensiero collettivo che ce ne ha voluto privare per ragioni di paura e controllo (e che ci spinge a tenere ancora il telefono in mano anche quando potremmo non farlo) e impareremo a silenziare quella voce interna che giudica sconveniente o “da maschiaccio” il nostro diritto a mettere le mani in tasca. 

“Che le tue tasche siano pesanti e il cuore leggero”.


Articolo di Nausica Montemurro, immagine di Marina Ravizza.

Periodica #2: storia di una mancata evoluzione.

Vi ricordate la faccenda dell’olio di palma? Lo abbiamo odiato e attaccato su ogni canale disponibile, ne abbiamo invocato il boicottaggio, e infine abbiamo vinto: oggi i nostri sonni sono tranquilli perché la scritta “senza olio di palma” campeggia rassicurante su quasi ogni prodotto da panificazione e dolciario della grande distribuzione. Magari non sapevamo esattamente cosa fosse ad indignarci così tanto – facevate parte del team che lo demonizzava in quanto dannoso per l’ambiente o per la salute? – ma la mobilitazione popolare nata contro questo ingrediente è riuscita a impattare le decisioni sull’approvvigionamento delle materie prime di grandi, medie e piccole aziende produttrici di prodotti alimentari.

Non so se il mondo sia migliorato o peggiorato senza olio di palma, ma sono fermamente convinta che chi paga per acquistare un prodotto abbia il diritto di esigere che questo sia il migliore possibile, e che chi produce debba investire in ricerca e sviluppo, per rispondere in modo soddisfacente alle necessità e aspettative del proprio cliente. Questo è vero specialmente in uno scenario come quello odierno, in cui ognuno di noi viene definito “consumatore attivo”, capace quindi di informarsi.

Vi starete chiedendo, ma su Periodica non si parlava di mestruazioni e dintorni? Come siamo finiti e finite in un’elucubrazione sul rapporto tra domanda e offerta? È presto detto: c’è un mercato che nel corso della storia si è evoluto pochissimo, pur rivolgendosi ad un numero di clienti in continua crescita che rappresentano più di un quarto della popolazione mondiale, un mercato che risponde ad un’esigenza e non a un capriccio: il mercato dei prodotti per l’assorbenza mestruale.

Vi presento quindi il secondo numero di Periodica dedicato alla (poca) evoluzione nel mondo degli assorbenti: una storia fatta di qualche colpo di genio e tanta tradizione perché, come ci insegna l’olio di palma, se non siamo noi clienti a esigere un cambiamento, difficilmente lo otterremo.

FREE BLEEDING NELLE CAVERNE

Come per la moda, anche per quanto riguarda i prodotti mestruali – e verrebbe da dire a maggior ragione – ci sono andamenti ciclici. Negli anni ‘10 del XXI secolo, alcune attiviste hanno portato alla ribalta la pratica del free bleeding come forma di protesta femminista contro il costo e le tassazioni dei prodotti mestruali (ci torneremo più avanti). First reaction: shock (cit.), ma a ben pensarci il sanguinamento libero è stata la prima forma di gestione delle mestruazioni nella storia dell’umanità. Le nostre antenate erano preistoriche, ma non certo sprovvedute. Per scongiurare agguati di animali attratti dall’odore del sangue, durante le mestruazioni si ritiravano in grotte, data l’assenza di prodotti destinati all’assorbenza. Secondo alcuni antropologi, le mestruazioni diventavano un’occasione di socializzazione tra donne, che trascorrevano i giorni del flusso insieme, realizzando pitture rupestri e decorazioni del corpo con il sangue mestruale e, immaginiamo, chiacchierando di tutto e di più come faremmo anche noi oggi.

ANTENATI IPER BIO DEI TAMPONI MODERNI

La storia dell’assorbenza vera e propria inizia con soluzioni molto ingegnose e paragonabili ai moderni tamponi interni; non esistevano infatti le mutande – invenzione modernissima – e mancava di conseguenza un potenziale appoggio per un assorbente esterno. 

Le pioniere dei tamponi furono senza dubbio le Egizie, che li realizzavano usando papiro ammorbidito e lino. Lo sappiamo con certezza grazie al ritrovamento del Papiro ginecologico di Kahun, il più antico testo medico conosciuto, risalente circa al 1800 a.C.. Contiene ben 35 paragrafi dedicati alla salute femminile, con focus su malattie ginecologiche, fertilità e persino contraccezione. 

I materiali favoriti in Grecia e a Roma erano invece lana e stoffa, che venivano inseriti con il supporto di bastoncini di legno, o utilizzati come bende agganciate a cinture legate in vita.

PEZZUOLE, CINTURE E GREMBIULI MESTRUALI.

Quelli Medievali furono tempi di soluzioni creative e persino brillanti per quanto riguarda la gestione delle mestruazioni: vengono chiamati Secoli Oscuri come conseguenza di una scarsa conoscenza del periodo, non per l’assenza di buone idee.

La moda delle signore abbienti dell’epoca era caratterizzata da abiti rossi, perfetti per nascondere eventuali macchie di sangue; per tamponare il flusso si utilizzava un particolare muschio (ok, questo è un po’ oscuro) ad alto potere assorbente. 

Tralasciando gli odorosi secoli del 1600 e 1700, in cui l’indicazione generale era quella di non lavarsi per evitare di aggravare i sintomi mestruali, approdiamo al 1800 per scoprire alcune novità nella gestione delle mestruazioni. Si utilizzavano cinture mestruali con tanto di fibbie e spille da balia per reggere stoffe e garze, equiparabili alle moderne versioni degli assorbenti lavabili, ma soprattutto fu introdotto il cosiddetto grembiule mestruale, un oggetto tanto buffo quanto ingegnoso. Ricordiamo che le mutande erano ancora un’utopia e che le cinture mestruali non erano poi così affidabili: fu per questo ideato un grembiule impermeabile da indossare sotto le gonne che, seppur scomodo e irritante per la pelle, permetteva di evitare di macchiare la seduta

ASSORBENTI USA E GETTA

Il 1896 fu il memorabile anno in cui Johnson & Johnson presentò sul mercato Lister’s Towels, il primo brand di assorbenti in cotone compresso usa e getta, che potevano essere utilizzati con una cintura mestruale ideata per l’occasione, o posati sulle mutande che, nel frattempo, stavano finalmente iniziando a diffondersi. Un prodotto simile veniva presentato in contemporanea in Germania dal brand Hartmann.

