Ferocia e libertà – Le brigantesse del diciannovesimo secolo.

Tempo fa ero alla ricerca di una storia per realizzare il mio primo cortometraggio di finzione. Seguendo la mia idea di cinema, cercavo qualcosa di emotivamente forte, un pugno nello stomaco per chi lo avrebbe guardato, qualcosa che però allo stesso tempo aderisse al mio desiderio di rappresentare ruoli femminili diversi e meno stereotipati sullo schermo. È stato aprendo un libro di storia che mi sono imbattuta in un mondo di donne forti e combattenti che ancora non conoscevo e il cui fascino mi ha catturato immediatamente. Saprete certamente di cosa parlo quando dico “brigantaggio”, un fenomeno esploso nel diciannovesimo secolo. Pochi sanno, però, che tra quei briganti lì molte erano le donne, tanto da meritare un intero libro che le raccontasse, “Il bosco nel cuore” di Giordano Bruno Guerri:

“Nel Sud, dopo l’unità d’Italia, le donne hanno scoperto che la libertà poteva riguardare anche loro. Molti italiani che avevano creduto in Garibaldi si sono sentiti traditi da uno stato che non ha mantenuto le sue promesse e li ha abbandonati prima ancora di farli cittadini. Molti si sono dati alla macchia, in una rivolta anti-sabauda. E alcune donne li hanno seguiti. Donne dimenticate, ridotte nella memoria alla stregua di sbandate immorali e sanguinarie. Invece erano madri, mogli, figlie. Alcune schiacciate dal proprio destino, altre hanno divorato la vita, dimostrando il coraggio e l’intraprendenza di vere guerriere. Spinte dall’amore per un uomo o per un figlio, costrette dalla necessità a difendere il loro mondo. Animate da un dignitoso amor proprio, hanno imbracciato il fucile e si sono battute. Sono le brigantesse. (…)”

Sin dalle prime pagine, nonostante la drammaticità delle storie, ho respirato un’aria benefica di rivoluzione e libertà, e un eroismo femminile di grande potenza. Mi sono immedesimata in una donna del sud Italia nel 1800, letteralmente schiacciata dal patriarcato, dai codici d’onore e di comportamento che erano legge, e di conseguenza ho pensato a quale cuore da leonessa dovessero avere quelle che tra loro hanno fatto la scelta così folle, coraggiosa, irriverente, di mollare tutto e vivere tra i boschi, imbracciando un fucile, imparando a sopravvivere da latitanti. Perché le donne – in quanto donnenon diventavano solo criminali per la legge, ma perdevano totalmente l’onore davanti agli occhi della gente di quel tempo, facendo una scelta rischiosa, senza possibilità di riscatto. Tra l’altro, le storie lo testimoniano, a volte queste donne non godevano di grande rispetto nemmeno tra i briganti stessi, e alcune di loro hanno fatto una brutta fine, come Marta Cecchino. Un nome che non riesco a dimenticare, perché nel suo caso è stata proprio l’espressione più manifesta della sua femminilità a condannarla: la maternità. Dopo mesi trascorsi nei boschi insieme a suo fratello e agli altri della banda, Marta si era innamorata di un brigante da cui aspettava un bambino. Ma il suo compagno morì presto in un combattimento, lasciando Marta nel gruppo priva di protezione. Lo stesso fratello, durante una delle fughe, vedendola sempre più affaticata a causa della gravidanza, ne ordinò l’esecuzione. Marta fu uccisa con una fucilata alla schiena nel sonno perché con quella pancia era diventata un peso. Come se la sua gravidanza fosse una colpa.

Altre brigantesse condividono con Marta una tragica fine, ma le loro gesta vengono ricordate come leggendarie. Michelina De Cesare è una di queste. Una capobanda scaltra, coraggiosa, imprendibile. Più rispettata degli uomini. Fu lei la mente di strategie di guerriglia che portarono al successo numerosi saccheggi. Proprio perché forte ed eroica, fu la brigantessa che subì il pubblico ludibrio più infame: dopo che fu uccisa, le stracciarono le vesti e venne trascinata a seno scoperto da un carretto per tutto un paese. Esiste una foto famosa, orribile, che la ritrae. Umiliata soprattutto perché era una femmina che aveva osato sfidare con coraggio gli uomini, vivendo come loro, tra loro, mostrandosi addirittura migliore. Non riesco a non vedere in quell’umiliazione così meschina nient’altro che una vile paura dell’audacia femminile, castigata, in segno di ammonimento per tutte le altre donne.

È la storia personale di quelle donne a renderle brigantesse. Soprusi e crudeltà che non erano più disposte a sopportare e che le hanno spinte alla ribellione feroce. Francesca La Gamba era una filandiera che, ancor prima del risorgimento, rifiutò le avances di un ufficiale francese. L’uomo per punirla fece fucilare i suoi figli trovando una scusa. Francesca promise di mangiargli il cuore. Si unì ai briganti dell’Aspromonte finché tra massacri e fughe riuscì a ritrovarsi finalmente faccia a faccia con l’ufficiale. E mantenne la promessa.

Un’altra donna spietata fu Maria Oliviero, detta Ciccilla, moglie di un brigante. Le cronache del suo processo vennero scritte nel 1864 addirittura da Alexander Dumas, allora direttore de “L’Indipendente” di Napoli, e la fecero diventare la più famosa brigantessa del Sud Italia. I calabresi cantavano di lei “lu cori comu na petra”. Anche per lei tanta ferocia nasceva dall’aver accumulato una vita di soprusi, tradimenti. Era stata addirittura oggetto di rappresaglie da parte dei sabaudi quando il marito l’aveva abbandonata per darsi alla macchia.

Perché tutte queste donne in quel periodo trovarono finalmente il coraggio di scappare da una società che le reprimeva, al costo di pagarne le conseguenze con la morte? La mia personale opinione è che durante gli anni della spedizione di Garibaldi si viveva un periodo di transizione. Il Regno delle Due Sicilie, così come era conosciuto, si stava sgretolando insieme alle sue certezze, e questo diede coraggio a molte donne per ribellarsi.

Della storia di Niccolina Licciardi e Bizzarro, la coppia di briganti che ha ispirato il mio cortometraggio, non voglio svelarvi troppo ovviamente. Posso dire, però, che l’ho scelta tra così tante storie impressionanti perché in Niccolina ho visto innanzitutto una donna piena di quelle fragilità purtroppo tipiche delle donne vittime di violenza dei nostri giorni. In fondo, il legame relazionale tra un uomo e una donna si alimenta sempre delle stesse dinamiche, mette in gioco paure, rapporti di forza che sicuramente hanno qualcosa che trascende gli aspetti culturali e sociali di un tempo. Tragicamente, ci sono ancora uomini che vedono le donne come Bizzarro vedeva Niccolina, e ancor più tragicamente, ci sono donne che come Niccolina cercano la propria forza in un compagno, senza capire che in realtà loro quella forza ce l’hanno già dentro, ed è lì che devono cercarla.


Articolo di Serena Corvaglia, regista di “Mille scudi”, corto ispirato alla vera storia della brigantessa Niccolina Licciardi nell’Italia del 19esimo secolo.

Tra i premi fin qui collezionati: Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Fotografia alla Digital Media Fest; Miglior Film Giuria Popolare a Storia in Corto FF; Premio della Critica per il Miglior Film all’Ivelise Cinefestival; Miglior Montaggio al Gulf of Naples.

Donne e finanza: una storia ancora da scrivere?

Si parla spesso, in contesti diversi, di quanto la “risorsa donna” sia ancora poco valorizzata nella società contemporanea. Per l’ambito specifico di cui mi occupo, quello finanziario, le evidenze in tal senso non mancano. Secondo una ricerca condotta di McKinsey&C.[1], è fra le meno impiegate e valorizzate: favorendo la parità di genere, si stima che il PIL mondiale potrebbe crescere di circa 12 trilioni di dollari.

