Maschile, femminile, neutro. Parità, in tutte le lingue del mondo.

Molto prima di #MeToo, prima che la comunità LGBTQ+ si desse un nome, e anche prima di accorgersi che esisteva un divario retributivo di genere, alcune figure solitarie combattevano già la loro battaglia quotidiana con il linguaggio di genere prima ancora che questo facesse il suo ingresso nel dibattito pubblico: le traduttrici e i traduttori di tutto il mondo.

La lingua, anzi, le lingue – almeno due: quella di partenza e quella di arrivo – sono infatti il principale ferro del mestiere dei traduttori e delle traduttrici. Che, a seconda del proprio contesto socio-culturale, hanno affrontato in vari modi lo spinoso problema dei generi grammaticali (maschile, femminile e, in alcuni casi, neutro, almeno nel caso delle lingue indo-europee… E fermiamoci qui, altrimenti dovremmo addentrarci nei meandri di quelle lingue, in altre parti del mondo, che distinguono tra animato e inanimato, o addirittura collegano gli oggetti animati agli uomini e le creature pericolose con le donne!), i quali, naturalmente, funzionano in base a regole diverse a seconda dell’idioma.

Qualunque siano le regole e le soluzioni, in ogni caso, sappiamo che la lingua è un potente strumento per plasmare la realtà anche in termini di inclusione e discriminazione, uguaglianza e disuguaglianza tra generi. Così, le buone pratiche che valgono nel campo della traduzione possono certamente avere qualcosa da insegnarci, nel mondo della comunicazione e non.

Tanto per cominciare, un paio di dati di fatto. Uno: la lingua è uno strumento vivo, in continua evoluzione, e l’uso che ne facciamo è influenzato e allo stesso tempo può influenzare il corso dei suoi cambiamenti. Leggi: favorire l’uso dei femminili laddove esistono e compagnia bella. Due: molte lingue hanno un genere grammaticale al puro scopo di categorizzare, suddividere i sostantivi in classi. E questo può corrispondere o meno al genere naturale dei soggetti (vogliamo ad esempio parlare del fatto che in tedesco una Mädchen, cioè una bambina o una ragazza, è considerata di genere neutro e non femminile?).

VENIAMO AL PUNTO

Okay, ma quindi? Torniamo a loro: traduttrici e traduttori.

E, vi prego, non immaginateci come topi da biblioteca alle prese con qualche oscura opera minore di un defunto scrittore bulgaro. Parliamo, invece, di professioniste e professionisti aperti al mondo, al passo con le tecnologie, che lavorano con le agenzie di comunicazione, i reparti di marketing e vendite delle grandi imprese, gli studi legali e i piccoli imprenditori.

E, in ognuna di queste circostanze, il loro lavoro è determinante (anche) per garantire la parità nel linguaggio. Qualche esempio?

Pensate a un comunicato stampa di Christian Dior che fa riferimento ai propri dipendenti come se fossero tutti uomini.

A un contratto collettivo di una multinazionale, che include le donne, ma non altre categorie poco tutelate, come transgender o agender.

A una campagna pubblicitaria di una grande azienda americana, curata fin nel dettaglio, ma che finisce per contenere un odioso stereotipo sessista che genera un travolgente tam tam in rete.

PERCHÉ SUCCEDE E PERCHÉ È IMPORTANTE?

Accade perché magari, banalmente, l’originale inglese contiene un they (essi/esse) che non si capisce a chi si riferisca.

O perché, dato che l’inglese è una di quelle lingue che invece i generi grammaticali per i sostantivi non ce li ha, è venuto automatico tradurre worker con lavoratore.

Oppure ancora, perché chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione e nessuno ci ha fatto caso.

E così eccoli lì, i traduttori e le traduttrici, in prima linea contro questi errori che ormai non si possono, non si devono più commettere.

Loro i testi con cui lavorano li leggono e rileggono, li osservano, li coccolano, li sviscerano. Vogliono proprio capirli bene. E poi trasformarli, limarli e perfezionarli, fino a rendere loro giustizia nella propria madrelingua. Di conseguenza, sono loro che prima degli altri possono accorgersi che qualcosa non va, che un passo falso è in agguato e che può essere evitato.