Purtroppo, nonostante le premesse per il successo fossero molte, entrambi i lanci furono dei buchi nell’acqua. Come raccontato nel primo articolo di Periodica, le mestruazioni sono un tabù che può influire sul modo in cui parliamo o ci comportiamo. Fu così che, nonostante questi prodotti potessero semplificare e migliorare la gestione dell’igiene mestruale, l’imbarazzo nel richiederli ai negozianti ebbe la meglio e ne sancì il fallimento

Furono alcune infermiere in servizio durante la Prima Guerra Mondiale a rendersi conto della maggior capacità assorbente del Cellucotton, una cellulosa di cui erano fatte le garze con cui si curavano le ferite dei soldati, rispetto al cotone compresso o alle stoffe utilizzate fino a quel momento per tamponare il flusso mestruale. L’azienda che la produceva, una volta finita la guerra, provò a riconvertire la propria produzione e vendere assorbenti, ma ancora una volta i tempi non erano maturi, principalmente a causa dell’imbarazzata reticenza delle clienti.

La soluzione si trovò negli anni ‘20 con un nuovo approccio distributivo self-service, basato sulla fornitura ai negozianti di scatole molto discrete in cui le clienti potevano inserire il denaro per gli assorbenti che, nel frattempo, erano diventati ancor più efficaci e comodi grazie all’introduzione del Kotex, ricavato dalla combinazione di cotone e tessuto. 

Queste novità contribuirono in maniera decisa alla diffusione degli assorbenti usa e getta – che si affiancavano a versioni di assorbenti lavabili molto simili a quelli proposti anche oggi – a partire dagli anni ‘50. In pieno boom economico, la possibilità di gettare dopo poche ore di utilizzo un prodotto era la dimostrazione di benessere economico e consumistico, che ancora non doveva scontrarsi con i suoi nefasti impatti ambientali. Al contempo, garantiva la massima comodità ad una donna che si emancipava tramite il lavoro liberandosi dalla più complessa gestione degli assorbenti lavabili. 

Da qui in poi gli assorbenti usa e getta si sono perfezionati tramite due migliorie sostanziali: la striscia adesiva sul retro presentata nel 1969 da Stayfree e che ha sancito di fatto il pensionamento delle cinture mestruali e la nascita delle ali negli anni 90, che hanno permesso di salvare dalle macchie innumerevoli mutande, tra le quali le mie di mestruata alle prime armi. 

TAMPONI MODERNI

La storia dei tamponi interni è strettamente connessa a quella dei materiali per gli assorbenti esterni, di cui erano inizialmente una semplice versione arrotolata. 

La nascita dell’assorbente interno moderno è legata al nome del dottor Earle Haas che, ispirandosi alle spugne mestruali, nel 1929 creò il primo tampone che poteva essere rimosso tramite filo, per poi brevettarlo nel 1931.

Il successo arriverà però con Gertrude Tendrich, imprenditrice di origine tedesca emigrata a Denver e portavoce di un po’ di sano girl power in questa storia, che comprendendo il potenziale del prodotto acquista nel 1936 da Haas marchio e brevetto per 32.000$ (circa 2,5 milioni di dollari odierni), per poi fondare l’impero di Tampax. Il successo è immediato specialmente negli Stati Uniti, dove il tampone interno con applicatore in cartone diventa la principale scelta per gestire le mestruazioni. Come vedremo nei prossimi numeri di Periodica, nel mondo le preferenze per i prodotti di assorbenza mestruale variano moltissimo a seconda di abitudini, cultura e credenze.

L’unico concorrente di Tampax è O.b. (letteralmente “senza assorbente esterno”, dal tedesco Ohne Binde) che nascerà in Germania nel 1947, definito tampone digitale per la modalità di inserimento senza applicatore.

Lo strapotere di mercato di Tampax e la presenza di pochi concorrenti, hanno portato alla conservazione dello status quo e a pochissime modifiche di questi prodotti negli ultimi 70 anni. Ma, al giorno d’oggi, oltre all’impatto negativo sull’ambiente, tipico di tutti i prodotti usa e getta, vi sono questioni impellenti circa l’opportunità di intervenire sulla composizione di qualcosa che viene inserito in una delle mucose più assorbenti del nostro corpo: la vagina. Il cotone che compone i tamponi infatti può essere coltivato con pesticidi se non certificato biologico e il rayon o la viscosa, fibre tessili semi-artificiali che si ottengono dalla polpa di legno rigenerata, vengono prodotti tramite procedimenti chimici. 

COPPETTA MESTRUALE

Lo dichiaro subito per dovere di cronaca: i contenuti che seguono sono storicamente accurati, ma anche e soprattutto una dichiarazione d’amore.

Caratterizzata da elementi evidentemente rivoluzionari, la coppetta mi ha cambiato la vita (al pari solo delle lenti a contatto) e ha reso il mio rapporto con le mestruazioni decisamente amichevole. Prima della coppetta c’era solo scomodità, irritazioni e un’infinità di mutande macchiate. Poi una decina d’anni fa, leggendo il libro Green Marketing Manifesto di John Grant in preparazione ad un esame universitario, ho scoperto che nel lontano 1932 era stato inventato un oggetto di cui non avevo mai sentito parlare prima e che prometteva tutto ciò che avevo sempre cercato: comodità e sostenibilità ambientale. Il mercato era meno vivace di oggi e non sono riuscita a trovare la coppetta mestruale in Italia, l’ho acquistata dall’estero ed attesa per ben due lunghe settimane: una volta arrivata, è stato amore a prima mestruazione. 

La storia della sua nascita è affascinante. Le prime coppette erano state ideate già a fine 800, ma fu l’attrice Leona Chalmers – che non poteva utilizzare l’ingombrante cintura mestruale sotto i costumi di scena – a brevettarne una versione del tutto simile a quelle odierne nel 1932. Il materiale era la gomma, in quanto il silicone medico non è stato usato fino al 2001. L’attrice pubblicò inoltre “The Intimate Side of a Woman’s Life”, manuale dedicato a mestruazioni e igiene intima, che non riuscì però a sostenere il successo della coppetta, che scomparve dalle scene fino a pochi anni fa, resa invisibile dai maggiori sforzi pubblicitari dedicati ai più lucrativi assorbenti e tamponi usa e getta.