Attraverso il supporto di ricerche e studi, cercherò di dare conto di una evidente contraddizione, ancora non sanata, che riguarda il rapporto tra donne e finanza: 

  • da una parte si prevede una forte crescita della clientela femminile nel mondo finanziario dei prossimi anni (principalmente per demografia e allungamento della vita media). Negli USA, per esempio, il dato è già evidente e da tempo il Wealth Management si è spostato verso le donne come clienti di riferimento:

“una quantità senza precedenti di attività si sposterà nelle mani delle statunitensi nei prossimi tre o cinque anni, circa 30 trilioni di dollari verranno gestiti dalle donne entro la fine del decennio

Ricerca di McKinsey&C
  • dall’altra parte – ed è questo l’elemento di contraddizione su cui è necessario riflettere e agire in modo efficace – le investitrici sono ancora poco coinvolte in prima persona nella gestione dei propri soldi. D’altro canto, se pensiamo a un altro target di donne che hanno a che fare con la finanza, e cioè le imprenditrici, il discorso mostra ulteriori complessità, perché le aziende a guida femminile, sebbene abbiano in media performance superiori a quelle dello stesso settore ma con leadership maschile, fanno più fatica ad avere accesso al mercato dei capitali e a ricevere investimenti.

Proviamo allora a capire meglio qual è la situazione in Italia e nel mondo in questi ambiti.

Partiamo dalle donne che, con un piccolo o grande capitale personale a disposizione, si trovano nella condizione di dover/voler scegliere quale soluzione di investimento sia più adatta per loro: per pregiudizi culturali e sociali, il più delle volte delegano al partner o a un componente maschile della propria famiglia le scelte finanziarie. 

Da tempo mi chiedo come mai questo atteggiamento sia ancora così diffuso e lo sia a prescindere dall’età anagrafica, sebbene le generazioni più giovani – con un’educazione maggiore e maggiore impegno nel sociale, soprattutto in ambito di gender equality – mostrino più coinvolgimento nelle decisioni economiche. 

Il Museo del Risparmio, in collaborazione con Episteme, nel 2017 ha realizzato l’interessante ricerca “Le donne e la gestione del risparmio” su un campione di circa 1000 persone (75% donne, 25% uomini) e ha confermato un evidente divario fra uomini e donne sia nella situazione economica che nella gestione dei propri risparmi: gli uomini hanno infatti dichiarato di avere redditi più alti, di essere più interessati e di saperne di più in tema di investimenti, infine di avere maggiore capacità di risparmio e di investimento. 

Un dato di rilievo che emerge dalla ricerca, tuttavia, è che più le donne sono consapevoli dei propri obiettivi individuali, più si interessano ai temi economici e finanziari: i soldi, quindi, diventano uno strumento per dare forma a se stesse e realizzare i propri progetti. Le laureate fra i 25 e i 44 anni sono il target più interessante in tal senso, per emancipazione economico-lavorativa, perché sono più propense al risparmio e all’investimento, più informate e comunque, più disposte a farsi seguire da chi per lavoro è in grado di aiutarle nella pianificazione finanziaria.

Al riguardo, e sempre dagli USA, arriva un altro studio, citato da Bluerating, in cui si evidenzia come le donne si sentano spesso ignorate dai consulenti finanziari, che privilegiano i partner maschili come interlocutori sottovalutando le esigenze finanziarie specifiche delle loro clienti. 

Quindi il retaggio culturale e sociale con cui dobbiamo fare i conti noi donne riguarda anche chi lavora nella finanza, che in Italia significa prevalentemente uomini difficilmente inclusivi nel linguaggio e nel comportamento abituati a confrontarsi con altri uomini. 

La sfida e l’opportunità per questo settore è quindi riuscire a comunicare in maniera efficace a una parte rilevante della popolazione che da qui ai prossimi anni sarà la maggiore detentrice di ricchezza e, oltretutto, l’interlocutrice più adatta per chi fa consulenza. Le donne infatti, nel campo degli investimenti, tendono a essere pazienti e avverse al rischio, il che si traduce in un interesse per i prodotti che promuovono l’equità, l’inclusione e la diversità , temi di sviluppo sostenibile in grado di dare nel tempo solide performance.

Parliamo ora delle imprenditrici, in particolare delle aziende a guida femminile, in cui cioè le donne sono le fondatrici o parte dei board.

In base al report «Women in Technology Leadership» 2019 della Silicon Valley Bank, basato su 1370 aziende internazionali, l’accesso ai capitali per le imprese femminili è ancora un ostacolo, sia per vincoli burocratici (che spesso non premiano aziende poco patrimonializzate o in fase early stage, come le startup), sia per l’atteggiamento delle imprenditrici che fanno ancora resistenza verso il mondo degli investimenti. Eppure, le aziende a guida femminile hanno in media performance migliori di quelle dello stesso settore con leadership maschile: secondo i dati raccolti dall’organizzazione no profit The Catalyst, tra le Fortune 500 in USA quelle con più di tre donne nei ruoli apicali sovraperformano in media i loro competitor in termini di ROS (return on sales), di ROIC (return on invested capital) e di ROE (return on equity).

Inoltre, secondo il Credit Suisse 3000 Gender, hanno un rendimento del flusso di cassa sugli investimenti (ROIC) superiore del 2,04%, con una minore volatilità nel tempo dei risultati. Quindi, migliori performance con minore rischio d’impresa. 

Eppure l’accesso ai capitali finanziari per la maggior parte delle aziende a guida femminile, anche e soprattutto per quelle di piccola dimensione, è ancora molto difficile, sia attraverso i canali tradizionali bancari che quelli più innovativi come Business Angel, Venture capital o Private equity – cioè forme di finanziamento diretto da parte di privati, istituzioni o fondi di investimento specializzati che, oltre al capitale messo a disposizione, intervengono nel c.d.a. aziendale, portando esperienza, competenze e obiettivi di medio-lungo termine per favorire la crescita e lo sviluppo dell’azienda target. 

Un esempio interessante in Italia in tal senso è quello di Redpublic: con la Ceo Giada Maldotti ho avuto modo di confrontarmi proprio sul tema della finanza inclusiva e delle forme di finanziamento alternativo che ho citato. In queste settimane Redpublic (azienda di consulenza al 100% femminile) ha avuto un primo intervento di equity da parte di un privato finanziatore, Guido Fienga, che è entrato nel c.d.a. come Presidente, portando nell’azienda non solo capitale ma anche una lunga esperienza professionale.

Che cosa possiamo dunque aspettarci dal settore bancario-finanziario in ambito di finanza inclusiva? 

In linea con il 5° Global Goal definito dall’Onu, che richiama il tema della parità di genere, il mondo della finanza ha di fronte a sé l’opportunità di realizzare soluzioni di investimento che abbiano come focus aziende a leadership femminile e che, al contempo, abbiano anche un impatto positivo sulla vita delle donne, in un felice connubio fra rendimento finanziario e avanzamento sociale e culturale. 


[1]Jonathan Woetzel et al., The Power of Parity: How Advancing Women’s Equality Can Add $ 12 trillion to Global Growth, McKinsey Global Institute, September 2015.


La rubrica “In borsa” è curata da Valentina Proietti Muzi, immagine di Claudia Valentini.

Quando i simboli del passato non muoiono mai: colori e moda femminista ieri e oggi.

La moda parla, la moda parla sempre e con lei i colori che sfilano in passerella, alla televisione, sui social network. 

E la moda femminista? Esiste? Eccome, e sono proprio i colori a fare da fil rouge tra passato e presente. Andiamo indietro nel tempo e riavvolgiamo il nastro della storia, fermandolo a fine 1700. 

Nel bel mezzo della Rivoluzione Francese, vediamo le prime tracce di un movimento per l’emancipazione femminile dipinto da Olympe de Goudes (pseudonimo di Marie Gouze, la cui storia purtroppo finirà in tragedia). Uno dei suoi più famosi ritratti la vede avvolta in una stola bianca, candida, così sensoriale che riusciamo a sentirla scivolare tra le dita. 

Quel colore è già l’inizio di qualcosa, sebbene in realtà non abbiamo prove ufficiali legate al suo uso a quei tempi.  

Dalla Francia saltiamo all’Inghilterra, dove la lotta per l’emancipazione femminile comincia a prendere piede e ad acquisire sempre maggiore forza. La tenacia delle donne si fa sentire ogni giorno di più fino a quando, nel 1869, nasce il movimento delle Suffragette, destinato ad ampliarsi.