E, ancora, sono loro che hanno il ruolo privilegiato di poter sensibilizzare i e le clienti sull’importanza di scegliere con cura le parole, le espressioni, il linguaggio più idonei.

UN CAMBIAMENTO È GIÀ IN ATTO… ANCHE SE A VOLTE NON SEMBRA.

Tanti sono gli esempi di come ogni lingua, e con essa ogni cultura locale, nazionale e sovranazionale, si stiano trasformando in una direzione sempre meno discriminatoria. Di come i translation studies si intersichino sempre più spesso con i gender studies. E di come anche la sfera legale e normativa si stia muovendo nella giusta direzione.

Qualche esempio sparso di come viene affrontata la questione nel mondo sul piano pratico, quotidiano, che poi è quello più rilevante, se l’obiettivo è una nuova consapevolezza diffusa?

Il singular they inglese, che rende il pronome della terza persona plurale un pronome singolare di genere neutro. Tanto per farvi un’idea, leggete la pagina Wikipedia di Lachlan Watson, co-protagonista nella serie “Le terrificanti avventure di Sabrina” e genderqueer.

I simboli adottati in vari paesi, dalla penisola iberica alla Germania: todos/todas (tutti/tutte) diventa todxso tod@s, mentre Nachbar/Nachbarinen (vicini/vicine) può essere scritto come Nachbar_innen o Nachbar*innen.

Il pronome personale hen nato in Svezia come alternativa a quelli maschili e femminili.

E il tentativo che si sta facendo in molte lingue, dal russo al francese, ma anche in italiano, di utilizzare le forme femminili, ad esempio delle professioni, ogni volta che è grammaticalmente possibile.

Altre soluzioni per adottare un linguaggio inclusivo e/o neutrale le avete avute sotto gli occhi proprio leggendo questo articolo: usare sia la forma maschile che quella femminile (le traduttrici e i traduttori), usare sostantivi che non contengono informazioni sul genere (co-protagonista invece di attore o attrice) oppure riscrivendo creativamente le frasi in modo da evitare parole con uno o l’altro genere (per esempio, a metà di questo articolo trovate: chi ha scritto l’originale ha prestato poca attenzione).

Allo stesso tempo, sembra scontato ma non lo è, è altrettanto importante cercare di evitare di perpetuare o addirittura cadere in stereotipi che nel testo originale non ci sono. Un esempio negativo è la localizzazione di un videogioco della serie Tomb Raider, in cui un avversario chiama Lara Croft outsider (estranea): nella versione italiana è diventato puttana, introducendo quindi un inopportuno insulto sessista (qui trovate un lungo articolo sull’argomento).

TIRIAMO LE SOMME

Qualunque sia l’espediente linguistico adottato, in effetti, ciò che più conta è la consapevolezza della scelta che si compie. Devo ammettere di essere in qualche modo d’accordo con Licia Corbolante, grande esperta italiana di terminologia e localizzazione, quando scrive che

“Mi sento quasi presa in giro da chi afferma che solo il linguaggio rispettoso dell’identità di genere fa finalmente uscire le donne dal cono d’ombra in cui la tradizione aveva permesso di avvolgerle”.

E, naturalmente, cambiare una lingua non è certo cosa facile (e chi può capirlo più di noi che con le lingue abbiamo un rapporto tanto intimo?).

Però è giusto rifletterci, ragionarci e cominciare a muovere i primi passi con piccoli, impercettibili cambiamenti che, piano piano, influenzeranno anche gli aspetti non linguistici del mondo.


Articolo di Chiara Foppa Pedretti, foto di Naima Bettinsoli.

Come le donne hanno amplificato la loro presenza durante il secondo mandato di Obama.

“L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle colleghe ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio.”