Ancora oggi la coppetta, nonostante i suoi 100 anni di storia, è oggetto di preconcetti e timori. Una ricerca pubblicata nel 2019 dalla rivista Lancet Public Health, che ha esaminato a sua volta 43 studi precedenti, dimostra che questo prodotto è affidabile quanto un assorbente usa e getta, ma preferibile a livello igienico (anche nei Paesi del Sud del mondo con scarso accesso a misure igieniche), economico e ambientale.

Migliaia di anni di storia, miliardi di cicli mestruali, ed un grande tabù che ha minimizzato e censurato le conversazioni sulle mestruazioni e sui prodotti ad esse connessi. È così che ci troviamo oggi con delle versioni migliorate di prodotti che esistono in effetti da migliaia o centinaia di anni: assorbenti più soffici e profumati, tamponi più compatti (ma molto meno bio), e packaging più colorati che però continuiamo a nascondere. In un mondo che si trasforma quotidianamente e in cui la tecnologia ha un ruolo così pervasivo, colpisce che i prodotti per l’assorbenza mestruale nell’ultimo mezzo secolo abbiano visto avanzamenti di marketing, senza una vera innovazione.

Questo secondo articolo di Periodica si sta per concludere, ma l’evoluzione dei prodotti per l’assorbenza ha ancora tanta strada da fare per rispondere alle nuove esigenze, legate a maggior consapevolezza dei nostri corpi, delle dinamiche economiche legate al ciclo mestruale e dell’attenzione all’ambiente. 

Ogni corpo è diverso, così come diverse sono le nostre vite. Non c’è un prodotto che vada bene allo stesso modo per ogni persona che abbia le mestruazioni.

Per questo è importante conoscere (e far conoscere) le alternative presenti sul mercato, poterle provare e scegliere ciò che ci fa stare meglio, senza perdere di vista l’obiettivo di chiedere che siano fatti maggior sforzi per rendere i prodotti per l’assorbenza mestruale più comodi, sani, sostenibili e accessibili

Quest’ultimo punto è imprescindibile: esiste infatti una condizione denominata Period Poverty, che fa riferimento alla difficoltà o incapacità di far fronte all’acquisto dei prodotti necessari alla gestione della propria igiene mestruale.  

All’interno di un sistema consumistico e capitalista però, la possibilità di scelta è basata sulla capacità di acquisto, che stride con la natura di prodotti come assorbenti, tamponi o coppette: necessari ed essenziali per chi ha mestruazioni. 

Curios* di scoprirne di più? Tranquill*, lo approfondiremo nei prossimi articoli di Periodica.


Periodica è una rubrica a cura di Martina Palmese. Immagine di Alessandra D’Amico.

Ferocia e libertà – Le brigantesse del diciannovesimo secolo.

Tempo fa ero alla ricerca di una storia per realizzare il mio primo cortometraggio di finzione. Seguendo la mia idea di cinema, cercavo qualcosa di emotivamente forte, un pugno nello stomaco per chi lo avrebbe guardato, qualcosa che però allo stesso tempo aderisse al mio desiderio di rappresentare ruoli femminili diversi e meno stereotipati sullo schermo. È stato aprendo un libro di storia che mi sono imbattuta in un mondo di donne forti e combattenti che ancora non conoscevo e il cui fascino mi ha catturato immediatamente. Saprete certamente di cosa parlo quando dico “brigantaggio”, un fenomeno esploso nel diciannovesimo secolo. Pochi sanno, però, che tra quei briganti lì molte erano le donne, tanto da meritare un intero libro che le raccontasse, “Il bosco nel cuore” di Giordano Bruno Guerri:

“Nel Sud, dopo l’unità d’Italia, le donne hanno scoperto che la libertà poteva riguardare anche loro. Molti italiani che avevano creduto in Garibaldi si sono sentiti traditi da uno stato che non ha mantenuto le sue promesse e li ha abbandonati prima ancora di farli cittadini. Molti si sono dati alla macchia, in una rivolta anti-sabauda. E alcune donne li hanno seguiti. Donne dimenticate, ridotte nella memoria alla stregua di sbandate immorali e sanguinarie. Invece erano madri, mogli, figlie. Alcune schiacciate dal proprio destino, altre hanno divorato la vita, dimostrando il coraggio e l’intraprendenza di vere guerriere. Spinte dall’amore per un uomo o per un figlio, costrette dalla necessità a difendere il loro mondo. Animate da un dignitoso amor proprio, hanno imbracciato il fucile e si sono battute. Sono le brigantesse. (…)”

Sin dalle prime pagine, nonostante la drammaticità delle storie, ho respirato un’aria benefica di rivoluzione e libertà, e un eroismo femminile di grande potenza. Mi sono immedesimata in una donna del sud Italia nel 1800, letteralmente schiacciata dal patriarcato, dai codici d’onore e di comportamento che erano legge, e di conseguenza ho pensato a quale cuore da leonessa dovessero avere quelle che tra loro hanno fatto la scelta così folle, coraggiosa, irriverente, di mollare tutto e vivere tra i boschi, imbracciando un fucile, imparando a sopravvivere da latitanti. Perché le donne – in quanto donnenon diventavano solo criminali per la legge, ma perdevano totalmente l’onore davanti agli occhi della gente di quel tempo, facendo una scelta rischiosa, senza possibilità di riscatto. Tra l’altro, le storie lo testimoniano, a volte queste donne non godevano di grande rispetto nemmeno tra i briganti stessi, e alcune di loro hanno fatto una brutta fine, come Marta Cecchino. Un nome che non riesco a dimenticare, perché nel suo caso è stata proprio l’espressione più manifesta della sua femminilità a condannarla: la maternità. Dopo mesi trascorsi nei boschi insieme a suo fratello e agli altri della banda, Marta si era innamorata di un brigante da cui aspettava un bambino. Ma il suo compagno morì presto in un combattimento, lasciando Marta nel gruppo priva di protezione. Lo stesso fratello, durante una delle fughe, vedendola sempre più affaticata a causa della gravidanza, ne ordinò l’esecuzione. Marta fu uccisa con una fucilata alla schiena nel sonno perché con quella pancia era diventata un peso. Come se la sua gravidanza fosse una colpa.