Tra lotte, scioperi, incendi e un forte senso di rabbia che brucia giorno e notte, le Suffragette trovano il modo di portare avanti un simbolismo cromatico essenziale ma estremamente riconoscibile. Ancora oggi. 

Tra i colori del movimento spiccano il bianco, il viola, il verde e anche il giallo (o l’oro); ognuno è utilizzato in relazione a valori ben precisi. Si parla di simbolismo proprio per questo motivo.

La verità delle parole è una cosa differente dalla verità della percezione o della fisica. Semplicemente non riguarda una lunghezza d’onda, ma una categoria culturale.” 

Riccardo Falcinelli, Cromorama, Einaudi, Torino, p.112
Frame estrapolato da una scena del film “Suffragette” di Sarah Gravon.

Che cosa significano questi colori? A che cosa si riallacciano e perché? 

Il viola si lega al concetto di lealtà, mentre il giallo (o l’oro) potrebbe essere la trasposizione metaforica dei girasoli del Kansas, lo Stato in cui Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony– due grandi esempi del primissimo femminismo statunitense – danno vita a numerose e importanti campagne.

Il giallo negli Stati Uniti, il verde nel Regno Unito – questo cambiamento è dovuto all’associazione del verde con la speranza

E il bianco? Si presta come tela su cui poggiare piccole e significative macchie di colore. Diventa così una base da cui partire, per sdoganare i classici stereotipi cromatici del femminile e del maschile (ma questa è un’altra storia). 

C’è chi abbraccia questa teoria cromatica e chi, invece, propende per una visione più “strategica” della questione. Si potrebbe concepire come un simbolo di riconoscibilità, qualcosa che, nel marasma delle rivolte e del caos, funge da messaggio in codice o di appartenenza alla stessa parte. In quest’ottica i colori diventano parte integrante di uno stesso significato profondo: la fiducia.

Infatti durante i cortei e le manifestazioni le stesse Suffragette riescono a riconoscersi tra loro anche solo per un semplice accessorio: una collana di pietre verdi (il peridoto), una di perle o un anello dallo stile art nouveau in ametista. 

Ora, fate bene attenzione.

GWV: “Green, White, Violet” – “peridoto, perle, ametista” – “Give Women Vote”.

Una coincidenza?

L’ETERNO RITORNO DELLA MODA AI GIORNI NOSTRI

Capita allora che il passato non smetta mai di bruciare dentro il presente: si fa sentire, spinge per emergere e ritorna più vivo che mai. 

In tempi assai recenti, Kamala Harris ha indossato per il suo primo discorso da vicepresidente degli USA un tailleur bianco in onore alla lotta delle Suffragette.  

Harris non è stata la prima a scegliere il bianco con tale significato: hanno optato per lo stesso colore Shirley Chisholm quando è diventata la prima donna afroamericana eletta al Congresso; Geraldine Ferraro quando ha accettato di diventare la prima candidata donna alla vice-presidenza alla convention del 1984; Hillary Clinton, nel 2016, nel momento della candidatura alla presidenza degli Stati Uniti durante la convention democratica e Alexandria Ocasio-Cortez, nel 2019, per l’elezione al Congresso.

Ma la moda femminista non è stata solo colori.

Ci sono stati i bloomers: nati durante la metà dell’Ottocento grazie alla personalità di Elizabeth Smith Miller e all’amica attivista Amelia Bloomer, questi nuovi pantaloni diventarono presto il simbolo della rivoluzione e della rinascita. Purtroppo la loro conseguenza negativa fu quella di rendere riconoscibili le Suffragette e trasformarle in bersaglio di discriminazioni, offese e umiliazioni.

I bloomers esistono ancora oggi, in forma leggermente differente, ma esistono.

Caratteristica era anche la shirtwaist, una blusa decorata con pizzo e fronzoli, la cui impostazione era considerata l’unione del femminile e del maschile (pizzo e fronzoli VS corpetto e bottoni verticali). Anche questo è un capo che non è mai morto e che possiamo vedere ancora oggi nei negozi delle grandi catene del fast fashion.

Entrando nel mondo delle grandi firme, come dimenticarsi del “We Should All Be Feminist” di Maria Grazia Chiuri per la SS 2017 di Dior?

Per non parlare dello slogan “The Future Is Female” che ha fatto capolino sulla t-shirt indossata da Bella Hadid alla sfilata di Prabal Gurung alla NY Fashion Week. 

Colori, consistenze, tessuti, drappeggi, scritte simboliche e accessori: una buona fetta della moda oggi vuole riprendere pensieri e concetti del femminismo storico e, soprattutto, vuole portare alla luce l’immagine di una donna lontana e sradicata dagli stereotipi soffocanti della società.

Liberiamoci dagli schemi, dalle regole fisse, da che cosa è giusto e cosa è sbagliato indossare, da ciò che potrebbero pensare vedendoci con un abito “maschile” e tanto, tantissimo altro. Coco Chanel è stata la prima e ne sarebbe fiera. 

La moda parla, la moda parla sempre ed è importante che lanci messaggi femministi evitando ulteriori stereotipi.

La moda parla, la moda parla sempre; lasciamola parlare. 


Articolo di Marta Mancosu, immagine di Marina Ravizza.

 

Lara Croft e le altre. Le donne nell’industria del videogioco.

Quando ho scritto i miei primi due articoli per questo blog, Flavia mi ha chiesto se me la sentivo di prepararne un altro sul mondo dei videogiochi, forse ricordando che, da ragazzina, ne ero appassionata (unica femmina del gruppo, ma su questo torneremo tra poco). Lì per lì, le ho risposto di no: la mia “carriera” di giocatrice si è di fatto fermata ai tempi dell’università e di World of Warcraft, più anni fa di quanto mi piaccia ammettere.

Qualche mese dopo, però, mi sono imbattuta in questo articolo: A Wave of Sexual Harassment Accusations Is Sweeping the Games Industry. Ho provato subito a richiedere a VICE il permesso di tradurlo, ma non ho ricevuto nessuna risposta. Perciò, ve lo riassumo: nei giorni precedenti (il pezzo è del 23 giugno 2020), c’era stata un’ondata di persone che avevano denunciato molestie sessuali e abusi da parte di alcuni esponenti (maschili) dell’industria videoludica. Man mano che le vittime condividevano le proprie esperienze su Twitter, Medium, Twitch e così via, altre si erano aggiunte con i propri racconti. Qualcuno aveva addirittura creato una lista delle denunce qui. Come diretta conseguenza di queste accuse, alcune persone erano state licenziate, mentre altre aziende avevano preso atto delle sacche di ambienti tossici formatesi al proprio interno e avevano promesso di prendere provvedimenti.

Leggere questo articolo ha stimolato una riflessione sulle mie esperienze di videogiocatrice prima e di “addetta ai lavori” oggi, in quanto traduttrice di videogame. E ho deciso di metterle per iscritto.

Il mondo dei videogiochi, dalle sue origini fino a qualche anno fa, è sempre stato a netta preponderanza maschile. Come accennavo, vent’anni fa ero l’unica donna tra le mie conoscenze ad apprezzarli e a possedere una Play Station 1. Immagino che fossero considerati un passatempo per maschi immaturi, o forse, trattandosi di qualcosa di tecnologico, di un hobby impossibile da padroneggiare per una femmina. Molti videogiochi, poi, trattavano argomenti generalmente considerati “da ragazzi”, come le macchine veloci, la guerra e la lotta.

Da qui ai classici stereotipi sessisti il passo è breve. Personaggi femminili rappresentati in modi ultra sessualizzati, quando non apertamente dispregiativi. Con curve esagerate e pochi vestiti addosso. Deboli donzelle da salvare, oppure vittime di abusi in giochi come Grand Theft Auto V, che hanno contribuito a “normalizzare” la violenza sulle donne in questo ambito. Quasi mai protagoniste attive e, nei pochi rari casi in cui lo erano, rese più “digeribili” al pubblico maschile con proporzioni irrealistiche e, di nuovo, abiti succinti (sì, sto pensando a voi, prime versioni di Lara Croft!). Trovate un video molto approfondito sull’argomento qui.