Kelly Bastow

L’amministrazione Obama ha fatto la storia negli USA e nel mondo non solo per l’operato, ma anche perché si è trattato del primo presidente a essersi definito, durante la sua carica, un femminista. Al di là della missione istituzionale, a lui va riconosciuto l’encomiabile sforzo di voler essere affiancato da donne e persone di colore in una realtà da sempre ad esclusivo predominio di uomini (bianchi).

Tuttavia, come riporta una ex aiutante di Barack al Washington Post, all’inaugurazione del suo mandato, il gabinetto di Obama era costituito per due terzi da uomini. La ridotta minoranza femminile doveva sgomitare per poter presiedere agli eventi più importanti e pur riuscendoci, la sua voce restava comunque ignorata. Si è dovuto aspettare il secondo mandato per vedere il gender balance sfiorare finalmente la parità, e che le donne fossero componente attiva ed espressamente richiesta dal Presidente degli Stati Uniti d’America.

Come è potuto avvenire questo miracolo?

Grazie a una strategia attuata, a ogni meeting, da quella minoranza inascoltata di donne. Avveniva che, ogni qualvolta una collega delineasse un punto chiave, tutte le altre le facessero eco, ripetendo e accreditando la tesi e la sua autrice, ogni giorno. La suddetta strategia ha preso il nome di “amplification”.

L’intento alla base dell’amplificazione era permettere agli uomini non solo di riconoscere il contributo apportato dalle donne ma anche evitare che potessero appropriarsene rivendendolo come proprio. È un’esperienza tristemente nota per molte proporre idee in un meeting e vederle non notate o riconosciute finché non è un uomo a ripeterle. Innumerevoli studi mostrano come le donne vengano interrotte più spesso, da uomini e donne, ricevano meno credito o siano persino penalizzate per aver parlato di più.

L’amplification strategy è stata vincente nella sua missione. Obama ha infatti da subito iniziato a notarla, consultando sempre più le sue assistenti e facendo sì che esse guadagnassero la parità durante il suo secondo mandato.

L’amplification è legata a un altro fenomeno più noto che va sotto il nome di Shine Theory, il cui motto è “I don’t shine if you don’t shine”. Il termine è apparso per la prima volta nel popolare podcast Call Your Girlfriend ad opera delle autrici Ann Friedman e Aminatou Sow.

La Shine Theory nasce dall’intento di fermare quella che è la seconda piaga che spesso le donne si trovano a fronteggiare nel mondo professionale e personale, una lotta intestina, ovvero la spietata competizione tra donne stesse. Sia essa dovuta a quella invisibile ma vigente legge nella cultura femminile per cui vale la “regola del potere tra pari” coniata da Pat Heim; sia essa legata all’effettiva difficoltà delle donne nel farsi strada in un mondo di uomini, per cui spesso finiscono per assumere atteggiamenti maschili o riconosciuti dalla società patriarcale. Come se, per ottenere e mantenere la sudata vetta raggiunta, dovessero convincere gli uomini che non sono come le altre, mettendosi quindi in competizione con loro (vedi sindrome dell’ape regina).

Ann Friedman ci ricorda la portata rivoluzionaria e vincente della solidarietà femminile e vede nella Shine Theory la possibilità di giungere al successo, proprio beneficiando della luce delle donne che ci circondano e non soffrendone la loro ombra.

La giornalista infatti afferma:

Quando incontri una donna intimidatoriamente arguta, elegante, bella e professionalmente esperta, sii sua amica. La gente ti conosce anche dalla compagnia che hai. Circondarti delle persone migliori non ti scredita al loro confronto. Ti rende migliore”.

La Shine Theory è quindi un esercizio di investimento reciproco, è un contagio positivo che include tutte senza esclusioni, discriminazioni, contraccolpi.

Ed è questo che hanno fatto, forse senza neanche saperlo, le donne del gabinetto di Obama; si sono sostenute a vicenda permettendo a ognuna di brillare. Consapevoli e sicure che non solo la vittoria di una era una vittoria anche per loro stesse, ma soprattutto che, così facendo, ci sarebbe stato spazio e luce per tutte.

“I don’t shine if you don’t shine.”

Articolo di Letizia Muro, immagine di Claudia Valentini.