Altre brigantesse condividono con Marta una tragica fine, ma le loro gesta vengono ricordate come leggendarie. Michelina De Cesare è una di queste. Una capobanda scaltra, coraggiosa, imprendibile. Più rispettata degli uomini. Fu lei la mente di strategie di guerriglia che portarono al successo numerosi saccheggi. Proprio perché forte ed eroica, fu la brigantessa che subì il pubblico ludibrio più infame: dopo che fu uccisa, le stracciarono le vesti e venne trascinata a seno scoperto da un carretto per tutto un paese. Esiste una foto famosa, orribile, che la ritrae. Umiliata soprattutto perché era una femmina che aveva osato sfidare con coraggio gli uomini, vivendo come loro, tra loro, mostrandosi addirittura migliore. Non riesco a non vedere in quell’umiliazione così meschina nient’altro che una vile paura dell’audacia femminile, castigata, in segno di ammonimento per tutte le altre donne.

È la storia personale di quelle donne a renderle brigantesse. Soprusi e crudeltà che non erano più disposte a sopportare e che le hanno spinte alla ribellione feroce. Francesca La Gamba era una filandiera che, ancor prima del risorgimento, rifiutò le avances di un ufficiale francese. L’uomo per punirla fece fucilare i suoi figli trovando una scusa. Francesca promise di mangiargli il cuore. Si unì ai briganti dell’Aspromonte finché tra massacri e fughe riuscì a ritrovarsi finalmente faccia a faccia con l’ufficiale. E mantenne la promessa.

Un’altra donna spietata fu Maria Oliviero, detta Ciccilla, moglie di un brigante. Le cronache del suo processo vennero scritte nel 1864 addirittura da Alexander Dumas, allora direttore de “L’Indipendente” di Napoli, e la fecero diventare la più famosa brigantessa del Sud Italia. I calabresi cantavano di lei “lu cori comu na petra”. Anche per lei tanta ferocia nasceva dall’aver accumulato una vita di soprusi, tradimenti. Era stata addirittura oggetto di rappresaglie da parte dei sabaudi quando il marito l’aveva abbandonata per darsi alla macchia.

Perché tutte queste donne in quel periodo trovarono finalmente il coraggio di scappare da una società che le reprimeva, al costo di pagarne le conseguenze con la morte? La mia personale opinione è che durante gli anni della spedizione di Garibaldi si viveva un periodo di transizione. Il Regno delle Due Sicilie, così come era conosciuto, si stava sgretolando insieme alle sue certezze, e questo diede coraggio a molte donne per ribellarsi.

Della storia di Niccolina Licciardi e Bizzarro, la coppia di briganti che ha ispirato il mio cortometraggio, non voglio svelarvi troppo ovviamente. Posso dire, però, che l’ho scelta tra così tante storie impressionanti perché in Niccolina ho visto innanzitutto una donna piena di quelle fragilità purtroppo tipiche delle donne vittime di violenza dei nostri giorni. In fondo, il legame relazionale tra un uomo e una donna si alimenta sempre delle stesse dinamiche, mette in gioco paure, rapporti di forza che sicuramente hanno qualcosa che trascende gli aspetti culturali e sociali di un tempo. Tragicamente, ci sono ancora uomini che vedono le donne come Bizzarro vedeva Niccolina, e ancor più tragicamente, ci sono donne che come Niccolina cercano la propria forza in un compagno, senza capire che in realtà loro quella forza ce l’hanno già dentro, ed è lì che devono cercarla.


Articolo di Serena Corvaglia, regista di “Mille scudi”, corto ispirato alla vera storia della brigantessa Niccolina Licciardi nell’Italia del 19esimo secolo.

Tra i premi fin qui collezionati: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Fotografia alla Digital Media Fest; Miglior Film Giuria Popolare a Storia in Corto FF; Premio della Critica per il Miglior Film all’Ivelise Cinefestival; Miglior Montaggio al Gulf of Naples.

Donne e finanza: una storia ancora da scrivere?

Si parla spesso, in contesti diversi, di quanto la “risorsa donna” sia ancora poco valorizzata nella società contemporanea. Per l’ambito specifico di cui mi occupo, quello finanziario, le evidenze in tal senso non mancano. Secondo una ricerca condotta di McKinsey&C.[1], è fra le meno impiegate e valorizzate: favorendo la parità di genere, si stima che il PIL mondiale potrebbe crescere di circa 12 trilioni di dollari.

Attraverso il supporto di ricerche e studi, cercherò di dare conto di una evidente contraddizione, ancora non sanata, che riguarda il rapporto tra donne e finanza: 

  • da una parte si prevede una forte crescita della clientela femminile nel mondo finanziario dei prossimi anni (principalmente per demografia e allungamento della vita media). Negli USA, per esempio, il dato è già evidente e da tempo il Wealth Management si è spostato verso le donne come clienti di riferimento:

“una quantità senza precedenti di attività si sposterà nelle mani delle statunitensi nei prossimi tre o cinque anni, circa 30 trilioni di dollari verranno gestiti dalle donne entro la fine del decennio

Ricerca di McKinsey&C
  • dall’altra parte – ed è questo l’elemento di contraddizione su cui è necessario riflettere e agire in modo efficace – le investitrici sono ancora poco coinvolte in prima persona nella gestione dei propri soldi. D’altro canto, se pensiamo a un altro target di donne che hanno a che fare con la finanza, e cioè le imprenditrici, il discorso mostra ulteriori complessità, perché le aziende a guida femminile, sebbene abbiano in media performance superiori a quelle dello stesso settore ma con leadership maschile, fanno più fatica ad avere accesso al mercato dei capitali e a ricevere investimenti.

Proviamo allora a capire meglio qual è la situazione in Italia e nel mondo in questi ambiti.