Fonte: Gamesgrabr.com

Purtroppo, anche il passo da questo al sessismo “in azione” è stato breve. E non mi riferisco solo ai casi di abusi di cui parlava l’articolo citato all’inizio, ma anche di tutte le piccole, grandi attenzioni di troppo subite dalle giocatrici da parte dei colleghi maschi, fenomeno naturalmente amplificato dalla possibilità di giocare online, connettendosi da remoto con persone da tutto il mondo, spesso senza conoscerle. Anche se, nel frattempo, il numero di videogiocatrici è aumentato considerevolmente (l’americana Entertainment Software Association stima che compongano circa la metà della popolazione mondiale dei gamer dal 2014), l’ultimo decennio ha visto un’impennata anche negli episodi di sessismo e molestie. Oppure, all’estremo opposto, di discriminazione ed emarginazione, con donne vittime di aperta ostilità o comunque ritenute meno all’altezza. Marie Claire riporta uno studio del 2012 in cui l’80% di chi giocava riteneva il sessismo in aumento all’interno della comunità videoludica e il 63% delle donne affermavano di essere state insultate in quanto tali durante una partita.

Ed ecco un recente ulteriore passo in là: le ragazze da “affittare” per giocare. Esistono infatti alcune piattaforme online su cui proporsi a sconosciuti per partite virtuali insieme. Niente di male fino a qui, se non fosse che l’idea è degenerata rapidamente e, stando ai racconti di chi utilizza queste vetrine, è ormai pratica diffusa tra i gamer maschi cercare ragazze non tanto per giocare, quanto per fare richieste a sfondo sessuale.

Come in tanti altri campi, le cose stanno cambiando anche sul fronte dei videogame, seppure a piccoli passi. Ci sono tante giocatrici, come si diceva. Il movimento #metoo del 2017 è servito a fare emergere i tanti abusi di cui scrivevo all’inizio, e il femminismo ha ampliato il suo sguardo fino a includere il settore: la NGO Feminist Frequency, per esempio, si impegna a diffondere una maggiore consapevolezza tra i media. Vengono sviluppati giochi con protagoniste femminili a tutto tondo (qui c’è una bella lista che include, a sorpresa, anche uno degli ultimi Tomb Raider… sì, Lara Croft, ci sei di nuovo di mezzo tu! Ne hai fatta di strada!). Ci sono donne che lavorano anche “dietro le quinte”, tra designer, produttrici, traduttrici e così via.

Ma uno studio del Boston Globe del 2013 riportava che la presenza femminile tra le game designer si fermava all’11% e tra le programmatrici addirittura al 3%, spesso peraltro con stipendi più bassi delle controparti maschili. E, negli ultimi anni, secondo le statistiche di Wiredil numero di videogiochi con protagoniste femminili come unica opzione è addirittura calato dopo essere aumentato lievemente nel 2015.La strada per un’industria del videogioco più inclusiva è ancora lunga. Però dai, non potrà essere più difficile che finire il primo Time Crisis con un solo gettone!


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, immagine di Marina Ravizza.

L’oppressione femminile nella moda: il corsetto.

In ambito vestimentario, il corsetto nasce come camiciola esterna tenuta rigida da una stecca per modellare e contenere il tronco e la vita. Diventa poi indumento intimo steccato e allacciato strettamente al busto. Fin da subito questo indumento, che obbligava a muoversi in modo lento e armonioso, viene percepito come un vero e proprio strumento di tortura, al quale però la donna del tempo ben si sacrificava. Eppure non si trattava solo di un ornamento.

ORIGINE E SIGNIFICATO SOCIALE DEL CORSETTO

I primi corsetti come li conosciamo oggi compaiono nel Rinascimento, quando le corti italiane dettavano legge in campo di moda. Le preziose stoffe prodotte in Italia richiedevano un sostegno per essere drappeggiate, ed il corsetto rispondeva a questi bisogni: realizzato in resistente canapa, armato di stecche di legno e avorio (ma anche ferro) e imbottito, stringeva il busto ed esaltava il seno.

Dalla fine del Settecento, con l’affermarsi della borghesia, questa costrizione viene accentuata dalla differenza di significato sociale fra divisa maschile e femminile. La prima, un tempo ricchissima per stoffe e taglio, ora doveva simboleggiare sobrietà, impegno politico e lavorativo. Per questo diventa uguale per tutti (ed evolverà nel completo che ancora oggi è indossato) ed adotta colori scuri o neutri. La seconda era incaricata solamente di testimoniare il successo maschile, diventando oggetto di spese lussuose e ostentatorie. Gli uomini borghesi possono così mostrare la loro ricchezza tramite l’abbigliamento delle mogli.

Le donne borghesi non avevano spazio pubblico (anzi, dovevano disinteressarsi della politica e della vita sociale per non intaccare il prestigio del marito) ed erano strettamente vincolate alle mura domestiche e alla famiglia. Di riflesso, l’abito era estremamente rigido: vestite con abiti pesanti e avvinghiate dal corsetto, erano impossibilitate a svolgere qualsiasi attività produttiva. D’altronde, potersi permettere di non lavorare era ritenuto un lusso invidiabile. Dice Veblen in “La teoria della classe agiata” (1899):

“Poiché il lavoro produttivo è particolarmente disdicevole per una donna rispettabile, nella creazione degli abiti femminili si dovrà porre una speciale attenzione affinché all’osservatore resti impresso il fatto […] che la donna che li indossa non è e non può essere impegnata in lavori utili”.

Una tenuta del genere non permetteva nemmeno attività ricreative come lo sport e molte non adottarono gli abiti creati ad hoc e innovativi come la “bycicle suit” (veste da bicicletta), concepita per consentire una pedalata più facile e costituita da una giacca con calzoni biforcuti.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO

Molti intellettuali verso fine XIX-inizio XX secolo insorgono a favore di una riforma dell’abbigliamento della donna per emanciparla fisicamente, specialmente in Inghilterra e Germania. La “Rational Dress Society” (fondata nel 1881 dalla viscontessa Haberton) proponeva ad esempio l’uso di pantaloni alla turca o gonne-pantalone in nome della salute e dell’igiene. Sono tantissime infatti le testimonianze di donne che svenivano (complici anche il caldo delle sale da ballo in cui si recavano) e numerosi sono le illustrazioni e i pamphlet che elencavano le controindicazioni del corsetto stretto al limite: le donne rischiavano la deformazione degli organi e persino la sterilità (problema che faceva presa all’epoca, dato che mettere al mondo un figlio era ritenuto uno dei compiti fondamentali della moglie). Anche singoli couturier come Mariano Fortuny, Paul Poiret e Madeleine Vionnet elaborano tecniche e tagli che permettevano all’abito di essere “decoroso” ma meno costrittivo tramite l’assenza di busti o altre sottostrutture rigide.

Con la prima guerra mondiale e, successivamente, l’imporsi del prêt-à-porter, il busto verrà progressivamente chiuso nell’armadio. È vero che Dior lo riprende nella celebre collezione del 1947, che inaugura il New Look: i suoi capi richiedevano il corsetto ed erano talmente pesanti da costringere chi li portava all’immobilità forzata, proprio come in passato. Infatti questi abiti vengono contestati dalle associazioni femministe dell’epoca e soprattutto non hanno presa sul mercato americano, in cui era difficile per le donne (che avevano conquistato il diritto a votare, guidare e lavorare) accettare di nuovo busti con stecche di balena. Eppure lo scatto in avanti era evidente: il corsetto non era più un capo che demarcava uno status sociale o imponeva un ruolo alla donna. Era ormai un elemento stilistico, decontestualizzato e rimosso dal suo ruolo originario. Non più costrizione per sottolineare una inferiorità ma caratteristica di tendenza per essere alla moda.

E OGGI?

Il corsetto steccato non è da decenni parte obbligata del corredo intimo femminile: ci sono versioni meno stringenti in commercio, oppure viene indossato come costume (feticismo, burlesque etc.). È stato riproposto da moltissimi stilisti, come Vivienne Westwood, Saint Laurent o Gaultier (celebre il suo corsetto del 1991 per Madonna) ma sempre come simbolo di liberazione e sensualità, non costrizione.

Oggi è il suo discendente che sta diventando oggetto di contestazione o abbandono: il reggiseno. Nato proprio come alternativa meno asfissiante al corsetto, oggi è da molte ritenuto un obsoleto strumento costrittivo. Nonostante le centinaia di tipologie e modelli disponibili, non sono in pochi a ragionare su una sua eventuale scomparsa dai cassetti della biancheria delle donne. I motivi sono principalmente due: questioni di comodità e/o perché molte ritengono che quelli disponibili in commercio non esaltino il loro seno. Eppure non bisogna dimenticare le esigenze di salute. Victoria Shelton, tecnologa degli indumenti, ha recentemente dichiarato al Daily Star britannico che

“il nostro seno ha bisogno di supporto. A causa del peso possono insorgere dolori alla schiena, problemi posturali e danni alla mammella”.

Mentre il corsetto ha ormai perso il suo ruolo di capo vilificatore della donna, se ne sono affermati altri che fanno sentire le loro indossatrici costrette o oppresse. Ma la voce delle donne si fa sentire: pur tutelando la salute e lo stile bisogna sempre avere un occhio critico verso gli indumenti che indossiamo ogni giorno, magari inconsciamente, ma che non ci fanno sentire effettivamente libere.


Articolo di Giulia Maiorana, immagine di Claudia Valentini.

Periodica #1: perché non parliamo di mestruazioni?

Tra i lasciti del 2020, mi ha colpito la nascita del neologismo “Infodemia”, definita come “Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento”.

Se da un lato, in un periodo di tempo così breve e concitato, la diffusione di informazioni su un virus nascente ha preso il sopravvento creando disorientamento, dall’altro – per la ragione esattamente opposta – esiste altrettanta confusione su una condizione che interessa più della metà della popolazione e che esiste dall’alba dei tempi.

L’avrete già capito, (non) parliamo di mestruazioni. 

Non è incredibile che si discuta così poco – sia nella sfera privata che in quella pubblica – di qualcosa che fa parte in maniera così pervasiva e ricorrente delle nostre vite?

Su questo tema possiamo veramente dare i numeri: sanguiniamo dai 2 ai 7 giorni al mese per circa 40 anni. Nell’età fertile, ogni donna ha in media 450 cicli mestruali, per un totale di circa 7 anni passati con indosso un assorbente, un tampone o una coppetta (sempre che siamo sufficientemente fortunate da vivere in una zona del mondo in cui ci sia accesso a prodotti adeguati). 

Il ciclo mestruale è un fenomeno che ci caratterizza, non un evento eccezionale e trascurabile. Sebbene approfondirne il più possibile la conoscenza migliorerebbe l’esperienza che ogni mese coinvolge così tante donne e ragazze nel mondo, la narrazione a riguardo è minimizzata, spesso stigmatizzata.  

Secondo un’analisi del 2019 di AstraRicerche, per circa la metà delle donne italiane le mestruazioni sono “fuori della normalità”, per il 26,5% causa di disagio o imbarazzo, per il 25,7% invalidanti. Le intervistate e intervistati coinvolti nella ricerca concordano però su un punto di vista incoraggiante, il 69% ritiene infatti che “una corretta comunicazione potrebbe contribuire a migliorare la salute delle donne vista l’ignoranza diffusa su alcuni disturbi e malattie legate alle mestruazioni” (75,3% delle donne e 62,8% degli uomini).

Ed è con questo impegno che diamo ufficialmente il via a Periodica, la rubrica ideata per Hella Network, per promuovere conversazioni e riflessioni sul ciclo mestruale. Perché ciò che siamo non dovrebbe mai limitare le nostre opportunità.

Un approccio sano e consapevole alle mestruazioni può avere un impatto migliorativo sulla qualità della vita di donne e ragazze e favorire un reale avanzamento della gender equity.

Nel corso della storia, infatti, i patriarcati – supportati dalle religioni – hanno utilizzato le mestruazioni come prova della subalternità femminile rispetto alla normalità maschile. Questa narrazione è costruita e perpetrata sull’idea che la condizione normale sia non avere le mestruazioni: chi le ha deve adattarsi, come se non esistessero. In questo scenario si sono sviluppati i pregiudizi che etichettano le donne e ragazze mestruate come “contaminate”, “sporche” e “impure”, e che negano la normalità e potenza di questo fenomeno biologico legato intrinsecamente alla generazione della vita.

Inoltre la scarsa rappresentazione femminile, sia nei ruoli di potere che in ambito medico, ha reso ancor più difficile parlare apertamente e consapevolmente di ciclo mestruale all’interno della struttura sociale e della comunità scientifica, con conseguente scarsità di politiche dedicate ad una maggior inclusività e studi a tema salute e benessere delle donne. Questo è ciò che accade quando nella discussione manca la diversity, e cioè la rappresentazione di punti di vista che diano risalto a background e necessità differenti.

Il primo passo per infrangere questo stigma è chiamare le cose con il loro nome

Non so voi, ma oltre a combattere una silenziosa battaglia contro scomodità ed inadeguatezza della maggioranza dei prodotti in commercio per l’assorbenza (ne parleremo nel prossimo articolo), ho passato buona parte dell’adolescenza (e ben oltre in tutta onestà) a cercare il modo più socialmente accettabile per parlare di quel sanguinamento che ogni mese vivevo come una immensa scocciatura.

Nonostante a casa mia fosse promosso un illuminato uso del termine mestruazioni, proprio non mi ci ritrovavo. 

“Mestruazioni” – che viene dal latino di estrazione medica “Mestruatio” (mensilità), derivato dall’avverbio “menstrum” (una volta al mese) – mi suonava vecchio, decisamente poco cool e per nulla aggregante, mi vergognavo ad utilizzarlo. Le opzioni a disposizione erano quindi non parlarne per nulla, o parlarne come ne parlavano tutti. Ed è così che – con un certo sollievo – sono approdata al primo eufemismo: finalmente durante l’adolescenza avevo “le mie cose”! Crescendo però il problema si è ripresentato, perché “le mie cose” non mi sembravano sufficientemente sofisticate, ed è così che, grazie ad un nuovo gruppo di amiche, ho iniziato ad avere “il ciclo”.

“Il ciclo” ha fatto parte del mio vocabolario a lungo, almeno fino a che, grazie ad approfondimenti sull’argomento, ho capito che l’utilizzo di questa formula non raccontava in modo adeguato la complessità e ricchezza del ciclo mestruale – che è costituito da fasi specifiche e con caratteristiche che hanno un impatto sulla nostra vita personale, relazionale e lavorativa. 

Il ciclo mestruale inizia il primo giorno di una mestruazione, il periodo in cui si verifica il sanguinamento, dovuto allo sfaldarsi dell’endometrio in caso di ovulo non fecondato. Termina il giorno prima dell’inizio di quella successiva. Indicare con il termine ciclo mestruale i giorni in cui la donna ha la mestruazione è quindi sbagliato e riduttivo, perché minimizza tutti quei cambiamenti ormonali e fisiologici che avvengono tra una mestruazione e l’altra.

La sovrapposizione semantica tra ciclo mestruale e mestruazioni è piuttosto comune: il report di AstraRicerche ci riporta che il 58,1% degli Italiani, in particolare donne e giovani 18-34enni utilizzano il termine “ciclo” per definire la mestruazione. Meno utilizzato – ma con prevalenza tra gli uomini – è il termine “cose”. Seguono poi moltissimi modi di dire (il marchese, le armate rosse, problemi femminili e molti altri), poco rilevanti numericamente, ma che raccontano il tentativo o necessità di evitare di nominare direttamente il ciclo mestruale.  

Le parole sono potenti: riappropriarci della comprensione del funzionamento del nostro corpo e, di conseguenza, della sua narrazione, rappresenta un’enorme opportunità di empowerment di genere ed è nostra responsabilità superare i limiti che ci sono stati imposti. 

Su questo fronte rimane memorabile il contributo della giornalista ed attivista Gloria Steinem, che nel 1978 pubblicò il saggio satirico “If men could menstruate” (se gli uomini avessero le mestruazioni), un testo sagace e provocatorio che afferma che

“sono le caratteristiche di chi ha potere, chiunque sia, ad essere pensate come migliori delle caratteristiche di chi non ne ha”.