Partiamo dalle donne che, con un piccolo o grande capitale personale a disposizione, si trovano nella condizione di dover/voler scegliere quale soluzione di investimento sia più adatta per loro: per pregiudizi culturali e sociali, il più delle volte delegano al partner o a un componente maschile della propria famiglia le scelte finanziarie. 

Da tempo mi chiedo come mai questo atteggiamento sia ancora così diffuso e lo sia a prescindere dall’età anagrafica, sebbene le generazioni più giovani – con un’educazione maggiore e maggiore impegno nel sociale, soprattutto in ambito di gender equality – mostrino più coinvolgimento nelle decisioni economiche. 

Il Museo del Risparmio, in collaborazione con Episteme, nel 2017 ha realizzato l’interessante ricerca “Le donne e la gestione del risparmio” su un campione di circa 1000 persone (75% donne, 25% uomini) e ha confermato un evidente divario fra uomini e donne sia nella situazione economica che nella gestione dei propri risparmi: gli uomini hanno infatti dichiarato di avere redditi più alti, di essere più interessati e di saperne di più in tema di investimenti, infine di avere maggiore capacità di risparmio e di investimento. 

Un dato di rilievo che emerge dalla ricerca, tuttavia, è che più le donne sono consapevoli dei propri obiettivi individuali, più si interessano ai temi economici e finanziari: i soldi, quindi, diventano uno strumento per dare forma a se stesse e realizzare i propri progetti. Le laureate fra i 25 e i 44 anni sono il target più interessante in tal senso, per emancipazione economico-lavorativa, perché sono più propense al risparmio e all’investimento, più informate e comunque, più disposte a farsi seguire da chi per lavoro è in grado di aiutarle nella pianificazione finanziaria.

Al riguardo, e sempre dagli USA, arriva un altro studio, citato da Bluerating, in cui si evidenzia come le donne si sentano spesso ignorate dai consulenti finanziari, che privilegiano i partner maschili come interlocutori sottovalutando le esigenze finanziarie specifiche delle loro clienti. 

Quindi il retaggio culturale e sociale con cui dobbiamo fare i conti noi donne riguarda anche chi lavora nella finanza, che in Italia significa prevalentemente uomini difficilmente inclusivi nel linguaggio e nel comportamento abituati a confrontarsi con altri uomini. 

La sfida e l’opportunità per questo settore è quindi riuscire a comunicare in maniera efficace a una parte rilevante della popolazione che da qui ai prossimi anni sarà la maggiore detentrice di ricchezza e, oltretutto, l’interlocutrice più adatta per chi fa consulenza. Le donne infatti, nel campo degli investimenti, tendono a essere pazienti e avverse al rischio, il che si traduce in un interesse per i prodotti che promuovono l’equità, l’inclusione e la diversità , temi di sviluppo sostenibile in grado di dare nel tempo solide performance.

Parliamo ora delle imprenditrici, in particolare delle aziende a guida femminile, in cui cioè le donne sono le fondatrici o parte dei board.

In base al report «Women in Technology Leadership» 2019 della Silicon Valley Bank, basato su 1370 aziende internazionali, l’accesso ai capitali per le imprese femminili è ancora un ostacolo, sia per vincoli burocratici (che spesso non premiano aziende poco patrimonializzate o in fase early stage, come le startup), sia per l’atteggiamento delle imprenditrici che fanno ancora resistenza verso il mondo degli investimenti. Eppure, le aziende a guida femminile hanno in media performance migliori di quelle dello stesso settore con leadership maschile: secondo i dati raccolti dall’organizzazione no profit The Catalyst, tra le Fortune 500 in USA quelle con più di tre donne nei ruoli apicali sovraperformano in media i loro competitor in termini di ROS (return on sales), di ROIC (return on invested capital) e di ROE (return on equity).

Inoltre, secondo il Credit Suisse 3000 Gender, hanno un rendimento del flusso di cassa sugli investimenti (ROIC) superiore del 2,04%, con una minore volatilità nel tempo dei risultati. Quindi, migliori performance con minore rischio d’impresa. 

Eppure l’accesso ai capitali finanziari per la maggior parte delle aziende a guida femminile, anche e soprattutto per quelle di piccola dimensione, è ancora molto difficile, sia attraverso i canali tradizionali bancari che quelli più innovativi come Business Angel, Venture capital o Private equity – cioè forme di finanziamento diretto da parte di privati, istituzioni o fondi di investimento specializzati che, oltre al capitale messo a disposizione, intervengono nel c.d.a. aziendale, portando esperienza, competenze e obiettivi di medio-lungo termine per favorire la crescita e lo sviluppo dell’azienda target. 

Un esempio interessante in Italia in tal senso è quello di Redpublic: con la Ceo Giada Maldotti ho avuto modo di confrontarmi proprio sul tema della finanza inclusiva e delle forme di finanziamento alternativo che ho citato. In queste settimane Redpublic (azienda di consulenza al 100% femminile) ha avuto un primo intervento di equity da parte di un privato finanziatore, Guido Fienga, che è entrato nel c.d.a. come Presidente, portando nell’azienda non solo capitale ma anche una lunga esperienza professionale.

Che cosa possiamo dunque aspettarci dal settore bancario-finanziario in ambito di finanza inclusiva? 

In linea con il 5° Global Goal definito dall’Onu, che richiama il tema della parità di genere, il mondo della finanza ha di fronte a sé l’opportunità di realizzare soluzioni di investimento che abbiano come focus aziende a leadership femminile e che, al contempo, abbiano anche un impatto positivo sulla vita delle donne, in un felice connubio fra rendimento finanziario e avanzamento sociale e culturale. 


[1]Jonathan Woetzel et al., The Power of Parity: How Advancing Women’s Equality Can Add $ 12 trillion to Global Growth, McKinsey Global Institute, September 2015.


La rubrica “In borsa” è curata da Valentina Proietti Muzi, immagine di Claudia Valentini.

Quando i simboli del passato non muoiono mai: colori e moda femminista ieri e oggi.

La moda parla, la moda parla sempre e con lei i colori che sfilano in passerella, alla televisione, sui social network. 

E la moda femminista? Esiste? Eccome, e sono proprio i colori a fare da fil rouge tra passato e presente. Andiamo indietro nel tempo e riavvolgiamo il nastro della storia, fermandolo a fine 1700. 