In tal senso, secondo l’autrice,

“se di colpo, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no, le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi.”

Per lasciarci con un impegno, propongo di partire da alcuni semplici esercizi quotidiani che possano aiutarci a riprendere il controllo sulla narrazione ciclica. Sono alcuni spunti a partire dai quali potremmo stilare un manifesto per rendere la comunicazione su questo argomento più inclusiva e rappresentativa, vi invitiamo quindi a condividere i vostri feedback ed integrazioni nei commenti all’articolo:

1.  Chiamiamo le mestruazioni, mestruazioni. Impegniamoci a riconoscere e superare il disagio che spesso proviamo pronunciando questa parola.

2. Evitiamo di essere promotrici di visioni distorte che associano qualsiasi variazione umorale alle mestruazioni (es: “Che caratterino oggi…hai il ciclo?”). A volte siamo più irritabili e di cattivo umore semplicemente perché lo siamo, e no, non siamo disposte ad essere accusate di isteria solo perché intendiamo far valere il nostro punto di vista, né quando abbiamo le mestruazioni, né mai.

3. Smettiamo di nascondere assorbenti o tamponi. Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi e, se siete curiose di conoscere prodotti nuovi, più sostenibili e comodi, seguite il prossimo articolo.


Articolo di Martina Palmese, immagine di Alessandra D’Amico.

Sleeping Giants, ovvero: quando il programmatic può nuocere al brand.

Conosci Breitbart?
Si, è quello: il sito di notizie che ha come direttore esecutivo Steve Bannon, ex consigliere di Trump e sovranista indemoniato, lo stesso che poche settimane fa ha chiesto a gran voce la decapitazione del Dr. Fauci, tanto per citare un episodio recente.
Breitbart è stato per una decina d’anni il megafono della politica americana di destra.  E, grazie proprio a Steve Bannon, nel 2016 è diventato anche il maggior (peggior?) sito di diffusione di fake news, orientate principalmente a sostenere le posizioni sovraniste dell’estrema destra e il delirio di onnipotenza di Trump.
Operazione riuscita benissimo; ma un giorno dal nulla è comparsa l’organizzazione Sleeping Giants.
I suoi fondatori, Matt Rivitz e Nandini Jammi, allora si occupavano in vario modo di comunicazione e osservavano gli stessi fenomeni: Breitbart vantava un gran traffico di utenti e prosperava anche grazie agli inserzionisti pubblicitari. Possibile che aziende come BMW, Visa, Kellogg’s e AT&T fossero d’accordo nel pubblicare i propri banner pubblicitari di fianco a notizie perlopiù false e faziose?
Un po’ per rabbia, un po’ per sfida, Jammi e Rivitz cominciarono a segnalare agli investitori la presenza dei loro brand su Breitbart. Le prime segnalazioni vennero pubblicate su Twitter, diventando presto virali. Le aziende non potevano ignorarle; come reazione iniziarono a inserire Breitbart nella lista dei siti su cui non far comparire la propria pubblicità. Un’azienda dopo l’altra, un brand dopo l’altro, entro febbraio 2017 oltre 800 inserzionisti avevano abbandonato Bannon, causando al suo sito la perdita del 90% delle entrate.
L’effetto non secondario della campagna di Sleeping Giants ha riguardato però i e le marketers delle più grandi aziende, che hanno cominciato ad interessarsi più da vicino alla destinazione reale dei loro investimenti in adv. Perché contare le visualizzazioni va bene, ma contribuire alla diffusione di posizioni bigotte e di odio va un po’ meno bene. 

Se la reputazione è un bene importante, che “money just can’t buy”, meglio non sprecare denaro proprio là dove rischi di rovinartela.

E quale purpose più o meno altisonante potrebbe reggere se affiancato alla continua proposizione di affermazioni suprematiste e per niente inclusive?

Sleeping Giants non è mai diventata un’azienda; è tuttora un’iniziativa di attivismo sociale, che non produce reddito ma che ha esteso le proprie attività ad altri Stati, prendendo di mira altri divulgatori di odio. 

Le vicende tra i due founder non sono andate bene: Nandini Jammi ha accusato di aver subito gaslighting da parte di Matt Rivitz.

Con l’arrivo della pandemia Jammi si è resa conto che la reazione delle aziende verso le news più controverse era stata eccessiva, tanto da portarle ad includere nella lista nera anche quei siti che parlavano di Covid. Praticamente, tutti i siti di informazione, creando così un grave danno al settore editoriale (basti pensare che in pochi mesi una testata come Wired USA è arrivata a perdere il 41% dei proventi pubblicitari). 
Serviva correggere la rotta e aiutare le aziende a capire. A giugno ha quindi creato, insieme a Claire Atkin, la startup Check My Ads.

“Lavoriamo con i team di marketing per aiutarli a sviluppare le policy dei brand. Li aiutiamo a documentare le regole che il brand intende seguire per gestire la propria visibilità sui media: con chi vogliono o non vogliono essere associati, dove vogliono o non vogliono vedere i propri banner pubblicitari e i propri contenuti, e come decidere se un sito è, per loro, sicuro oppure no”.

In Italia Sleeping Giants sarebbe replicabile?

A inizio novembre una donna ha accusato l’imprenditore Alberto Genovese di averla violentata per molte ore, dopo averla drogata e sequestrata.
La notizia è stata ripresa in vari modi dalla stampa nazionale: sfumature, sottintesi, mezze parole e la solita abbondante dose di victim blaming.
Una testata in particolare ha pensato bene di ripercorrere la carriera di lui dipingendolo come un uomo di successoscivolato su una buccia di banana con quel brutto e inspiegabile guaio della presunta violenza.
Un’azienda, Sismaitalia, in risposta a questa pessima copertura giornalistica, ha cancellato il proprio investimento pubblicitario sulla testata in questione. 

Punto.
Ma la sua azione coraggiosa meriterebbe visibilità, perché offre a chi lavora nel marketing molti spunti di riflessione.

“Il programmatic funziona così!” è una scusa usata sempre più raramente, e mai da chi sa quanto sia difficile conquistare e mantenere la reputazione di un brand. L’invito è ad alzare il livello di attenzione, e scegliere dove investire in visibilità. 

Si può fare.


Articolo scritto da Paola Miglio, immagine di Enrica Gallo.

Rock’n’roll, baby: donne nel metal e dove trovarle.

Questo è un coming out in piena regola.

Non credo di averlo mai messo pubblicamente nero su bianco accanto al mio nome e cognome, ma…

Sono una metallara.

Fino a qualche anno fa, questo si traduceva in anfibi, trucco pesante, festival in giro per l’Europa e weekend a base di birra e musica dal vivo. Oggi, significa rispolverare pian piano i miei CD per far conoscere i miei gruppi preferiti alla mia bambina e approfittare dei concerti estivi per avvicinarla a questo mondo che amo.

Sì, perché partiamo da un dato di fatto importante: nonostante le apparenze di “brutti, sporchi e cattivi”, la comunità metal è estremamente inclusiva e rispettosa, basata su un fortissimo senso di fratellanza e sorellanza.

Certo che, se parliamo di donne, qualcosina da migliorare ci sarebbe eccome, inutile negarlo.

Da una parte, c’è l’evidente preponderanza maschile sopra e sotto il palco. Come nota Louder, il 75% dei like sulla pagina Facebook di Metal Hammer è di utenti maschi e delle 17 band annunciate per il Main Stage del festival Bloodstock 2018, solo una contava una donna tra le sue fila (i Nightwish). Certo, questo è un problema dell’industria musicale in generale: stando a un’indagine pubblicata dalla UK Music Diversity Taskforce, nel 2018 le donne dai 45 ai 64 anni erano solo il 33% degli addetti ai lavori. Voglio dire, alzi la mano chi di voi ha mai visto una tecnica delle luci o dei suoni a un concerto.

Dall’altra parte, però, nel metal esiste anche uno specifico problema di misoginia.

Nel linguaggio, tanto per cominciare.

Si parte dall’immaginario machista di alcuni mostri sacri come i Mötley Crüe o i Manowar, che cantano:

“Woman be my slave / That’s your reason to live” – Donna sii la mia schiava / È la tua ragione di vita – Pleasure slave, 1988.

Si passa per la poco apprezzabile goliardia di frasi quali

“Bitch, who’s your daddy? / Surrender and obey” – Puttana, chi è il tuo paparino? / Arrenditi e obbedisci – Who’s your daddy, 2006.

pronunciate dai Lordi, noti al grande pubblico per avere vinto l’Eurovision Song Contest quello stesso anno. E si arriva ai Sentenced, che dopo averci abituati a testi decisamente poetici si sono proposti in versione bullo casanova cantando:

“I don’t need to care if you want me. / I don’t need to care if you need me. / Just spread that pink wide smile / And drain me my darling” – Non devo preoccuparmi se mi vuoi. / Non devo preoccuparmi se hai bisogno di me. / Spalanca soltanto quel largo sorriso rosa / e prosciugami mia cara. – Drain me, 2005.

Non è finita: gli esempi più palesi e anche più intollerabili sono quelli che appartengono a frange estreme come, ad esempio, il brutal death metal e il goregrind. Qui troviamo band con nomi quali Cemetery Rapist e Prostitute Disfigurement, o testi fortemente violenti come questo dei Cannibal Corpse – attenzione, si tratta di parole davvero crude:

“To break the necks of young women / their cunts my pus will fill. / Acid burning through her crotch, / I baptize her face with my rot. / Then venom foams from her throat, / on my discharge she will choke.” – Spezzare il collo di giovani donne, / il mio pus riempirà le loro fiche. / Con l’acido che le brucia tra le gambe, / le battezzo la faccia con il mio marciume. / Poi il veleno le schiuma dalla gola, / soffocherà nelle mie secrezioni. – Post Mortal Ejaculation, 1992.

E poi, c’è una misoginia che si manifesta, tanto per cambiare, nel purtroppo onnipresente fenomeno della donna oggetto. In parte, questo appartiene al retaggio storico di quell’immaginario machista a cui accennavo. In parte, però, viene perpetrato ancora oggi in forme (solo apparentemente) nuove. Un esempio è quello della rivista americana Revolver Magazine che, non potendo più chiudere gli occhi di fronte alla sempre più ingombrante presenza femminile sulla scena rock e metal, ha ben pensato di dedicare ogni anno un numero all’esplorazione delle Hottest Chicks in Hard Rock (le “pollastrelle più sexy dell’hard rock”) – come se l’aspetto fisico c’entrasse qualcosa o, peggio, fosse più importante delle loro capacità.

Per fortuna, però, le cose stanno cambiando anche qui. Anzi, più che altro ci si sta accorgendo che le donne, sulla scena metal, ci sono sempre state. Già in passato c’era Gloria Cavalera, manager dei Sepultura negli anni ’90 (anche lei però vittima di un fiume di insulti misogini perché accusata di avere causato la rottura della band). C’erano la cantante Doro Pesch e le manager Wendy Dio e Maria Ferrero. Oggi ci sono la manager Julie Weir, la direttrice del festival Bloodstock Vicky Hungerford, le tante giornaliste specializzate sparse nel mondo e le innumerevoli cantanti e musiciste che stanno finalmente rendendo visibile questa folta schiera. Dall’apripista Angela Gossow alla fiera attivista Alissa White-Gluz e dall’italianissima Cristina Scabbia alla chitarrista Nita Strauss (prima donna a firmare un modello di chitarra Ibanez e quarta nella classifica dei 20 migliori musicisti del decennio per Guitar World, in cui tra l’altro figura una sola altra donna).

Perfino nel durissimo mondo del death metal qualcosa si muove, grazie a gruppi come le Castrator, band internazionale composta da sole musiciste donne che sfruttano il linguaggio tipico del genere per ribaltare i ruoli in una fantasia di vendetta:

“Castration / Of the rapist / Emasculation / Take his weapon” – Castrazione / dello stupratore / Evirazione / prendi la sua arma The emasculator, 2015.

O come i Vulvodynia, band tutta al maschile che però tratta temi quali la misoginia diffusa nella società e le barbarie delle mutilazioni genitali femminili.

Se, in tutto questo, vi state chiedendo perché tante donne siano interessate alla musica metal, sappiate che si tratta in realtà di un mondo estremamente vasto che tratta moltissime altre tematiche, dai guerrieri vichinghi alla denuncia sociale, dal “Signore degli anelli” al nichilismo.

E che in questo, come in altri ambiti, c’è solo bisogno di una buona dose di consapevolezza che le donne occupano un posto non secondario, che hanno tanto da dire e che hanno il diritto, la capacità e il potere di farlo senza chiedere il permesso. In puro stile rocker.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, immagine di Marina Ravizza.

Maschile, femminile, neutro. Parità, in tutte le lingue del mondo.

Molto prima di #MeToo, prima che la comunità LGBTQ+ si desse un nome, e anche prima di accorgersi che esisteva un divario retributivo di genere, alcune figure solitarie combattevano già la loro battaglia quotidiana con il linguaggio di genere prima ancora che questo facesse il suo ingresso nel dibattito pubblico: le traduttrici e i traduttori di tutto il mondo.

La lingua, anzi, le lingue – almeno due: quella di partenza e quella di arrivo – sono infatti il principale ferro del mestiere dei traduttori e delle traduttrici. Che, a seconda del proprio contesto socio-culturale, hanno affrontato in vari modi lo spinoso problema dei generi grammaticali (maschile, femminile e, in alcuni casi, neutro, almeno nel caso delle lingue indo-europee… E fermiamoci qui, altrimenti dovremmo addentrarci nei meandri di quelle lingue, in altre parti del mondo, che distinguono tra animato e inanimato, o addirittura collegano gli oggetti animati agli uomini e le creature pericolose con le donne!), i quali, naturalmente, funzionano in base a regole diverse a seconda dell’idioma.

Qualunque siano le regole e le soluzioni, in ogni caso, sappiamo che la lingua è un potente strumento per plasmare la realtà anche in termini di inclusione e discriminazione, uguaglianza e disuguaglianza tra generi. Così, le buone pratiche che valgono nel campo della traduzione possono certamente avere qualcosa da insegnarci, nel mondo della comunicazione e non.

Tanto per cominciare, un paio di dati di fatto. Uno: la lingua è uno strumento vivo, in continua evoluzione, e l’uso che ne facciamo è influenzato e allo stesso tempo può influenzare il corso dei suoi cambiamenti. Leggi: favorire l’uso dei femminili laddove esistono e compagnia bella. Due: molte lingue hanno un genere grammaticale al puro scopo di categorizzare, suddividere i sostantivi in classi. E questo può corrispondere o meno al genere naturale dei soggetti (vogliamo ad esempio parlare del fatto che in tedesco una Mädchen, cioè una bambina o una ragazza, è considerata di genere neutro e non femminile?).

VENIAMO AL PUNTO

Okay, ma quindi? Torniamo a loro: traduttrici e traduttori.

E, vi prego, non immaginateci come topi da biblioteca alle prese con qualche oscura opera minore di un defunto scrittore bulgaro. Parliamo, invece, di professioniste e professionisti aperti al mondo, al passo con le tecnologie, che lavorano con le agenzie di comunicazione, i reparti di marketing e vendite delle grandi imprese, gli studi legali e i piccoli imprenditori.

E, in ognuna di queste circostanze, il loro lavoro è determinante (anche) per garantire la parità nel linguaggio. Qualche esempio?

Pensate a un comunicato stampa di Christian Dior che fa riferimento ai propri dipendenti come se fossero tutti uomini.

A un contratto collettivo di una multinazionale, che include le donne, ma non altre categorie poco tutelate, come transgender o agender.

A una campagna pubblicitaria di una grande azienda americana, curata fin nel dettaglio, ma che finisce per contenere un odioso stereotipo sessista che genera un travolgente tam tam in rete.

PERCHÉ SUCCEDE E PERCHÉ È IMPORTANTE?

Accade perché magari, banalmente, l’originale inglese contiene un they (essi/esse) che non si capisce a chi si riferisca.

O perché, dato che l’inglese è una di quelle lingue che invece i generi grammaticali per i sostantivi non ce li ha, è venuto automatico tradurre worker con lavoratore.