Nel bel mezzo della Rivoluzione Francese, vediamo le prime tracce di un movimento per l’emancipazione femminile dipinto da Olympe de Goudes (pseudonimo di Marie Gouze, la cui storia purtroppo finirà in tragedia). Uno dei suoi più famosi ritratti la vede avvolta in una stola bianca, candida, così sensoriale che riusciamo a sentirla scivolare tra le dita. 

Quel colore è già l’inizio di qualcosa, sebbene in realtà non abbiamo prove ufficiali legate al suo uso a quei tempi.  

Dalla Francia saltiamo all’Inghilterra, dove la lotta per l’emancipazione femminile comincia a prendere piede e ad acquisire sempre maggiore forza. La tenacia delle donne si fa sentire ogni giorno di più fino a quando, nel 1869, nasce il movimento delle Suffragette, destinato ad ampliarsi.

Tra lotte, scioperi, incendi e un forte senso di rabbia che brucia giorno e notte, le Suffragette trovano il modo di portare avanti un simbolismo cromatico essenziale ma estremamente riconoscibile. Ancora oggi. 

Tra i colori del movimento spiccano il bianco, il viola, il verde e anche il giallo (o l’oro); ognuno è utilizzato in relazione a valori ben precisi. Si parla di simbolismo proprio per questo motivo.

La verità delle parole è una cosa differente dalla verità della percezione o della fisica. Semplicemente non riguarda una lunghezza d’onda, ma una categoria culturale.” 

Riccardo Falcinelli, Cromorama, Einaudi, Torino, p.112
Frame estrapolato da una scena del film “Suffragette” di Sarah Gravon.

Che cosa significano questi colori? A che cosa si riallacciano e perché? 

Il viola si lega al concetto di lealtà, mentre il giallo (o l’oro) potrebbe essere la trasposizione metaforica dei girasoli del Kansas, lo Stato in cui Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony– due grandi esempi del primissimo femminismo statunitense – danno vita a numerose e importanti campagne.

Il giallo negli Stati Uniti, il verde nel Regno Unito – questo cambiamento è dovuto all’associazione del verde con la speranza

E il bianco? Si presta come tela su cui poggiare piccole e significative macchie di colore. Diventa così una base da cui partire, per sdoganare i classici stereotipi cromatici del femminile e del maschile (ma questa è un’altra storia). 

C’è chi abbraccia questa teoria cromatica e chi, invece, propende per una visione più “strategica” della questione. Si potrebbe concepire come un simbolo di riconoscibilità, qualcosa che, nel marasma delle rivolte e del caos, funge da messaggio in codice o di appartenenza alla stessa parte. In quest’ottica i colori diventano parte integrante di uno stesso significato profondo: la fiducia.

Infatti durante i cortei e le manifestazioni le stesse Suffragette riescono a riconoscersi tra loro anche solo per un semplice accessorio: una collana di pietre verdi (il peridoto), una di perle o un anello dallo stile art nouveau in ametista. 

Ora, fate bene attenzione.

GWV: “Green, White, Violet” – “peridoto, perle, ametista” – “Give Women Vote”.

Una coincidenza?

L’ETERNO RITORNO DELLA MODA AI GIORNI NOSTRI

Capita allora che il passato non smetta mai di bruciare dentro il presente: si fa sentire, spinge per emergere e ritorna più vivo che mai. 

In tempi assai recenti, Kamala Harris ha indossato per il suo primo discorso da vicepresidente degli USA un tailleur bianco in onore alla lotta delle Suffragette.  

Harris non è stata la prima a scegliere il bianco con tale significato: hanno optato per lo stesso colore Shirley Chisholm quando è diventata la prima donna afroamericana eletta al Congresso; Geraldine Ferraro quando ha accettato di diventare la prima candidata donna alla vice-presidenza alla convention del 1984; Hillary Clinton, nel 2016, nel momento della candidatura alla presidenza degli Stati Uniti durante la convention democratica e Alexandria Ocasio-Cortez, nel 2019, per l’elezione al Congresso.

Ma la moda femminista non è stata solo colori.

Ci sono stati i bloomers: nati durante la metà dell’Ottocento grazie alla personalità di Elizabeth Smith Miller e all’amica attivista Amelia Bloomer, questi nuovi pantaloni diventarono presto il simbolo della rivoluzione e della rinascita. Purtroppo la loro conseguenza negativa fu quella di rendere riconoscibili le Suffragette e trasformarle in bersaglio di discriminazioni, offese e umiliazioni.

I bloomers esistono ancora oggi, in forma leggermente differente, ma esistono.

Caratteristica era anche la shirtwaist, una blusa decorata con pizzo e fronzoli, la cui impostazione era considerata l’unione del femminile e del maschile (pizzo e fronzoli VS corpetto e bottoni verticali). Anche questo è un capo che non è mai morto e che possiamo vedere ancora oggi nei negozi delle grandi catene del fast fashion.

Entrando nel mondo delle grandi firme, come dimenticarsi del “We Should All Be Feminist” di Maria Grazia Chiuri per la SS 2017 di Dior?

Per non parlare dello slogan “The Future Is Female” che ha fatto capolino sulla t-shirt indossata da Bella Hadid alla sfilata di Prabal Gurung alla NY Fashion Week. 

Colori, consistenze, tessuti, drappeggi, scritte simboliche e accessori: una buona fetta della moda oggi vuole riprendere pensieri e concetti del femminismo storico e, soprattutto, vuole portare alla luce l’immagine di una donna lontana e sradicata dagli stereotipi soffocanti della società.

Liberiamoci dagli schemi, dalle regole fisse, da che cosa è giusto e cosa è sbagliato indossare, da ciò che potrebbero pensare vedendoci con un abito “maschile” e tanto, tantissimo altro. Coco Chanel è stata la prima e ne sarebbe fiera. 

La moda parla, la moda parla sempre ed è importante che lanci messaggi femministi evitando ulteriori stereotipi.

La moda parla, la moda parla sempre; lasciamola parlare. 


Articolo di Marta Mancosu, immagine di Marina Ravizza.

 

Lara Croft e le altre. Le donne nell’industria del videogioco.