Oppure ancora, perché chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione e nessuno ci ha fatto caso.

E così eccoli lì, i traduttori e le traduttrici, in prima linea contro questi errori che ormai non si possono, non si devono più commettere.

Loro i testi con cui lavorano li leggono e rileggono, li osservano, li coccolano, li sviscerano. Vogliono proprio capirli bene. E poi trasformarli, limarli e perfezionarli, fino a rendere loro giustizia nella propria madrelingua. Di conseguenza, sono loro che prima degli altri possono accorgersi che qualcosa non va, che un passo falso è in agguato e che può essere evitato.

E, ancora, sono loro che hanno il ruolo privilegiato di poter sensibilizzare i e le clienti sull’importanza di scegliere con cura le parole, le espressioni, il linguaggio più idonei.

UN CAMBIAMENTO È GIÀ IN ATTO… ANCHE SE A VOLTE NON SEMBRA.

Tanti sono gli esempi di come ogni lingua, e con essa ogni cultura locale, nazionale e sovranazionale, si stiano trasformando in una direzione sempre meno discriminatoria. Di come i translation studies si intersichino sempre più spesso con i gender studies. E di come anche la sfera legale e normativa si stia muovendo nella giusta direzione.

Qualche esempio sparso di come viene affrontata la questione nel mondo sul piano pratico, quotidiano, che poi è quello più rilevante, se l’obiettivo è una nuova consapevolezza diffusa?

Il singular they inglese, che rende il pronome della terza persona plurale un pronome singolare di genere neutro. Tanto per farvi un’idea, leggete la pagina Wikipedia di Lachlan Watson, co-protagonista nella serie “Le terrificanti avventure di Sabrina” e genderqueer.

I simboli adottati in vari paesi, dalla penisola iberica alla Germania: todos/todas (tutti/tutte) diventa todxso tod@s, mentre Nachbar/Nachbarinen (vicini/vicine) può essere scritto come Nachbar_innen o Nachbar*innen.

Il pronome personale hen nato in Svezia come alternativa a quelli maschili e femminili.

E il tentativo che si sta facendo in molte lingue, dal russo al francese, ma anche in italiano, di utilizzare le forme femminili, ad esempio delle professioni, ogni volta che è grammaticalmente possibile.

Altre soluzioni per adottare un linguaggio inclusivo e/o neutrale le avete avute sotto gli occhi proprio leggendo questo articolo: usare sia la forma maschile che quella femminile (le traduttrici e i traduttori), usare sostantivi che non contengono informazioni sul genere (co-protagonista invece di attore o attrice) oppure riscrivendo creativamente le frasi in modo da evitare parole con uno o l’altro genere (per esempio, a metà di questo articolo trovate: chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione).

Allo stesso tempo, sembra scontato ma non lo è, è altrettanto importante cercare di evitare di perpetuare o addirittura cadere in stereotipi che nel testo originale non ci sono. Un esempio negativo è la localizzazione di un videogioco della serie Tomb Raider, in cui un avversario chiama Lara Croft outsider (estranea): nella versione italiana è diventato puttana, introducendo quindi un inopportuno insulto sessista (qui trovate un lungo articolo sull’argomento).

TIRIAMO LE SOMME

Qualunque sia l’espediente linguistico adottato, in effetti, ciò che più conta è la consapevolezza della scelta che si compie. Devo ammettere di essere in qualche modo d’accordo con Licia Corbolante, grande esperta italiana di terminologia e localizzazione, quando scrive che

“Mi sento quasi presa in giro da chi afferma che solo il linguaggio rispettoso dell’identità di genere fa finalmente uscire le donne dal cono d’ombra in cui la tradizione aveva permesso di avvolgerle”.

E, naturalmente, cambiare una lingua non è certo cosa facile (e chi può capirlo più di noi che con le lingue abbiamo un rapporto tanto intimo?).

Però è giusto rifletterci, ragionarci e cominciare a muovere i primi passi con piccoli, impercettibili cambiamenti che, piano piano, influenzeranno anche gli aspetti non linguistici del mondo.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, foto di Naima Bettinsoli.

Come le donne hanno amplificato la loro presenza durante il secondo mandato di Obama.

“L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle colleghe ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio.”

Kelly Bastow

L’amministrazione Obama ha fatto la storia negli USA e nel mondo non solo per l’operato, ma anche perché si è trattato del primo presidente a essersi definito, durante la sua carica, un femminista. Al di là della missione istituzionale, a lui va riconosciuto l’encomiabile sforzo di voler essere affiancato da donne e persone di colore in una realtà da sempre ad esclusivo predominio di uomini (bianchi).

Tuttavia, come riporta una ex aiutante di Barack al Washington Post, all’inaugurazione del suo mandato, il gabinetto di Obama era costituito per due terzi da uomini. La ridotta minoranza femminile doveva sgomitare per poter presiedere agli eventi più importanti e pur riuscendoci, la sua voce restava comunque ignorata. Si è dovuto aspettare il secondo mandato per vedere il gender balance sfiorare finalmente la parità, e che le donne fossero componente attiva ed espressamente richiesta dal Presidente degli Stati Uniti d’America.

Come è potuto avvenire questo miracolo?

Grazie a una strategia attuata, a ogni meeting, da quella minoranza inascoltata di donne. Avveniva che, ogni qualvolta una collega delineasse un punto chiave, tutte le altre le facessero eco, ripetendo e accreditando la tesi e la sua autrice, ogni giorno. La suddetta strategia ha preso il nome di “amplification”.

L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle donne ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio. È un’esperienza tristemente nota per molte proporre idee in un meeting e vederle non notate o riconosciute finché non è un uomo a ripeterle. Innumerevoli studi mostrano come le donne vengano interrotte più spesso, da uomini e donne, ricevano meno credito o siano persino penalizzate per aver parlato di più.

L’amplification strategy è stata vincente nella sua missione. Obama ha infatti da subito iniziato a notarla, consultando sempre più le sue assistenti e facendo sì che esse guadagnassero la parità durante il suo secondo mandato.

L’amplification è legata a un altro fenomeno più noto che va sotto il nome di Shine Theory, il cui motto è “I don’t shine if you don’t shine”. Il termine è apparso per la prima volta nel popolare podcast Call Your Girlfriend ad opera delle autrici Ann Friedman e Aminatou Sow.

La Shine Theory nasce dall’intento di fermare quella che è la seconda piaga che spesso le donne si trovano a fronteggiare nel mondo professionale e personale, una lotta intestina, ovvero la spietata competizione tra donne stesse. Sia essa dovuta a quella invisibile ma vigente legge nella cultura femminile per cui vale la “regola del potere tra pari” coniata da Pat Heim; sia essa legata all’effettiva difficoltà delle donne nel farsi strada in un mondo di uomini, per cui spesso finiscono per assumere atteggiamenti maschili o riconosciuti dalla società patriarcale. Come se, per ottenere e mantenere la sudata vetta raggiunta, dovessero convincere gli uomini che non sono come le altre, mettendosi quindi in competizione con loro (vedi sindrome dell’ape regina).

Ann Friedman ci ricorda la portata rivoluzionaria e vincente della solidarietà femminile e vede nella Shine Theory la possibilità di giungere al successo, proprio beneficiando della luce delle donne che ci circondano e non soffrendone la loro ombra.

La giornalista infatti afferma:

Quando incontri una donna intimidatoriamente arguta, elegante, bella e professionalmente esperta, sii sua amica. La gente ti conosce anche dalla compagnia che hai. Circondarti delle persone migliori non ti scredita al loro confronto. Ti rende migliore”.

La Shine Theory è quindi un esercizio di investimento reciproco, è un contagio positivo che include tutte senza esclusioni, discriminazioni, contraccolpi.

Ed è questo che hanno fatto, forse senza neanche saperlo, le donne del gabinetto di Obama; si sono sostenute a vicenda permettendo a ognuna di brillare. Consapevoli e sicure che non solo la vittoria di una era una vittoria anche per loro stesse, ma soprattutto che, così facendo, ci sarebbe stato spazio e luce per tutte.

“I don’t shine if you don’t shine.”

Articolo di Letizia Muro, immagine di Claudia Valentini.