Quando ho scritto i miei primi due articoli per questo blog, Flavia mi ha chiesto se me la sentivo di prepararne un altro sul mondo dei videogiochi, forse ricordando che, da ragazzina, ne ero appassionata (unica femmina del gruppo, ma su questo torneremo tra poco). Lì per lì, le ho risposto di no: la mia “carriera” di giocatrice si è di fatto fermata ai tempi dell’università e di World of Warcraft, più anni fa di quanto mi piaccia ammettere.

Qualche mese dopo, però, mi sono imbattuta in questo articolo: A Wave of Sexual Harassment Accusations Is Sweeping the Games Industry. Ho provato subito a richiedere a VICE il permesso di tradurlo, ma non ho ricevuto nessuna risposta. Perciò, ve lo riassumo: nei giorni precedenti (il pezzo è del 23 giugno 2020), c’era stata un’ondata di persone che avevano denunciato molestie sessuali e abusi da parte di alcuni esponenti (maschili) dell’industria videoludica. Man mano che le vittime condividevano le proprie esperienze su Twitter, Medium, Twitch e così via, altre si erano aggiunte con i propri racconti. Qualcuno aveva addirittura creato una lista delle denunce qui. Come diretta conseguenza di queste accuse, alcune persone erano state licenziate, mentre altre aziende avevano preso atto delle sacche di ambienti tossici formatesi al proprio interno e avevano promesso di prendere provvedimenti.

Leggere questo articolo ha stimolato una riflessione sulle mie esperienze di videogiocatrice prima e di “addetta ai lavori” oggi, in quanto traduttrice di videogame. E ho deciso di metterle per iscritto.

Il mondo dei videogiochi, dalle sue origini fino a qualche anno fa, è sempre stato a netta preponderanza maschile. Come accennavo, vent’anni fa ero l’unica donna tra le mie conoscenze ad apprezzarli e a possedere una Play Station 1. Immagino che fossero considerati un passatempo per maschi immaturi, o forse, trattandosi di qualcosa di tecnologico, di un hobby impossibile da padroneggiare per una femmina. Molti videogiochi, poi, trattavano argomenti generalmente considerati “da ragazzi”, come le macchine veloci, la guerra e la lotta.

Da qui ai classici stereotipi sessisti il passo è breve. Personaggi femminili rappresentati in modi ultra sessualizzati, quando non apertamente dispregiativi. Con curve esagerate e pochi vestiti addosso. Deboli donzelle da salvare, oppure vittime di abusi in giochi come Grand Theft Auto V, che hanno contribuito a “normalizzare” la violenza sulle donne in questo ambito. Quasi mai protagoniste attive e, nei pochi rari casi in cui lo erano, rese più “digeribili” al pubblico maschile con proporzioni irrealistiche e, di nuovo, abiti succinti (sì, sto pensando a voi, prime versioni di Lara Croft!). Trovate un video molto approfondito sull’argomento qui.

Fonte: Gamesgrabr.com

Purtroppo, anche il passo da questo al sessismo “in azione” è stato breve. E non mi riferisco solo ai casi di abusi di cui parlava l’articolo citato all’inizio, ma anche di tutte le piccole, grandi attenzioni di troppo subite dalle giocatrici da parte dei colleghi maschi, fenomeno naturalmente amplificato dalla possibilità di giocare online, connettendosi da remoto con persone da tutto il mondo, spesso senza conoscerle. Anche se, nel frattempo, il numero di videogiocatrici è aumentato considerevolmente (l’americana Entertainment Software Association stima che compongano circa la metà della popolazione mondiale dei gamer dal 2014), l’ultimo decennio ha visto un’impennata anche negli episodi di sessismo e molestie. Oppure, all’estremo opposto, di discriminazione ed emarginazione, con donne vittime di aperta ostilità o comunque ritenute meno all’altezza. Marie Claire riporta uno studio del 2012 in cui l’80% di chi giocava riteneva il sessismo in aumento all’interno della comunità videoludica e il 63% delle donne affermavano di essere state insultate in quanto tali durante una partita.

Ed ecco un recente ulteriore passo in là: le ragazze da “affittare” per giocare. Esistono infatti alcune piattaforme online su cui proporsi a sconosciuti per partite virtuali insieme. Niente di male fino a qui, se non fosse che l’idea è degenerata rapidamente e, stando ai racconti di chi utilizza queste vetrine, è ormai pratica diffusa tra i gamer maschi cercare ragazze non tanto per giocare, quanto per fare richieste a sfondo sessuale.

Come in tanti altri campi, le cose stanno cambiando anche sul fronte dei videogame, seppure a piccoli passi. Ci sono tante giocatrici, come si diceva. Il movimento #metoo del 2017 è servito a fare emergere i tanti abusi di cui scrivevo all’inizio, e il femminismo ha ampliato il suo sguardo fino a includere il settore: la NGO Feminist Frequency, per esempio, si impegna a diffondere una maggiore consapevolezza tra i media. Vengono sviluppati giochi con protagoniste femminili a tutto tondo (qui c’è una bella lista che include, a sorpresa, anche uno degli ultimi Tomb Raider… sì, Lara Croft, ci sei di nuovo di mezzo tu! Ne hai fatta di strada!). Ci sono donne che lavorano anche “dietro le quinte”, tra designer, produttrici, traduttrici e così via.

Ma uno studio del Boston Globe del 2013 riportava che la presenza femminile tra le game designer si fermava all’11% e tra le programmatrici addirittura al 3%, spesso peraltro con stipendi più bassi delle controparti maschili. E, negli ultimi anni, secondo le statistiche di Wiredil numero di videogiochi con protagoniste femminili come unica opzione è addirittura calato dopo essere aumentato lievemente nel 2015.La strada per un’industria del videogioco più inclusiva è ancora lunga. Però dai, non potrà essere più difficile che finire il primo Time Crisis con un solo gettone!


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, immagine di Marina Ravizza.

L’oppressione femminile nella moda: il corsetto.

In ambito vestimentario, il corsetto nasce come camiciola esterna tenuta rigida da una stecca per modellare e contenere il tronco e la vita. Diventa poi indumento intimo steccato e allacciato strettamente al busto. Fin da subito questo indumento, che obbligava a muoversi in modo lento e armonioso, viene percepito come un vero e proprio strumento di tortura, al quale però la donna del tempo ben si sacrificava. Eppure non si trattava solo di un ornamento.

ORIGINE E SIGNIFICATO SOCIALE DEL CORSETTO

I primi corsetti come li conosciamo oggi compaiono nel Rinascimento, quando le corti italiane dettavano legge in campo di moda. Le preziose stoffe prodotte in Italia richiedevano un sostegno per essere drappeggiate, ed il corsetto rispondeva a questi bisogni: realizzato in resistente canapa, armato di stecche di legno e avorio (ma anche ferro) e imbottito, stringeva il busto ed esaltava il seno.

Dalla fine del Settecento, con l’affermarsi della borghesia, questa costrizione viene accentuata dalla differenza di significato sociale fra divisa maschile e femminile. La prima, un tempo ricchissima per stoffe e taglio, ora doveva simboleggiare sobrietà, impegno politico e lavorativo. Per questo diventa uguale per tutti (ed evolverà nel completo che ancora oggi è indossato) ed adotta colori scuri o neutri. La seconda era incaricata solamente di testimoniare il successo maschile, diventando oggetto di spese lussuose e ostentatorie. Gli uomini borghesi possono così mostrare la loro ricchezza tramite l’abbigliamento delle mogli.

Le donne borghesi non avevano spazio pubblico (anzi, dovevano disinteressarsi della politica e della vita sociale per non intaccare il prestigio del marito) ed erano strettamente vincolate alle mura domestiche e alla famiglia. Di riflesso, l’abito era estremamente rigido: vestite con abiti pesanti e avvinghiate dal corsetto, erano impossibilitate a svolgere qualsiasi attività produttiva. D’altronde, potersi permettere di non lavorare era ritenuto un lusso invidiabile. Dice Veblen in “La teoria della classe agiata” (1899):

“Poiché il lavoro produttivo è particolarmente disdicevole per una donna rispettabile, nella creazione degli abiti femminili si dovrà porre una speciale attenzione affinché all’osservatore resti impresso il fatto […] che la donna che li indossa non è e non può essere impegnata in lavori utili”.

Una tenuta del genere non permetteva nemmeno attività ricreative come lo sport e molte non adottarono gli abiti creati ad hoc e innovativi come la “bycicle suit” (veste da bicicletta), concepita per consentire una pedalata più facile e costituita da una giacca con calzoni biforcuti.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO

Molti intellettuali verso fine XIX-inizio XX secolo insorgono a favore di una riforma dell’abbigliamento della donna per emanciparla fisicamente, specialmente in Inghilterra e Germania. La “Rational Dress Society” (fondata nel 1881 dalla viscontessa Haberton) proponeva ad esempio l’uso di pantaloni alla turca o gonne-pantalone in nome della salute e dell’igiene. Sono tantissime infatti le testimonianze di donne che svenivano (complici anche il caldo delle sale da ballo in cui si recavano) e numerosi sono le illustrazioni e i pamphlet che elencavano le controindicazioni del corsetto stretto al limite: le donne rischiavano la deformazione degli organi e persino la sterilità (problema che faceva presa all’epoca, dato che mettere al mondo un figlio era ritenuto uno dei compiti fondamentali della moglie). Anche singoli couturier come Mariano Fortuny, Paul Poiret e Madeleine Vionnet elaborano tecniche e tagli che permettevano all’abito di essere “decoroso” ma meno costrittivo tramite l’assenza di busti o altre sottostrutture rigide.

Con la prima guerra mondiale e, successivamente, l’imporsi del prêt-à-porter, il busto verrà progressivamente chiuso nell’armadio. È vero che Dior lo riprende nella celebre collezione del 1947, che inaugura il New Look: i suoi capi richiedevano il corsetto ed erano talmente pesanti da costringere chi li portava all’immobilità forzata, proprio come in passato. Infatti questi abiti vengono contestati dalle associazioni femministe dell’epoca e soprattutto non hanno presa sul mercato americano, in cui era difficile per le donne (che avevano conquistato il diritto a votare, guidare e lavorare) accettare di nuovo busti con stecche di balena. Eppure lo scatto in avanti era evidente: il corsetto non era più un capo che demarcava uno status sociale o imponeva un ruolo alla donna. Era ormai un elemento stilistico, decontestualizzato e rimosso dal suo ruolo originario. Non più costrizione per sottolineare una inferiorità ma caratteristica di tendenza per essere alla moda.

E OGGI?

Il corsetto steccato non è da decenni parte obbligata del corredo intimo femminile: ci sono versioni meno stringenti in commercio, oppure viene indossato come costume (feticismo, burlesque etc.). È stato riproposto da moltissimi stilisti, come Vivienne Westwood, Saint Laurent o Gaultier (celebre il suo corsetto del 1991 per Madonna) ma sempre come simbolo di liberazione e sensualità, non costrizione.

Oggi è il suo discendente che sta diventando oggetto di contestazione o abbandono: il reggiseno. Nato proprio come alternativa meno asfissiante al corsetto, oggi è da molte ritenuto un obsoleto strumento costrittivo. Nonostante le centinaia di tipologie e modelli disponibili, non sono in pochi a ragionare su una sua eventuale scomparsa dai cassetti della biancheria delle donne. I motivi sono principalmente due: questioni di comodità e/o perché molte ritengono che quelli disponibili in commercio non esaltino il loro seno. Eppure non bisogna dimenticare le esigenze di salute. Victoria Shelton, tecnologa degli indumenti, ha recentemente dichiarato al Daily Star britannico che

“il nostro seno ha bisogno di supporto. A causa del peso possono insorgere dolori alla schiena, problemi posturali e danni alla mammella”.

Mentre il corsetto ha ormai perso il suo ruolo di capo vilificatore della donna, se ne sono affermati altri che fanno sentire le loro indossatrici costrette o oppresse. Ma la voce delle donne si fa sentire: pur tutelando la salute e lo stile bisogna sempre avere un occhio critico verso gli indumenti che indossiamo ogni giorno, magari inconsciamente, ma che non ci fanno sentire effettivamente libere.


Articolo di Giulia Maiorana, immagine di Claudia Valentini.